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Unione Europea: libertà economiche contro diritti sociali?

Non c’è due senza tre, anzi quattro: i casi Viking, Laval, Rüffert e Commissione contro Lussemburgo.

Di recente la Corte Costituzionale, con la sentenza n.238 del 23 ottobre 2014 ha ribadito l’inviolabilità del nucleo dei diritti fondamentali rispetto alle disposizioni provenienti dall’ordinamento dell’Unione Europea e dai Trattati Internazionali.


La Consulta ha quindi confermato che i principi fondamentali dell’ordinamento italiano e i diritti inalienabili della persona operano da “controlimite” all’ingresso delle norme dell’Unione Europea e delle altre fonti esterne.
Lasciando intatto, tuttavia, il riconoscimento del primato del diritto dell’Unione Europea sul diritto interno, per le materie di competenza dei Trattati, già effettuato con la sentenza n.348 del 2007: “con l’adesione ai Trattati Comunitari, l’Italia è entrata a far parte di un ordinamento più ampio, di natura sopranazionale, cedendo parte della sua sovranità, anche in riferimento al potere legislativo, nelle materie oggetto dei Trattati medesimi, con il solo limite dell’intangibilità dei principi e dei diritti fondamentali garantiti dalla Cost.”
Perché dal 1957, con l’adesione al Trattato di Roma, in poi lo Stato ha progressivamente operato un consistente trasferimento di proprie funzioni sovrane verso l’organizzazione di diritto internazionale oggi denominata Unione Europea.
Per giustificare l’adesione all’ordinamento comunitario, da subito si era ricorso all’art.11 della Costituzione2 .
In realtà, la norma citata prevede esclusivamente una limitazione di sovranità in condizione di parità con gli altri Stati ed in favore di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia delle nazioni.
Dai lavori dell’Assemblea Costituente si evince chiaramente che tale previsione si riferisse ad organizzazioni di diritto internazionale aventi lo scopo di limitare l’utilizzo della forza bellica, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, ad esempio.
E’ opinione consolidata, quindi, che l’applicazione dell’art.11 della Costituzione sia stata estesa forzatamente, se non illegittimamente, in favore di organizzazioni internazionali “sui generis” come l’Unione Europea che poi hanno assunto delle funzioni legislative.
Integrata, in seguito, dalla cosiddetta riforma costituzionale sul Titolo Quinto, la Legge Costituzionale 18 ottobre 2001 n.3, che, modificando l’art.1173 della Costituzione, ha riconosciuto espressamente l’esercizio della potestà legislativa da parte dell’U.E., operando un richiamo inteso non in riferimento a specifiche fonti normative, ma all’intero ordinamento dell’U.E.
Quindi, sorge spontaneo almeno domandarsi come venga esercitata la competenza affidata all’ordinamento dell’Unione Europea.
E, soprattutto, se sia garantito l’effettivo rispetto dei principi fondamentali della Costituzione italiana, intangibili, secondo le citate pronunce della Corte Costituzionale.
Il Trattato sull’Unione Europea individua tra gli obiettivi del proprio ordinamento l’unione doganale, le regole di concorrenza volte a stabilire il funzionamento di un mercato interno, l’unione economica e monetaria, la politica commerciale comune.
È evidente che si tratti di settori fondamentali, le cui decisioni prese ricadono quotidianamente sulla vita dei cittadini.
Le cosiddette libertà economiche, di circolazione dei mezzi, delle persone, dei servizi, dei capitali sono i veri e propri pilastri fondanti dell’U.E., in base alle quali deve essere interpretato l’impianto dei Trattati.
I quattro casi che seguono, offrono uno spunto per comprendere come venga affrontata la contrapposizione tra libertà economiche e diritti sociali dalla Corte di Giustizia Europea, organo deputato ad individuare l’esatta interpretazione del diritto comunitario nel caso concreto.

