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Salari, Tassazione, Crisi, Piramide Sociale.

Quando affrontiamo il tema della tassazione da un punto di vista relativo al funzionamento dei sistemi monetari moderni (MMT) ci accorgiamo che le imposte che lo stato ci richiede di pagare non servono mai per finanziare la spesa di quest’ultimo, ma hanno una funzione principalmente coercitiva, cioè di imposizione della moneta di stato. In gergo questo si riassume in un assunto di base chiamato: “taxes drives money”.

Una volta affrontato questo punto si ha un modo diverso di vedere le politiche pubbliche, di come esse possano essere implementate per raggiungere obiettivi sociali come la piena occupazione, che diventa possibile tramite l’utilizzo della finanza funzionale. Ma ci si domanda anche perché il peso della tassazione gravi così pesantemente sui salari dei lavoratori, visto che nel 90% dei casi si tratta di input elettronici che scompaiono da un c/c e vengono cancellati definitivamente dal sistema economico. Ridurre il tutto ad una non comprensione da parte dei politici e degli economisti cosiddetti mainstream dei sistemi monetari è semplificativo: la tassazione gioca un ruolo fondamentale nella composizione della struttura sociale moderna. Questo articolo si pone l’obiettivo di analizzare proprio questo fatto.

 

Quello che è avvenuto nel corso del precedente secolo e all’inizio di quello in cui ci troviamo è che la maggior parte delle economie si sono trovate di fronte ad un forte aumento di produttività del lavoro, ciò era dovuto ad una moltitudine di variabili come il forte sviluppo tecnologico, la specializzazione dei lavoratori, ecc.

 

Ci si aspettava che questo aumento di produttività sarebbe stato seguito da un proporzionale aumento dei salari, che avrebbe permesso ai lavoratori di poter acquistare ciò che producevano, così da far crescere i consumi, in modo da mantenere la domanda interna di beni e quindi la produzione, così si sarebbe creata una circolarità tra produzione e consumo (i consumi sono una delle componenti principali della domanda aggregata perché spingono ad una maggiore produzione, espandono il reddito e “guidano” in un certo senso gli investimenti).

 

Questo è ciò che ci si aspettava e ciò che prospettavano gli assunti base della teoria economica cosiddetta mainstream: un mondo di prosperità e ricchezza in cui la produttività del lavoro sarebbe stata premiata.

 

Quota salari in alcuni paesi OCSE.

Appunti economia del lavoro. Emiliano Brancaccio

 

Se guardiamo i dati (grafico 1) ci accorgiamo che è avvenuto esattamente il contrario: l’aumento della produttività non è stata seguito da un proporzionale aumento degli stipendi, i salari e in particolare la quota salari (rapporto tra i salari pagati e il valore della produzione) non hanno seguito l’aumento della produttività, la distribuzione della ricchezza si è spostata dai salari verso le rendite.

L’aumento di produttività oraria è stata tutto assorbito dai profitti.

In questa situazione, la tassazione ha contribuito in modo significativo a questo processo, ma è stata anche lo specchio di ciò che è avvenuto.

 

Il peso delle imposte si è spostato dai grandi patrimoni e le transazioni finanziarie ai salari.

Negli anni ’30 negli USA il 70% delle tasse veniva dai beni immobiliari, quindi dalle tasse sugli immobili, oggi solo 1/6 delle tasse provengono da quel tipo di rendite: sono state aumentate invece le tasse sui consumi, sulle retribuzioni e sul valore aggiunto.

Le imposte si sono gradualmente spostate sui redditi della forza lavoro, erodendo a poco a poco le capacità di acquisto delle classi produttrici.

Ciò è anche alla base della attuale crisi finanziaria: i lavoratori hanno visto anno dopo anno ristagnare (se non diminuire) il loro salario e per far fronte a questa caduta del loro potere di acquisto, per continuare a mantenere gli stessi standard di vita, hanno cominciato

ad indebitarsi, si è creata la figura che Bellofiore e Halevi chiamano consumatore-indebitato che grazie ad un facile accesso al credito gonfia l’indebitamento privato portandolo a livelli insostenibili.

 

 

Ma perché ciò è avvenuto?

 

Un mondo di bassi salari è un mondo di forte instabilità economica (Brancaccio), che tende alla stagnazione, con tassi di disoccupazione e di sottoccupazione elevati. Questa non è una situazione che si crea per squilibri o rigidità sul mercato del lavoro, come spesso sentiamo dire da molti illustri economisti, ma che è esclusivamente una scelta politica.

