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Gran Bretagna e Unione Europea: accordi o ricatti?

Dei 28 Paesi Membri dell’Unione Europea (UE), ne spiccano alcuni con regole e disposizioni che differiscono in parte o totalmente da quelle con le quali viene regolamentata la vita politica ed economica dei restanti Paesi. Tra i Paesi che hanno in qualche modo fatto rispettare la propria volontà democratica, troviamo la Polonia ed il Regno Unito, che hanno rinunciato, attraverso un Protocollo, all’attuazione della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea”, chiarendo che essa si applicherà solo nella misura in cui i principi e i diritti in essa contenuti siano riconosciuti nell’ordinamento dei due Paesi. Inoltre Irlanda, Danimarca e Regno Unito hanno ottenuto la possibilità di valutare caso per caso la loro adesione a qualsiasi decisione comunitaria, concernente la cooperazione giudiziaria, la cooperazione di polizia e le politiche frontaliere. Il Regno Unito e l’Irlanda hanno poi scelto di mantenere i controlli alle loro frontiere esterne (tra di loro è in vigore la Common Travel Area), non aderendo all’accordo di Shengen. E la Danimarca non prende parte alle decisioni e non contribuisce alle missioni condotte dall'Unione europea, di fatto non aderendo alla PESC (Politica estera e di sicurezza comune).

Dei 28 Paesi che fanno parte dell’Unione Europea, 9 sono coloro che non hanno ancora iniziato ad utilizzare l’euro (Bulgaria, Croazia, Danimarca, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Svezia, Ungheria e Regno Unito), tuttavia solo Regno Unito e Danimarca non hanno alcun obbligo all’introduzione della moneta unica nelle loro economie nazionali, mentre i restanti si sono impegnati in tal senso.

Danimarca, Irlanda, Polonia e Regno Unito sono quindi i Paesi che hanno cercato ed ottenuto la possibilità di evitare l’applicazione di alcune disposizioni contenute nei Trattati o nella legislazione comunitaria. Tra loro sicuramente emerge il Regno Unito, in quanto l’unico ad avere deroghe a ben quattro regole decise dall’Unione Europea.

Tabella Deroghe

Dopo quarant’anni nell’Unione Europea, la Gran Bretagna continua a far sentire la propria voce in sede europea. Il Primo Ministro inglese, in seguito alle promesse elettorali ai suoi votanti con una simulazione d’interesse nei confronti delle legittime richieste della sua gente, a giugno, prima delle elezioni del 2017, chiederà loro se hanno ancora la volontà di restare nell'UE. Lo scorso novembre, David Cameron, scrisse una lettera a Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, chiedendo la rinegoziazione di alcuni impegni del Regno Unito nell’UE, che saranno vincolanti nel caso di permanenza nell’Unione Europea, risultato che il ministro si augura di raggiungere.

A febbraio, il Consiglio europeo, ha risposto alle preoccupazioni del Primo Ministro inglese, rassicurandolo all’unanimità che tutte le sue richieste saranno accolte e che entreranno a far parte dell’ordinamento dell'Unione Europea se l’esito del referendum confermerà la loro permanenza nell'UE. In caso contrario, l'intesa cesserà di esistere.

 

L’accordo prevede:

- la possibilità per il Regno Unito di valutare e scegliere, indipendentemente dai voleri dei Paesi che utilizzano la moneta unica, se aderire o meno a riforme del sistema bancario;

- un ulteriore facilitazione nella circolazione di merci, capitali e servizi, abbassando i carichi amministrativi e quindi i relativi costi;

- maggiore garanzia per i parlamentari dei singoli paesi di bloccare un progetto di atto legislativo dell'Unione sul mancato rispetto del principio di sussidiarietà, se questo contrasta i voleri del Parlamento nazionale di Stati membri, ed avere la possibilità di prendere suddette decisioni in luoghi più vicini possibile ai Paesi interessati;

- per gli stranieri che lavoreranno in uno Stato membro per almeno quattro anni si ridurrà l’accesso agli sgravi fiscali, case popolari e bonus per i figli. Il tutto previa notifica alla Commissione e al Consiglio della situazione di afflusso dei migranti di portata eccezionale e per un periodo di tempo prolungato, Un “freno d’emergenza” che durerà per 7 anni rivolto ai prossimi arrivati nel Paese.

 

Il 23 giugno, attraverso un referendum, il popolo deciderà se continuare a sottostare ai voleri comunitari continuando a contribuire ai fondi europei e se introdurre quindi le nuove disposizioni in materia di migrazione, relazioni estere e governance economica.

In questi giorni, i Mercati finanziari non hanno mancato anche questa occasione per dimostrare da che parte vogliono che i cittadini stiano: “La sterlina si è indebolita e i prezzi azionari hanno perso terreno” fa sapere Victoria Leggett, gestore azionario europeo dell’Union Bancaire Privée (UBP), che ha anche paventato l’ipotesi di riapertura di conflitti in Europa se ci sarà il Brexit (uscita della Gran Bretagna dall’UE)

Il ministro dell’economia francese Emmanuel Macron, ha rincarato la dose, annunciando che “i migranti non saranno più a Calais e il passaporto finanziario funzionerà meno bene" in caso di Brexit, e che vista la decisione passata di spingere capitali francesi verso la City, a causa di un aumento della pressione fiscale francese, dopo un’uscita dall’UE, si spingerebbero quei capitali a far ritorno a casa. Nel contempo da Londra arriveranno circa 20 milioni di euro per sostenere la Francia nella gestione dei flussi migratori.

La storia del Regno Unito nell'UE ha chiaramente dimostrato quanto l’imporre la propria volontà abbia portato vantaggi maggiori a chi, come loro, sono riusciti ad evitare il sempre maggiore accentramento di poteri verso le istituzioni comunitarie, rispetto a chi, come noi italiani, ha sottostato senza remora alcuna ai voleri di organismi non democraticamente eletti.

In un’euro-zona che ha deciso di adottare una moneta a cambio (quasi) fisso, costretta ad aumentare la pressione fiscale per finanziare la propria spesa pubblica, che si è ridotta alla stregua di un privato per l’accaparramento di risorse finanziarie, ci sembra paradossale attribuire colpe e paure ai cittadini inglesi, che legittimamente e semplicemente vogliono e devono poter scegliere senza ricatto alcuno, quale dovrà essere il futuro della propria nazione.

L’accordo che sostanzialmente verrà usato per evitare il Brexit, pur portando agli inglesi dei vantaggi rispetto alle condizioni odierne, gioverà più agli inglesi o alla stabilità dell’Unione Europea? Fa più paura un’eventuale precedente di uscita dall’UE che una libera scelta democratica? 

[UPDATE: dalla lettura di quotidiani francesi, tra cui 20 Minutes, si scopre che il 53% dei francesi vorrebbe anch’esso esprimersi sulla permanenza in UE con un referendum e soprattutto, attraverso questo, testare l’equità di trattamento tra i Paesi Europei. Iniziamo a parlare di Frexit?]

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