Viking, Corte di Giustizia UE, 11.12.2007 n.438, C- 438/05

La Viking Line, società finlandese, effettuava un servizio di trasporto marittimo tra Tallin, Estonia e Helsinki, Finlandia. Nell’ottobre 2003 aveva comunicato al sindacato di categoria la decisione di cambiare bandiera ad uno dei traghetti della sua flotta, il Rosella, registrandolo in Estonia. In questo modo, avrebbe potuto operare ad un prezzo più concorrenziale, pagando meno i membri dell’equipaggio ed adeguando la retribuzione agli standard salariali estoni, più bassi rispetto a quelli finlandesi. Pertanto, il sindacato finlandese dei marittimi aveva denunciato il cambio di bandiera “di convenienza”, indicendo uno sciopero e minacciando ulteriori azioni collettive. Ottenendo anche il sostegno del Sindacato Internazionale dei Trasporti.
Dopo l’entrata dell’Estonia nella U.E., la Viking presentava ricorso per l’accertamento della contrarietà dell’azione sindacale alla libertà di stabilimento e per far ingiungere al sindacato di non ostacolarla nell’ottemperare ai diritti spettanti dall’ordinamento comunitario.
Il ricorso veniva accolto ed in sede di impugnazione, il giudice riteneva di deferire la questione alla Corte di Giustizia, visto che l’esito della controversia dipendeva dalla corretta interpretazione del diritto comunitario.
La pronuncia della Corte di Giustizia Europea, quindi, stabiliva che le azioni collettive esperite dai sindacati finlandesi costituivano delle restrizioni alla libertà di prestazione dei servizi ai sensi dell’art.43 del Trattato CE (oggi l’art. 49 TFUE4), affermando che l’azione collettiva progettata, in particolare di lotta contro le bandiere di convenienza, potesse vanificare l’esercizio da parte della Viking della libertà di stabilimento.

Laval, Corte di Giustizia UE, 18.12.2007 n.341, C-341-05

La Laval, impresa lettone, aveva distaccato dei propri operai per eseguire dei lavori in Svezia presso un cantiere edile di una società controllata, la Baltic, che aveva vinto un appalto per la costruzione di una scuola nella città svedese di Vaxholm. Pur senza effettuare alcun collegamento al contratto collettivo di lavoro svedese previsto per quel settore e, quindi, al fine di applicare le condizioni e i trattamenti retributivi contrattuali lettoni.
I sindacati svedesi avevano pertanto intrapreso delle azioni sindacali, in particolare il blocco dell’attività dei cantieri, impedendo l’ingresso agli operai lettoni nel luogo di lavoro, e proclamando uno sciopero di solidarietà.
Perciò, la Laval aveva fatto ricorso al giudice per far accertare l’illegittimità dell’azione di solidarietà e ottenerne il blocco, in più chiedendo al sindacato svedese la condanna al risarcimento dei danni subiti.
Veniva rimessa la questione al sindacato della Corte di Giustizia dell’Unione Europea per stabilire la corretta applicazione del diritto comunitario al caso concreto.
La Corte di Giustizia ha ritenuto che l’azione sindacale esercitata fosse un’ingiustificata restrizione alla libera circolazione dei servizi. Stabilendo perciò che la libertà di stabilimento e la Direttiva 96/71/CE siano da ostacolo ad un’azione collettiva di un’organizzazione sindacale che possa indurre un prestatore di servizi straniero ad avviare una trattativa sulla retribuzione e sulla stipulazione di un contratto collettivo relativo alle condizioni di lavoro ed occupazione più favorevoli previste dallo stato ospitante.

Rüffert, Corte di Giustizia UE, 3.4.2008 n.346, C-346/06

Una società tedesca si aggiudicava un appalto pubblico nella Bassa Sassonia per la costruzione di un istituto penitenziario, affidando poi in subappalto i lavori ad una società polacca. Da un controllo, era risultato che la subappaltatrice non aveva rispettato una legge del Land tedesco, in base alla quale le imprese partecipanti alle gare, nonché le eventuali subappaltatrici, avrebbero dovuto corrispondere ai propri dipendenti almeno le retribuzioni fissate dal contratto collettivo del luogo di esecuzione della prestazione.
La società polacca veniva condannata in sede penale per aver retribuito i lavoratori distaccati in misura inferiore ai minimi salariali, precisamente pari al 46,57% della tariffa minima stabilita nel contratto collettivo del settore edilizio.
Perciò, l’amministrazione tedesca aveva risolto il contratto d’appalto e il curatore fallimentare della società tedesca, il sig. Rüffert, per opporsi aveva adito il giudice, il quale rimetteva la questione alla Corte di Giustizia Europea per far stabilire se la disposizione prevista dalla legge del Land tedesco fosse in contrasto con la direttiva n.71/96, relativa al “distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi”, e con la libertà di circolazione dei servizi.
La Corte di giustizia ha ritenuto che il trattamento retributivo inferiore, riservato dalla società polacca ai lavoratori distaccati, fosse funzionale alla libera prestazione di servizi, in quanto il contratto collettivo applicabile nel luogo dell’esecuzione dei lavori non poteva essere considerato di applicazione generale poiché, ai sensi dell’art. 3.8 della Dir. 96/71/CE sono intesi tali solo quelli che devono essere rispettati da tutte le imprese situate nell’ambito di applicazione territoriale e nella categoria professionale o industriale interessate.

