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Il mercato del lavoro non esiste

"In un'economia monetaria positiva, non può esistere una curva di offerta del lavoro, perché guadagnare un salario è un vincolo e non una scelta."

- Alain Parguez

Ci siamo sempre sentiti dire che il mercato del lavoro necessita di persone preparate, disposte anche ad accettare paghe da fame ed orari impensabili pur di rendere appetibile il proprio curriculum agli occhi dei datori di lavoro.

Abbiamo una buona notizia per voi: il mercato del lavoro non esiste.

Siamo tutti d’accordo nel dire che durante l’epoca feudale il mercato del lavoro non esistesse: sia la società che la produzione erano organizzati per soddisfare i bisogni delle classi dominanti (solitamente la nobiltà e il clero). La forza lavoro, in questo senso, era necessaria ai bisogni di queste classi: la disoccupazione non esisteva perché ad ognuno veniva assegnato un posto nel sistema produttivo e quindi nella società. Ad esempio, le famiglie contadine utilizzavano tutta la prole per il lavoro nei campi, spesso in condizioni di brutale sfruttamento; non c’era nessuna possibilità peraltro per il figlio del contadino di modificare il proprio status sociale. I diritti acquisiti venivano trasmessi per nascita, così come la sfortuna di appartenere alla classi “inferiori”.

Le rivoluzioni politiche, sociali e industriali dal diciottesimo secolo hanno abbattuto questo ancien régime, sostituendolo con un sistema dove non era più il proprio status sociale a determinare la ricchezza, bensì la propria ricchezza a determinare lo status. La nascita del capitalismo infatti ha permesso a chiunque di ottenere una determinata posizione sociale grazie all’accumulo di una certa quantità di ricchezza. Il nuovo sistema, quindi, può essere visto come una sorta di progresso della civiltà, che non vede più la posizione sociale degli individui essere funzione del loro lignaggio (e perciò la nobiltà è destinata a regnare in quanto scelta da Dio), ma delle scelte individuali delle singole persone.

In quali condizioni, però, siamo in grado di poter accumulare davvero ricchezza a partire da zero? L'economista Frederic S. Lee, in un saggio contenuto all’interno della collana Radical Economics and Labor, mostra come anche all'interno del sistema capitalistico il processo produttivo abbia lo scopo di soddisfare i bisogni delle classi dominanti. La produzione si avvia su decisione delle imprese all'interno di quello che può essere definito come il processo di approvvigionamento sociale: quel processo, cioè, che porta la classe sociale in grado di avviare l'investimento a procurarsi le risorse desiderate. Naturalmente, come insegna Marx, lo scopo del processo produttivo è quello di ottenere più moneta di quanta ne sia stata investita all'inizio, e il capitale di partenza può essere fornito dal sistema bancario oppure dai mercati finanziari.

Anche il governo può avviare processi di investimento al fine di procurarsi le risorse desiderate, e se esso può avvalersi della sovranità monetaria il finanziamento proviene direttamente dalla banca centrale. Le identità macroeconomiche di base, come quella che riguarda i saldi settoriali, ci insegnano che se non si vuole permettere la presenza della spesa pubblica effettuata in deficit dal settore pubblico la domanda finale per i beni prodotti sarà possibile solo se si lascia indebitare il settore privato nazionale o se si punta sulle esportazioni nette. Tutto ciò ricorda tremendamente il caso dell’Eurozona, nella quale l’indebitamento pubblico viene limitato sin dai tempi del trattato di Maastricht ma si incentivano l’indebitamento privato e la necessità di competere per esportare.

Un sistema di questo genere non ha altro scopo se non quello di mantenere e continuare il medesimo processo produttivo; nella stessa maniera in cui la vita biologica non ha altro scopo se non la sua prosecuzione, o in cui le specie animali desiderano essenzialmente la loro riproduzione. L’unica condizione da soddisfare per assicurare la riproduzione del sistema, in questo senso, è che si assicuri la presenza di una domanda finale che vada ad acquistare i beni prodotti; e nel caso in cui non esista, che si crei la domanda stessa.

Di conseguenza, tutte le restanti classi sociali che non possono avvalersi della facoltà di avviare il processo produttivo sono in realtà soggette al vincolo del salario. Esse possono scegliere quale lavoro andare a svolgere, ma non possono scegliere di non lavorare se vogliono restare all’interno del processo di approvvigionamento sociale.

Inoltre la decisione in merito a cosa, come e quanto produrre è prerogativa dei due soli soggetti che possono avviare il processo produttivo, ovvero il governo e il sistema delle imprese: essi stabiliscono prima di avviare la produzione il livello desiderato di occupazione e di utilizzo del capitale fisso (macchinari e impianti).

