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Glass Steagal Act e Volcker rule, stabilizzare il capitalismo

Nel panorama di proposte che in questo periodo storico vengono messe sul tavolo dei policymaker per risolvere la crisi economica che stiamo vivendo, si sente spesso parlare di un possibile ritorno al Glass-Steagal Act, la legge sulla regolamentazione del sistema finanziario, voluta dal governo Americano di Franklin Delano Roosevelt, con la quale si cercò definitivamente di mettere un freno alle speculazioni finanziare delle banche d'investimento.

 

La legge, in breve, imponeva una netta separazione tra banche commerciali e banche d'investimento, cioè banche che si occupavano dell'erogazione di credito all'interno dell'economia “reale” (credito per il finanziamento degli investimenti) e banche che, invece, operavano sui mercati finanziari, cercando di fare profitto speculando.

Operando questa distinzione non si permetteva alle banche d'investimento di speculare con il denaro dei risparmiatori, ma solo con il proprio, mentre il denaro depositato nelle banche commerciali per “tenerlo al sicuro” veniva garantito da una istituzione: il Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC), che appunto forniva una garanzia sui depositi delle banche.

Questa legge ha avuto I suoi effetti: negli anni del capitalismo statale, quando I governi intervenivano direttamente nell'economia, dirigendo la domanda aggregata per perseguire I propri scopi (come un' alta occupazione e uno sviluppo economico inclusivo), non ci furono gravi problemi legati al settore finanziario.

Anche se altri problemi persistevano, il sistema economico aveva cambiato forma e sotto le spinte progressiste di vari movimenti politici e non, si svilupparono molti ideali di libertà materiale, economica e “spirituale”.

Alla fine degli anni '70, un cambio di paradigma economico ha sconvolto il metodo di gestione, da parte della politica, dell'economia: è cominciato, così, un periodo storico durante il quale i governi hanno smesso di tutelare gli interessi delle classi socialmente ed economicamente più deboli e hanno ricominciato a tutelare gli interessi delle classi che si trovano in una posizione, dal punto di vista politico ed economico, dominante; tutto ciò è avvenuto mediante varie fasi, che hanno portato la progressiva ritirata dei governi negli interventi economici, con l'idea che, se lasciato libero di operare senza costrizioni, il mercato avrebbe portato benefici per tutta la società.

Questa ideologia ha portato, nel mondo occidentale, allo smantellamento del sistema di controllo governativo sull'economia, culminando nel 1999, sotto il governo Clinton, con il congresso degli Stati Uniti d'America che abrogò il Glass-Steagall Act, (l'Unione Europea l'aveva già fatto nel 1993) sostituendolo con il Gramm-Leach-Bliley Act, che permetteva la fusione tra banche commerciali e banche d'investimento. Clinton sperava così di portare la prosperità economica di cui avevano bisogno.

La conseguenza, però, è stata la crisi finanziaria scoppiata nel 2007, nata da settore bancario, che ha creato un buco nero all'interno dell'economia, facendo precipitare il mondo occidentale in una situazione analoga alla grande depressione del '29. Solo a questo punto ci si è accorti del grave errore di Clinton, e molti si sono scagliati contro la sua avventata decisione di sbrigliare il settore finanziario.

Si è tornati a parlare, allora, di attuare una maggiore regolamentazione del settore finanziario. In questa direzione va la Volcker rule, (che prende il nome dall'uomo che l'ha proposta, l'ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker), che mira ad impedire alle banche commerciali di utilizzare il 'bacino' dei depositi raccolti dai propri clienti per mettere in atto veri e propri apparati di trading speculativi. Questa legge, votata il 10 Dicembre 2013, sembra il primo passo per un ritorno ad un controllo ravvicinato da parte dell'autorità sul settore finanziario e per la prevenzione di crisi bancarie come quella che stiamo vivendo.

Rimane, però, aperto un problema: uno dei più grandi economisti della storia, Hyman Minsky, durante gli anni “d'oro” del capitalismo, analizzando l'economia, in particolare le relazioni tra il settore creditizio e l'economia reale, arrivò a capire (come già altri economisti come Marx e Keynes avevano fatto) che il capitalismo è instabile per natura, poiché i risultati delle transazioni finanziarie in un' economia capitalista sono intrinsecamente incerti.

“Andando più a fondo, Minsky aggiunse che: “esistono dei meccanismi endogeni (interni), come l'aumento di entropia nei sistemi naturali, per cui periodi in cui gli impegni finanziari vengono mantenuti con successo portano ad un aumento dell'incertezza di poter ripagare [gli impegni stessi]. È la natura della stabilità finanziaria a creare i semi della sua distruzione, portando gli operatori economici ad intraprendere posizioni finanziarie in cui sarà sempre meno probabile il ripagamento degli impegni presi. Quindi, anche se il sistema si trova in una situazione stabile, produrrà incrementi di fragilità, che lo porteranno ad essere sempre più suscettibile a situazioni di rottura (crisi). Da questo punto di vista nessun tipo di regolamentazione finanziaria può garantire la stabilità del sistema.” (Kregel)

Il fatto che Minsky abbia portato avanti questi studi durante gli anni della legislazione del New Deal Roosveltiano può farci capire come non sia sufficiente una semplice legislazione bancaria per poter evitare il ripetersi delle crisi.