Commissione contro Lussemburgo, Corte di Giustizia UE, 19.06.2008 n.319, C-319/06

La legge attuativa della Direttiva 96/71/CE, del Granducato del Lussemburgo del 20 dicembre 2002, relativa al “distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione di servizi”, aveva reso vincolanti, anche per le imprese di altri stati membri che operavano il distacco di propri lavoratori in Lussemburgo, le disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative e contenute nei contratti collettivi efficaci verso tutti.
La riconducibilità di tale disciplina nell’alveo della direttiva, quali disposizioni imperative di carattere nazionale, era stata effettuata anche nel tentativo, probabilmente, di porre un argine al fenomeno di dumping salariale tra lavoratori.
La Corte di Giustizia Europea, adita dalla Commissione per accertare l’inesatta trasposizione della direttiva, aveva ritenuto che l’introduzione di un obbligo supplementare rispetto al nucleo minimo di norme in protezione dei lavoratori avrebbe potuto dissuadere le imprese con sede in altro stato membro ad esercitare la libertà di prestazione dei servizi, principio fondamentale dei Trattati U.E..

Quattro casi emblematici, dai quali si evince il consolidato orientamento della Corte di Giustizia in favore delle libertà economiche e a scapito dei diritti sociali.
Sul tema, scriveva, il 9 maggio 2010, un preoccupato Mario Monti (sempre dal suo singolare punto di vista): “Fra il 2007 e il 2008 le decisioni della Corte di Giustizia dell’Unione Europea sulle cause Viking, Laval e Rueffert, e Commissione contro il Granducato del Lussemburgo hanno riproposto una vecchia frattura mai sanata: la divisione fra i sostenitori di una maggiore integrazione del mercato e coloro che considerano l’appello alle libertà economiche e alla soppressione delle barriere normative la parola d’ordine per smantellare i diritti sociali tutelati a livello nazionale. Riproporre questa scissione potrebbe allontanare dal mercato unico e dall’U.E.” 5
In realtà, non si tratta di un casi isolati né di un’interpretazione stravagante della
Corte di Giustizia che ha semplicemente applicato le norme dei Trattati a casi concreti.
Peraltro, i principi di diritto espressi dalla Corte di Giustizia Europea hanno immediata operatività negli ordinamenti interni (Corte Cost. 11 luglio 1989, n. 389; Corte di Giustizia n. 113/1985 e n. 389/1989).
Risulta quindi evidente che all’interno del mercato unico europeo si assista ad una competizione al ribasso nella tutela dei lavoratori, i quali risultano privi o quasi di protezione dall’ inevitabile dumping sociale, con lo sfruttamento dei differenti costi del lavoro dei vari stati membri, fenomeno di particolare rilievo anche in seguito all’ingresso nell’U.E. dei paesi dell’est.
L’esito è l’erosione del patrimonio costituzionale acquisito e tutto ciò si compie in maniera subdolamente sottile, perché l’U.E. formalmente non nega l’esistenza dei diritti sociali ma li snatura, subordinandoli all’applicazione delle libertà economiche e rendendoli ancillari al funzionamento del mercato comune.
In tal senso, è significativa la conclusione dell’Avvocato Generale nella causa Viking C-438/05, che addirittura teorizza la creazione di un nuovo contratto sociale a seguito dell’adesione ai Trattati Europei (affermazione di per sé discutibile, considerata la palese carenza di democraticità del processo costruttivo dell’U.E.), un ordinamento economico europeo nel quale i lavoratori si debbano adattare “ad accettare le ricorrenti conseguenze negative connesse alla creazione di una ricchezza crescente da parte del mercato comune” .6 
Effettivamente, la ricchezza crescente di cui hanno goduto le popolazioni europee in questi anni è davvero sotto gli occhi di tutti.
Ma a parte questo, la visione espressa risulta perfettamente coerente con le politiche neoliberiste imposte dall’Unione Europea agli stati membri, specialmente dell’eurozona, dal sistema di vincoli di bilancio e all’impossibilità di creazione di base monetaria, ai conseguenti aiuti finanziari concessi dietro il rispetto di un programma di riforme strutturali, etc.
E’ fin troppo chiaro che nell’egemonia politico-economica espressa dall’U.E. il sacrificio dei diritti sociali sia all’ordine del giorno.
E il principio lavoristico su cui è fondata la Costituzione italiana è stato di gran lunga superato dalla libera concorrenza.
A questo punto, risulta assai difficile sostenere che i “contro limiti” all’ordinamento dell’Unione Europea, costituiti dai principi fondamentali della Costituzione, non siano ancora stati, nella pratica, apertamente violati.