Il capitalismo è un modo di produzione estremamente conflittuale: per i detentori del capitale può contare più il mantenimento del proprio status quo (quello di classe dominante) che la crescita della ricchezza sociale; ecco perché si applicano modelli economici che non puntano alla piena occupazione, la quale porterebbe ad una redistribuzione radicale della ricchezza. Ciononostante, il primo obiettivo da anni a questa parte è quasi esclusivamente la stabilità dei prezzi, che non è stato altro che un mezzo per contenere la crescita dei redditi (facendoli spesso diminuire).

 

La tassazione ha contribuito molto a questa “predazione” dei salari, sottraendo grandi quantità di flussi monetari alle classi lavorative.

Un esempio di quanto accade può essere individuato nel continuo aumento dell’IVA (imposta sul valore aggiunto), che colpisce in modo diretto gli stipendi dei lavoratori dipendenti, aumentando il prezzo dei beni che essi hanno prodotto. L’aumento delle imposte colpisce quasi esclusivamente chi vive di flussi di reddito, poiché ne erode i poteri d’acquisto in modo molto maggiore rispetto a chi vive di rendite fisse e ha anche una diversa propensione al consumo.

Proprio come i risparmi la tassazione drena moneta dal circuito economico, ma a differenza della decisione degli agenti economici di tenere da parte una certa quantità di ciò che hanno guadagnato per poi spenderla in futuro (il risparmio appunto), il denaro che la tassazione drena scompare dal circuito economico e non riappare sotto nessuna forma.

 

Perché allora gravare così tanto sui lavoratori? 

 

Ciò che sta accadendo da anni alimenta, di fatto, la costruzione di una piramide sociale in cui il 7/8 % della popolazione detiene più del 60% della ricchezza, lasciando al restante 90% il resto, generando in questo modo un mondo in cui gli individui sono perennemente in lotta tra loro per accaparrarsi uno stock di ricchezza che viene mantenuto scarso artificialmente, così da permettere un controllo su chi di fatto si trova sprovvisto dei mezzi necessari per il proprio sostentamento ed è costretto a vendere la propria forza lavoro a condizioni sempre più basse per poter sopravvivere.

 

Quella che è stata creata è una piramide sociale dove i flussi di ricchezza sono concentrati prevalentemente al vertice e vanno via via diminuendo man mano che andiamo verso la base. Il risultato è una sperequazione delle risorse finanziarie che si trovano per la maggior parte nelle mani di una piccola parte della popolazione mondiale, che si viene a trovare in una posizione dominante rispetto a chi si trova nelle fasce inferiori.

 

La piramide della ricchezza globale

 

Alla base della piramide della ricchezza si individua un'ampia fascia di persone con disponibilità limitate, mentre i gradini più alti sono occupati da un numero sempre più ristretto di persone.

[Fonte: James Davies, Rodrigo Lluberas e Anthony Shorrocks, Credit Suisse Global Wealth Databook 2012]

 

 

Secondo la Banca Mondiale sono 2,8 miliardi di persone che vivono con 2 dollari al giorno

Fonte: Banca Mondiale, 2010

 

Tutto questo potrebbe essere evitato.

La scelta politica di non puntare alla piena occupazione è perpetuata per far si che la ricchezza non venga equamente distribuita, la povertà generata dalla sperequazione crea un bacino di disoccupati (Marx) che vengono utilizzati per contenere le richieste di aumento di salario dei lavoratori.

 

Da quando al posto di comando dell’economia è stato volutamente lasciato il profitto dei singoli privati, si è tornati (per quanto riguarda l’occidente) a vivere in un mondo dove vige la legge del più forte. E i più forti sono i detentori di capitale, i rentiers, che dirigono l’economia nella direzione che vogliono non solo per generare profitto ma per perpetuare la loro posizione dominante.

 

In realtà, uno stato a moneta sovrana potrebbe garantire la piena occupazione e con essa la stabilità dei prezzi, così da costruire una società economicamente più equa ed invertendo la piramide che è stata creata. C’è chi dice che ciò porterebbe alla fine del sistema produttivo capitalista, per farlo bisognerebbe cominciare ad abbandonare alcuni degli assunti economici dominanti che oscurano la visuale della maggior parte delle persone.