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21. La flessibilità e il contenimento salariale migliorano la competitività del Paese

Pinocchio alla macina

"Senti, sei proprio sicuro che sia questa la nuova frontiera del lavoro?" 

FALSO!!! 

La crescente ricerca di nuovi mercati su cui concorrere, tanto cara alla logica di accumulazione indiscriminata neomercantile e neoliberista, va inevitabilmente a riflettersi sul mondo del lavoro. Ciò non solo attraverso una moderazione salariale al limite della sopravvivenza, ma anche attraverso una ricerca di “flessibilità competitiva” giustificata da esigenze di “eccessivo costo del lavoro”.

Tutti noi quindi sentiamo continuamente ripetere, quasi come un mantra, che “il mercato del lavoro necessita di riforme strutturali che favoriscano da un lato la flessibilità attraverso la deregulation” (cioè l’eliminazione di vincoli legislativi) al solo scopo di contribuire ad una maggiore competività del sistema Paese.

Le politiche economiche attuali, inaugurate in Italia dal governo tecnocratico Monti-Fornero, fondano infatti la loro azione su queste due idee di stampo neoclassico-monetarista:

1) se si pagano troppi stipendi, cioè se si eliminano tutti i disoccupati, allora arriva l’inflazione, cioè ci saranno troppi soldi in giro e il prezzo delle merci salirà troppo e sempre di più;

2) se si abbassano gli stipendi le aziende assumeranno di più.

Ma per abbassare gli stipendi bisogna che sia lo Stato ad abbassare/contenere gli stipendi pubblici, per creare un meccanismo di contenimento/riduzione a cascata (teorema dei primi del Novecento dell’economista inglese Cecil Pigou).

In realtà le analisi che si ricavano dalla lettura del “Rapporto sulla competitività dei Paesi nel mondo”2  ci offrono indicazioni diametralmente opposte. Dalle pagelle agli Stati emerge che tra i paesi più competitivi al mondo ci sono la Svizzera (primo posto), la Svezia (terzo posto), la Finlandia (quarto posto) e la Germania (sesto posto). Paradossalmente quegli stessi Paesi che, nello stesso rapporto, presentano scarsa flessibilità del lavoro, “mercato del lavoro troppo regolamentato”, troppa burocrazia ed inefficienze.

Le tutele e i diritti presenti nei suddetti Paesi sono reputati eccessivi, percepiti come ostacoli ad investire e come fattori che pregiudicano le vendite all’estero ("the most problematic factors for doing business").

In base al teorema neoclassico, quindi, il Word Economics Forum Global Competitiveness Index avrebbe dovuto bocciare la competitività dei suddetti Paesi perché afflitti, peraltro, dagli stessi malanni dell’Italia che, a sua volta, si colloca, sempre nella stessa classifica, al 43° posto su 193 paesi, dietro Tunisia e Barbados.

La suddetta analisi dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, che la rigidità del mercato del lavoro come causa primaria di perdita di competitività è una pura menzogna, utilizzata ad arte per concretizzare, invece, altri obiettivi non espressamente palesati, come deflazionare l’economia italiana devastando i salari, quindi i consumi, quindi le imprese, per regalare agli investitori internazionali (tedeschi prima di tutto) migliaia di nostre imprese di prestigio con cui fare shopping fortemente sottocosto: le cosiddette "privatizzazioni", non a caso salutate dall'attuale primo ministro Letta come un grande traguardo. Nel frattempo devastando il miracolo dell’economia produttiva italiana.

Le cause del malessere italico vanno ricercate altrove, proprio dietro a quei meccanismi infernali di recessione/deflazione che, con lo spauracchio della scarsa competitivtà (shock therapy), impongono l’adozione di linee politiche di austerità neoliberiste.

(2) Rapporto Global Competitiveness Index del World Economic Forum di Davos (massima assise mondiale della finanza e dell’industria).