Note

1 La natura giuridica dell’U.E. è definita pacificamente quale organizzazione di diritto internazionale, una “comunità di diritto” che esercita “poteri effettivi provenienti da una limitazione di competenza o da un trasferimento di attribuzioni dagli Stati” (Corte di Giustizia: C-26/62 Van Gend & Loos; C-6/64 Costa c. Enel; Corte Costituzionale, sent. 284 del 2007). 
2 Articolo 11 Cost. “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

3 Vigente art.117, comma 1, Costituzione: “ La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”
4 Articolo 49 TFUE (ex articolo 43 del TCE) Nel quadro delle disposizioni che seguono, le restrizioni alla libertà di stabilimento dei cittadini di uno Stato membro nel territorio di un altro Stato membro vengono vietate. Tale divieto si estende altresì alle restrizioni relative all'apertura di agenzie, succursali o filiali, da parte dei cittadini di uno Stato membro stabiliti sul territorio di un altro Stato membro.
La libertà di stabilimento importa l'accesso alle attività autonome e al loro esercizio, nonché la
costituzione e la gestione di imprese e in particolare di società ai sensi dell'articolo 54, secondo
comma, alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini, fatte salve le disposizioni del capo relativo ai capitali.
5 In “Una nuova strategia per il mercato unico” – “Al servizio dell’economia e della società europea” Pagg. 73-74, al punto 3.2 (Libertà economiche e diritti dei lavoratori dopo Viking e Laval), 9 maggio 2010, Mario Monti.
6 Stralcio, riportato in “La caduta del «principio lavorista». Note a margine di Laval e Viking: un'innovativa giurisprudenza CE fondata su antiche disuguaglianze.” Luciano Patruno - Giur. cost., fasc.1, 2008, pag. 524, dalle conclusioni dell’Avvocato Generale Poiares Maduro nella causa Viking, pag. 59 «l'ordinamento economico europeo è solidamente fondato su un contratto sociale. I lavoratori in tutta Europa devono accettare le ricorrenti conseguenze negative connesse alla creazione di una ricchezza crescente da parte del mercato comune, e in cambio di ciò la società si deve impegnare per un generale miglioramento delle loro condizioni di vita e di lavoro, nonché a fornire un supporto economico ai lavoratori che si trovano in difficoltà a causa dei meccanismi del mercato. Come indica il suo preambolo, tale contratto è incorporato nel Trattato».


Bibliografia:
“La caduta del «principio lavorista». Note a margine di Laval e Viking: un'innovativa giurisprudenza ce fondata su antiche disuguaglianze.” Di Luciano Patruno - Giur. cost., fasc.1, 2008, pag. 524 ;
“ L'Unione Europea in un delicato equilibrio fra libertà economiche e diritti sindacali nei casi Laval e Viking: quando il fine non giustifica i mezzi” di Michele Colucci, Dir. relaz. ind., fasc.1, 2008, pag. 239;
“E’ ineluttabile il passaggio da una Costituzione fondata sul lavoro ad un ordinamento fondato sul libero mercato?” di Mario Giovanni Garofalo, http://archivio.rivistaaic.it/dottrina/libertadiritti/garofalo.html;
“Il caso Rüffert: la Corte di giustizia CE fa un altro passo avanti nella ‘via giudiziaria’ al dumping sociale” di Luciano Patruno, 14 aprile 2008, Costituzionalismo.it, FASCICOLO 2 | 2008;
“Il diritto del lavoro nell’U.E.” a cura di R. Foglia, Giuffré editore, 2011;
“Una nuova strategia per il mercato unico” – “Al servizio dell’economia e della società europea” di Mario Monti del 9 maggio 2010. Pagg. 73-74, al punto 3.2 (Libertà economiche e diritti dei lavoratori dopo Viking e Laval);
“Tutele del lavoro, diritto di sciopero e libertà di contrattazione collettiva tra identità nazionale e integrazione comunitaria” di Umberto Carabelli;

 

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