La fragilità dell'economia è indipendente dalla legislazione finanziaria, che può influenzare solo la propagazione della crisi, ma non il verificarsi della stessa. L'unica cosa che potrebbe evitare il propagarsi della crisi e la sua trasformazione in una grande depressione è l'esistenza di un governo che agisca come fornitore di redditi per il settore delle famiglie e delle imprese, e una Banca Centrale come “prestatore di ultima istanza”, che garantisca i bilanci del settore finanziario.

Questo, in effetti, è ciò che è avvenuto per parecchio tempo nel secondo dopo guerra. I governi intervenivano nell'economia per cercare di stabilizzarne il ciclo tramite:
-aiuti alle imprese;
-un sistema di welfare che proteggesse chi perdeva il lavoratori;
-capitalizzando le banche che subivano pesanti perdite.

Il problema principale rimane il fatto che è il settore delle imprese a decidere, in maniera non coordinata, quanto, cosa e come produrre, utilizzando, per finanziarsi, il credito bancario o l'emissione di titoli sui mercati azionari. Il sistema produttivo, quindi, dipende da questa stretta relazione tra settore imprenditoriale e settore finanziario, che decidono in larga parte il livello della domanda effettiva.

L'instabilità, in questo senso, non può essere sradicata dal sistema capitalistico, ma può essere combattuta in modo che essa non colpisca gli strati sociali meno abbienti e che non conduca ad una polarizzazione della ricchezza (come accade ai giorni nostri). Periodi di recessione, infatti, portano non solo ad un aumento del grado di monopolio delle imprese più grandi, ma ad una maggiore sottomissione del settore lavorativo al settore industriale (e finanziario).

George Soros, descrivendo la situazione attuale, presenta il “percorso delle avventure capitalistiche” come una successione di bolle che, regolarmente, si espandono al di là della propria capacità di tenuta e scoppiano non appena raggiungono il limite della resistenza. “l'attuale stretta creditizia non è il segnale della fine del capitalismo, solo l'esaurimento di un altro pascolo... la ricerca di un altro pascolo partirà quanto prima” (Bauman, Capitalismo Parassitario).

Per tornare al punto di partenza, qualsiasi legislazione che verrà implementata per regolamentare il settore finanziario non cambierà la natura intrinsecamente instabile del sistema economico esistente che, citando il grande economista John Maynard Keynes: “ha come grande problema quello di non garantire la piena occupazione e una giusta distribuzione del reddito”.

L'economista di Cambridge, per sopperire a queste problematiche, suggeriva un intervento governativo che puntasse a creare direttamente lavoro (prendendo le persone per come sono e non cercando di renderle più appetibili per il settore privato), creando, così, un serbatoio di lavoratori assunti nel settore pubblico, che difendesse le persone che perdono il lavoro a causa delle fluttuazioni del ciclo economico e permettesse un aumento dei salari più bassi rispetto a quelli più alti, favorendo così una migliore distribuzione del reddito.

Parallelamente a queste politiche per l'occupazione e per il reddito, Keynes proponeva la creazione di un apparato produttivo che potesse determinare la composizione del prodotto globale, così da non lasciare nelle mani della sola classe imprenditoriale la decisione di quanto e cosa produrre. Come mezzo per attuare questa strategia Keynes proponeva una socializzazione degli investimenti che portasse poi ad un meccanismo di mercato decentralizzato, più vicino, in questo senso, a quello che potrebbe essere definito un “socialismo decentralizzato dal volto umano”, visione che si può riscontrare nei suoi scritti precedenti alla Teoria Generale (Minsky).

Da questo punto di vista, una regolamentazione del settore finanziario non può essere considerata come soluzione al problema delle crisi, ma solo come una parte di un ben più ampio pacchetto di riforme che dovrebbero essere attuate. Probabilmente una rivoluzione di politica economica che voglia garantire una stabilità (sempre che essa sia raggiungibile) dovrebbe muoversi in questa direzione, alimentando il dibattito su quale forma economica sia preferibile al sistema attuale.

Bibliografia 

- Hyman Minsky, “Keynes e l'instabilità del capitalismo” (John Maynard Keynes)
- Jan Kregel, “The natural instability of financial markets
- John Maynard Keynes, “Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta
- Zygmunt Bauman, “Capitalismo parassitario