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Il deficit è sempre negativo?

il deficit è sempre negativo?
La rassegna di oggi si occuperà di un altro tema caldo, quello del deficit degli Stati. Sentiamo infatti ogni giorno i pareri di vari economisti che si dicono particolarmente preoccupati per l’elevato deficit degli Stati europei. Ma cosa sia deficit e a cosa serva non lo dice nessuno

Riduzione della spesa pubblica. Tagli al bilancio. Insostenibilità dello Stato Sociale. Tasse. Ridurre gli sprechi. Tagli al settore pubblico. Trovare finanziamenti privati.

Un mantra ripetuto da anni recita a reti quasi-unificate queste parole. Si sostiene infatti da tempo che è arrivato il momento di farla finita di foraggiare in modo cospicuo il settore pubblico (scuola, istruzione, sanità, giustizia, opere pubbliche, forze dell’ordine ecc) dal momento che assorbe troppe risorse a fronte di una bassa produttività e oltretutto grava in modo pericolosissimo sugli equilibri finanziari delle nazioni. Questo è vero solo per gli Stati a moneta non sovrana, ma per una comprensione più puntuale dell’argomento rimandiamo il lettore alla precedente rassegna di questa rubrica inerente al tema della moneta.

 

La spesa pubblica, come già detto altre volte, è un problema solo nel caso in cui gli Stati non possano emettere da sé la propria moneta (come accade per i 17 Paesi dell’Eurozona), dal momento che richiede risorse che possono essere ottenute solo indebitandosi con le banche private. Senza ritornare sulla questione, passiamo ora al tema odierno.

 

Una delle scuola di pensiero più importanti a proposito della moneta e della spesa è la cosiddetta Modern Money Theory (MMT) che indica due categorie di deficit. Da un lato c’è il deficit a spesa positiva, dall’altro il deficit a spesa negativa. Prima di addentrarci nella trattazione delle due fattispecie, ricordiamo al lettore che in economia il deficit di uno Stato è la differenza negativa tra le entrate (o meglio il Pil) e la spesa pubblica.

 

Spesa a deficit positiva.

Questo tipo di spesa pubblica mira ad arricchire la gente comune e le imprese di medie o piccole dimensioni e a creare ricchezza soprattutto per le classi sociali meno facoltose. Una spesa a deficit positiva, infatti, significa che lo Stato finanzia di sua tasca il settore pubblico e si impegna per realizzare la piena occupazione dei sui cittadini. Praticare una politica economica del genere si traduce nell’arricchimento del settore statale, ma anche in benefici per tutto l’indotto privato. Senza contare che, foraggiando adeguatamente lo Stato Sociale, le spese statali con il tempo possono diminuire anche in maniera sensibile. Questo perché una cittadinanza soddisfatta, in forza e con un buon potere d’acquisto fa risparmiare sugli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, sussidi ai disoccupati, centri di recupero per tossicodipendenti, riduzione di farmaci antidepressivi e così via), riduce la criminalità ed evita il fallimento di banche e imprese. Si è calcolato, ad esempio, che per ogni euro investito nello sport lo Stato ne riceve indietro tre in termini di produttività generale dell’individuo. Il 300% della spesa! Oltretutto redditi più alti significano anche introiti più elevati provenienti dalle imposte: un conto è parlare di un' aliquota fissa su un PIL di 100 e un conto se ragioniamo con un PIL di 250. Inoltre una spesa a deficit positivo incentiva i prodotti nazionali, dunque anche tutto l’export e il suo indotto. Infine è opportuno ricordare che gli Stati più gettonati dagli investitori stranieri, parlando dell’Europa, sono quelli della penisola scandinava che non a caso adottano una politica economica di questo tipo.

 

Spesa a deficit negativa

Questo secondo tipo di politica economica, sponsorizzato dalla scuola neoliberista e neomercantile, incentiva la riduzione della spesa statale e mira al tanto ambito pareggio di bilancio (equilibrio tra entrate e uscite). Lasciamo al lettore curioso la facoltà di informarsi sui motivi per cui uno Stato dovrebbe perseguire una tattica di questo genere; noi ci limiteremo ad esporre solo alcune conseguenze. In primo luogo la spesa a deficit negativo impoverisce tutto il settore pubblico e l’indotto di aziende, imprese e banche privato ad esso collegato. Se infatti un impiegato statale non riceve un salario adeguato alle sue necessità (la riduzione della spesa pubblica comporta anche questo), sicuramente non potrà ottenere un mutuo in banca e quindi non potrà pagare un’impresa edile per farsi costruire una casa, non potrà pagare l’elettricista per l’impianto, né l’idraulico per le tubature. Ciò si traduce in un calo delle movimentazioni del denaro e della ricchezza che, come stiamo vedendo nel nostro Paese, vuol dire precarietà, licenziamenti, aumento dell’età pensionabile, contrazione dei consumi, abbattimento del PIL e delle facoltà economiche pro capite ecc. Il gettito fiscale è meno cospicuo per il fisco, lo Stato esborsa cifre notevoli per gli ammortizzatori sociali (se non li rimuove del tutto) e la produzione industriale, manifatturiera e amministrativa si ferma.

 

Una suggestione finale

Perché mai un governo dovrebbe adottare la seconda tipologia di spesa anziché la prima? La risposta non è affatto immediata, ma rimandiamo il lettore interessato alla lettura del saggio “Shock Economy” di Naomi Klein che, tra l’altro, spiega puntualmente quali vantaggi provengono da una politica economica del genere e chi ne sta approfittando. L’unica suggestione che lanciamo al lettore è il raffronto con la situazione italiana, che applica il secondo tipo di spesa. La crisi dei paesi del mediterraneo, infatti, non è affatto una casualità, ma è frutto di una precisa volontà oligarchica. A voi la palla.

di Fabrizio Leone