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Jobs Act

Il 12 Marzo è stato dato l’OK al Decreto Legge n° 34/2014: Jobs Act. È lo strumento giuridico “sponsorizzato” da Renzi per modificare la normativa sul lavoro e rilanciare l’economia e l’occupazione. Il Consiglio dei Ministri Giuliano Poletti ha approvato tale decreto sintetizzabile nei punti seguenti:

I Contratti a Tempo Determinato sono a-causali ( ovvero senza giustificazione), estendibili a 36 mesi (oggi 12 mesi ) con possibilità di più proroghe nell’arco dei 3 anni e sono adottabili per il 20% della forza lavoro

 

I Contratti di Apprendistato sono semplificati: non sussiste l’obbligo di confermare i precedenti apprendisti alla fine del percorso formativo. La busta paga base degli apprendisti sarà pari al 35 per cento della retribuzione del livello contrattuale di inquadramento.


È prevista inoltre l’abolizione del Durc (Documento unico di regolarità contributiva), il documento sugli obblighi legislativi e contrattuali delle aziende nei confronti di Inps, Inail e Cassa edile. Sarà sostituito da un modulo da compilare su internet.


In poche parole le aziende saranno spinte ad assumere, ampliando la quota di risorse a Tempo Determinato, riducendo le Consulenze e la quota di Lavoratori a Tempo Indeterminato.

Il Consiglio dei Ministri ha anche approvato un disegno di legge delega al Governo che affronta gli altri temi: dagli ammortizzatori sociali ai servizi per il lavoro, dall’introduzione di un sussidio di disoccupazione al salario minimo. Queste misure avranno tempi di approvazione più lunghi, quindi rimarremo fermi in attesa!

La tesi sottesa al ragionamento di Poletti sembrerebbe essere grosso modo questa:“Più Flessibilità Uguale Più Occupazione”.

SI TRATTA DI UNA TEORIA FONDATA? NO!

Dal 1990 la gran parte dei paesi che oggi compongono l’Eurozona ha aumentato la flessibilità del mercato del lavoro. Soprattutto, si sono mossi in questa direzione la Grecia, l’Italia, il Portogallo e la Spagna. Ma ci sono anche paesi che hanno aumentato le tutele, come l’Austria e soprattutto la Francia. Complessivamente, noi avremmo dovuto assistere a una riduzione della disoccupazione, o a una sua minore crescita, nei paesi che hanno liberalizzato e viceversa a performance peggiori dei mercati del lavoro nei paesi che hanno reso più rigidi i loro mercati. Invece non si è verificato nulla di tutto ciò.
I dati sulla disoccupazione, oggi in Italia, parlano chiaro 12,7% e 42,7% quella giovanile e la precarizzazione in atto ha come unica conseguenza la perdita di potere contrattuale con un’incidenza drammatica sul reddito dei lavoratori.
Quindi la flessibilità tende a favorire la stagnazione salariale e sembra determinare semplicemente una tendenziale sostituzione di contratti a tempo indeterminato con lavoro a termine. La flessibilità si trasforma in precarietà, con grandi costi sociali soprattutto a carico dei giovani.
La tesi sottesa al ragionamento di Poletti è invece nella pratica questa:“Più Flessibilità Uguale Più Precarietà”.

All’interno della Cgil la sola posizione condivisibile rimane quella di Giorgio Cremaschi (leader della corrente di opposizione in Cgil, raccolta nel documento “Il sindacato è un’altra cosa”) secondo cui :“ LA CGIL DEVE DIRE NO AL JOB ACT ”

 


 Questo articolo nasce dalla collaborazione di Epic con MezzoCaffé - La sveglia dei lavoratori - :

MezzoCaffè nasce un po' di anni fa, per volontà di un gruppo di operai della SKF (fabbrica metalmeccanica della zona industriale di Bari), come spinta propulsiva di reazione all’appiattimento dei sindacati tradizionali, sentendo l’esigenza di ricominciare a parlare, a discutere, a scambiare le idee e perché no a reagire, in fabbrica!Il giornale nasce con l’obiettivo di spiegare e divulgare tutto quanto possa servire a rendere meno ciechi e sordi i lavoratori, ma anche essere una piazza, una tribuna, dove ognuno possa essere parte attiva, dicendo la sua! Il nome MezzoCaffè è stato dato per rendere l’idea di qualcosa che appunto si possa condividere (come la tazzina di un caffè), che serva un po' a svegliare! Nel tempo, il giornale è uscito dalla dimensione aziendale, cominciando a girare in molte altre fabbriche del barese e come un virus a contagiare le coscienze ormai assopite della classe lavoratrice. 

È diventato un vero giornale, coinvolgendo sempre più persone e toccando anche altri temi che non siano prettamente di fabbrica. Oggi è conosciuto anche fuori dal confine cittadino (grazie ad internet). In un Paese come il nostro, dove la vera informazione è morta, MezzoCaffè vuole essere un giornale libero, che dica la verità sulle cose e che soprattutto dia voce a chi voce ormai non l’ha più: i lavoratori!

Dal link è possibile scaricare l'intero n. 74 di MezzoCaffè