In questo senso, per la classe imprenditoriale, i lavoratori sono visti come un mero mezzo di produzione per i beni che dovranno poi essere venduti. Da questo punto di vista il fatto che lo stesso lavoro possa essere svolto da macchine o da persone non fa alcuna differenza: il sistema ha bisogno di produrre ma il “lavoro vivo” gli è necessario solo nella misura in cui non può essere sostituito da macchine. Nelle parole di Zygmunt Bauman riportate dall’Huffington Post:

Una caratteristica della modernità è la produzione di “persone superflue”: individui tagliati fuori dal processo produttivo che perdono la propria fonte di sussistenza. Il progresso economico consiste nel produrre la stessa quantità di cose che producevamo ieri con una minore quantità di lavoro e a un costo più basso. Chi rimane tagliato fuori diventa una persona superflua. E alle persone superflue, non resta che andarsene, cercando un altrove dove ricostruirsi una vita”.

Lungi dal costituire una libera contrattazione fra domanda e offerta, il mondo del lavoro è tutt’altro che un gioco equo, come afferma Warren Mosler. Alla schiavitù di origine feudale, fondata sul lavoro forzato e la trasmissione dei diritti acquisiti per lignaggio, si sostituisce perciò la schiavitù del vincolo del salario: per il sistema economico si può essere mezzo di produzione o fonte di domanda (le due cose possono coincidere ma non necessariamente), ma nel caso che si perdano entrambe le funzioni, come sta accadendo a chi oggi perde il posto di lavoro, si smette definitivamente di esistere.

Ciò implica che il lavoro, necessario per accedere a una parte della produzione, è solamente funzione della decisione di conseguire profitti e perciò non ha alcuna centralità all’interno del sistema, come invece afferma la teoria del valore marxiana. Grazie al progresso tecnologico, tutti i vincoli alla produzione che imponevano un certo livello di scarsità sono venuti meno e di conseguenza il lavoro non ha più nemmeno il “diritto allo sfruttamento” che poteva essere assicurato dal capitalismo industriale del dopoguerra.

Esistono possibilità di rendere più equo il sistema, permettendo a tutti di accedere alla produzione senza essere costretti alla disoccupazione perenne? La risposta sta nel primo dei due enti che hanno la facoltà di avviare i processi produttivi: è il settore pubblico, che avrebbe la possibilità di creare direttamente dei posti di lavoro finalizzati alla produzione di beni e servizi utili alla comunità. Gli esempi storici di un simile interventismo del settore pubblico non mancano, a partire dal famoso New Deal di Franklin Delano Roosevelt fino ad arrivare al meno famoso ma più recente Plan Jefes y Jefas de Hogar sperimentato in Argentina sulla base delle intuizioni della Teoria della Moneta Moderna. Questi progetti di pianificazione pubblica, volti a raggiungere la piena occupazione, sono sempre stati all’origine di politiche redistributive e hanno spesso portato ad una nuova concezione della gestione dell’economia: una concezione che tenta di porre come obiettivo primario della produzione la soddisfazione generale dei bisogni delle comunità; e non di sperare che la sola produzione dei profitti possa assicurarla.

Ma tutto ciò è possibile soltanto se il sistema monetario a disposizione dei governi è un sistema monetario sovrano: ossia, che il finanziamento della spesa pubblica non sia soggetto a vincoli e che non debba essere elemosinato necessariamente presso i mercati finanziari o estorto alla cittadinanza tramite una tassazione sempre più gravosa. Come spiegato in questo contributo dell’economista Randall Wray, l’euro è però una moneta non sovrana e costringe gli Stati membri a gestire il proprio bilancio proprio “come un buon padre di famiglia”: il pareggio di bilancio, che come abbiamo visto è dannoso in quanto impedisce al settore non-governativo (formato da cittadini ed imprese) di accumulare nuova ricchezza, diventa necessario pena l’insolvibilità del Paese.

Questo sistema monetario configura quindi una condizione di impotenza di quel “contropotere” che può essere il settore pubblico, e perciò organizza un sistema sociale neofeudale, nel quale non è un contesto di liberi ed uguali che decide sul proprio futuro grazie all’imprenditorialità, bensì è un vertice di pochi e richissimi che organizza la produzione per i propri scopi costringendo ad una schiavitù sostanziale il 99% della popolazione.

Il filosofo John Dewey affermava che finchè il feudalesimo industriale non verrà rimpiazzato da una democrazia industriale, la politica continuerà ad essere l’ombra proiettata dal grande business sulla società. Nulla di diverso rispetto alla crisi economica che attualmente colpisce l’Europa, gli USA e il mondo intero: non si tratta certamente di un’incidente di percorso, né della inevitabile crisi del sistema, bensì di una scientifica e cosciente pianificazione volta a far sopravvivere e crescere questa forma di neofeudalesimo che impedisce l’affermarsi di una vera democrazia, come sottolineato dall’intervento di osservatori come Democrazia Radical Popolare.

Cercare di comprendere a fondo il sistema, e svelare le mistificazioni con cui i policy maker europei ed internazionali terrorizzano le popolazioni e neutralizzano il dissenso, come le politiche di ricatto imposte al mondo del lavoro, è perciò essenziale.