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La Corte dei Conti e la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia

Il 26 giugno 2014 le Sezioni riunite della Corte dei Conti hanno pronunciato la decisione nel giudizio sul Rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2013.

Il Presidente di coordinamento delle Sezioni Riunite in sede di Controllo, ha sollecitato le istituzioni ad affrontare la questione della riduzione dell’intervento pubblico nell’economia.

Ciò si evince chiaramente dalla relazione del Presidente Laterza, reperibile qui: : “Va rilevato, infine, un aspetto critico che la Corte da tempo segnala, soprattutto in vista di un percorso di riequilibrio dei conti ancora gravoso e in presenza di una crescita economica limitata. Si tratta della riluttanza, anche solo a ragionare sull’ipotesi di un bilancio pubblico con meno spese e meno entrate; in altri termini, ad affrontare il tema del “perimetro” dell’intervento pubblico nell’economia, che appare oggi di una estensione incompatibile con i vincoli presenti e prossimi venturi.” (Pag.10-11)

 La Corte ha manifestato l’esigenza di riorganizzazione delle funzioni pubbliche statali: “È necessario che a queste limitazioni, efficaci ma transitorie, si affianchi la capacità di ripensare l’organizzazione stessa delle funzioni pubbliche, attraverso l’effettiva attivazione di estesi meccanismi di mobilità e il concreto approntamento di moderni sistemi di incentivazione della produttività.” (Pag.13)

Non solo, l’organo di controllo contabile ha promosso la semplificazione dell’architettura costituzionale e la limitazione gli spazi di rappresentanza politica: “L’impegno prioritario è di natura riorganizzativa all’interno degli apparati pubblici. Un impegno che richiede interventi volti a semplificare l’impalcatura istituzionale, a rivedere le competenze tra livelli di governo e a ridimensionare drasticamente le strutture di rappresentanza e amministrative.”

Sollecitando, inoltre, l’adozione di una nuova ottica di operatività della pubblica amministrazione, che effettui una selezione sulle modalità di accesso ai servizi dai cittadini: “Tuttavia, come spesso sottolineato dalla Corte, gli interventi sulla spesa pubblica e sull’azione di razionalizzazione delle strutture amministrative vanno intesi anche nel significato, più impegnativo e complesso, di ripensamento dei confini entro cui opera l’Amministrazione pubblica, delle modalità di prestazione dei servizi alla collettività e delle modalità di accesso agli stessi, in un contesto sociale e demografico profondamente mutato.

La magistratura contabile pare suggerire alle istituzioni politiche, addirittura, la scelta di determinati settori da riservare, in via residuale, all’intervento pubblico: “Si tratta di un impegno che può essere affrontato solo alla luce di una chiara strategia di governo della spesa e di selezione dei terreni su cui è chiamato ad incidere l’intervento pubblico. Un ridisegno, quindi, frutto di una forte volontà politica e di un profilo ben definito di quello che deve essere il sistema pubblico dei prossimi decenni.“
Quindi, in base al ragionamento della Corte, le istituzioni dovrebbero interrogarsi sul ruolo del pubblico nel futuro, valutando la sostenibilità economica di un sistema che garantisca i diritti sociali ai cittadini, considerata le difficoltà dettate dal mutato contesto economico: “Non si tratta solo di eliminare gli sprechi e di riorganizzare le modalità di produzione e di accesso ai servizi. Occorre affrontare direttamente il tema della sostenibilità futura di un sistema di prestazioni di servizi alla collettività (dalla salute e l’istruzione alle imprese e all’ambiente) originariamente concepito in un contesto economico, sociale e demografico più favorevole.” (pag.20)

A tal proposito, si potrebbe notare che l’introduzione del sistema di prestazione di servizi risale all’adozione della Costituzione Repubblicana e nel 1948, all’indomani della seconda guerra mondiale, il contesto economico, sociale e demografico non poteva certo dirsi dei più favorevoli.

Ancora una volta si utilizza il grimaldello della contingente situazione economica e finanziaria per scardinare l’assetto statale. E, soprattutto, per operare un drastico smantellamento dei diritti dei cittadini.

Invero, la riduzione del perimetro dell’intervento pubblico statale nell’economia corrisponde ad una visione politica ed economica precisa, di matrice neoliberista, che auspica una funzione statale ridotta all’osso.

Perciò, non può che destare qualche perplessità il fatto che un organo indipendente ed autonomo quale la Corte dei Conti, esprima valutazioni di natura squisitamente politica.

In virtù dell’art.100 della Costituzione, infatti la Corte dei Conti esercita il controllo preventivo di legittimità sugli atti del Governo e quello successivo sulla gestione del Bilancio dello Stato, partecipando anche al controllo sulla gestione finanziaria degli enti.

Proprio per via della delicatezza dell’esercizio delle sue funzioni, non sarebbe giustificabile un’intromissione nelle scelte di politica economica riservate ad un organo di indirizzo democraticamente legittimato.

In realtà, la Corte dei Conti può ben effettuare tali valutazioni senza essere tacciata di ingerenza politica. Come mai?
Perché è tenuta ad utilizzare il nuovo parametro di riferimento: la disciplina dei Trattati Europei che si è insinuata nella Costituzione, modificandola e snaturandola dall’interno attraverso il rinvio generale, posto dal riformato art.117 della Costituzione, all’ordinamento dell’Unione Europea. Senza contare, l’ulteriore ottemperanza al principio dell’equilibrio di bilancio, di recente inserito nell’art.81 della Costituzione in seguito all’adozione del Trattato Fiscal Compact.

In questo modo, è stata sostituita la disciplina costituzionale imponendo il modello economico neoliberista che pretende la riduzione dell’intervento pubblico nell’economia, al quale gli organi di quel che resta dello Stato si debbono adeguare.