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Lo sviluppo e l'ambiente

Lo sviluppo e l'ambiente MMT

Appunti tratti da una lezione universitaria del professor Mathew Forstater nell’ambito del corso "L’ambiente, le risorse e la crescita economica

Il dibattito circa il rapporto fra crescita economica e sfruttamento delle risorse naturali coinvolge da tempo gran parte del mondo accademico e giornalistico internazionale. Lo si può far risalire sino alle riflessioni di classici del pensiero economico come John Stuart Mill, secondo cui le economie dei Paesi industrializzati tendono inevitabilmente ad uno "stato stazionario" della crescita del prodotto nazionale, oltre il quale non c'è necessità di ulteriore crescita ma semplicemente di un'equa redistribuzione della ricchezza.

Tuttavia, ammessa la bontà dell'assunto di Mill, possiamo applicare la stessa logica alle economie dei Paesi in via di sviluppo? Molti studiosi ritengono, infatti, che sia molto più facile per i Paesi industrializzati ridurre il proprio reddito pro-capite, essendo questo sensibilmente più elevato rispetto a quello dei Paesi in via di sviluppo; e sostenuto peraltro da infrastrutture molto più avanzate.

Vi sono sostanzialmente due scuole di pensiero riguardo al dibattito sui problemi ambientali. Molti autori mainstream sostengono che la situazione dei Paesi in via di sviluppo sia problematica a causa della mancanza di infrastrutture, la quale determina da un lato una maggiore dipendenza diretta della popolazione dalle risorse naturali; dall'altro, un maggior livello di danno arrecato alla capacità rigeneratrice delle risorse rinnovabili. Ne consegue che il grado di diffusione delle infrastrutture è la vera discriminante fra Paesi industrializzati e in via di sviluppo: nei primi la dipendenza dalle risorse naturali non è così diretta, e le conseguenze non sono così immediatamente evidenti. Ad esempio, oltre il 50% delle fonti energetiche è costituito, nei Paesi in via di sviluppo, da legname: per le ragioni sopra richiamate sarebbe indesiderabile sostituire tale fonte di approvvigionamento con altre maggiormente efficienti, anche laddove ciò sia fattibile.

 

Diversa è la posizione di altri autori, secondo i quali esempi come quello precedente sono da considerarsi affetti da pregiudizi di fondo, che omettono parti significative della storia di tali Paesi al fine di dimostrare che essi non dovrebbero perseguire una crescita del reddito nazionale.

 

James O'Connor (1), ad esempio, fornisce un quadro di analisi diametralmente opposto rispetto alla visione mainstream: nel descrivere il tipo di sviluppo intrapreso da molti Paesi del terzo mondo, egli individua due caratteristiche fondamentali.

 

La prima è costituita dall'ineguale sviluppo (uneven development): ogni singola esperienza storica risulta, secondo l'autore, nell'ineguale distribuzione dei commerci, dell'industria, del reddito e dei consumi fra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo. L'economia mondiale trascende le entità politiche, configurandosi come un sistema che vede al proprio centro le ricche imprese produttrici dei Paesi industrializzati (spesso definiti "Nord del mondo"), e alla periferia i produttori - generalmente poveri - di materie prime e prodotti agricoli utilizzati come input delle produzioni dei Paesi industrializzati. Una parte di quanto questi ultimi producono è destinato ai consumi interni; un'altra parte viene esportata nei Paesi in via di sviluppo, insieme ad una grande quantità di rifiuti (2).

 

Molte delle esportazioni provenienti dai Paesi industrializzati sono costituite da beni di consumo che i i Paesi in via di sviluppo devono acquistare per poter piantare coltivazioni agricole destinate al mercato; mentre altre sono costituite da beni capitali, molti dei quali inappropriati, che le imprese del Nord vendono per mantenere alti i propri profitti (3). Gran parte di tali acquisti è finanziata da prestiti contratti con istituti finanziari dei Paesi industrializzati: ciò aumenta il grado di interdipendenza e aggrava il macigno dei debiti contratti in dollari che i Paesi in via di sviluppo non sono in grado di ripagare.

 

La seconda caratteristica individuata da O'Connor è la combinazione di forme economiche, sociali e politiche caratteristiche delle aree "sviluppate" con quelle riscontrabili nelle regioni "sottosviluppate" - una combinazione di forme antiche e moderne (combined development). Come fa notare l'autore, si tratta della coesistenza di condizioni di lavoro e forme politiche tipiche del XIX secolo e livello tecnologico caratteristico del XX secolo. Ciò combina le più profittevoli caratteristiche dello sviluppo e del sottosviluppo in una nuova unità che massimizza gli incrementi di profitto: nei Paesi in via di sviluppo, i poveri delle zone rurali spesso migrano verso le aree urbane o verso i Paesi industrializzati, trovandosi inseriti all'interno di metodi di produzione che sarebbero vietati nei Paesi d'origine delle imprese straniere.

 

Ne consegue solitamente il fatto che nei Paesi in via di sviluppo l'entità della classe media è molto ridotta, rispetto alle aree industrializzate. Al contempo i primi manifestano livelli di inquinamento non inferiori a quelli riscontrabili nei secondi: se nei Paesi del "Nord" la presenza di inquinamento ha rappresentato un costo sopportato al fine di ottenere una notevole trasformazione sociale, i Paesi del "Sud" hanno sopportato sia il costo ambientale dell'inquinamento che la mancanza di trasformazioni sociali sensibili. Come afferma Shanmugaratnam (4), la crisi ambientale del Nord è il risultato di oltre 200 anni di sviluppo ottenuto tramite trasformazioni industriali, mentre la crisi ambientale del Sud è la conseguenza di più di 200 anni di sottosviluppo, e sviluppo inadeguato. Il percorso dei Paesi industrializzati, antichi colonizzatori di quelli che oggi vengono considerati Paesi in via di sviluppo, non può pertanto essere raccontato senza tener conto dei fondamentali passaggi storici che l'hanno caratterizzato.

 

Del resto, le imprese dei Paesi industrializzati hanno sempre mostrato di applicare la vecchia dottrina dei vantaggi comparati di David Ricardo (5): se i Paesi del "Nord" sono caratterizzati da una concentrazione di imprese altamente inquinanti, quelli del "Sud" vedono le proprie risorse naturali decrescere costantemente, come in una sorta di divisione del lavoro internazionale. Il risultato è che le città del Terzo Mondo sono, purtroppo, fra le aree più inquinate del pianeta.

 

O' Connor propone anche un interessante parallelismo fra le dinamiche economiche e le leggi della termodinamica: la materia (fisica) costituita dalle emissioni inquinanti nei Paesi industrializzati consiste nella trasformazione della materia che un tempo si trovava sotto forma di suolo fertile o risorse minerarie nei Paesi in via di sviluppo.

 

Alla luce di ciò, forse è necessario ripensare il concetto stesso di sviluppo. La nozione tradizionale di sviluppo si basa sul più crudo concetto di sviluppo umano: come se fosse riconducibile esclusivamente ad un progresso lineare e quantitativo in cui il valore della cultura è pari a zero, e i profitti fossero l'unico parametro con cui misurare la crescita. Una visione sistemica del problema suggerisce perciò che anche i Paesi in via di sviluppo abbiano diritto al proprio “progresso”.

 

NOTE

(1) J. O’ CONNOR, “Uneven and combined development and environmental crisis”, Race & Class, 1989.

(2) THIRD WORLD NETWORK, “Toxic Waste dumping in the Third World”, Race & Class, 1989.

(3) Cfr. O’ Connor (1989).

(4) N. SHANMUGARATNAM, “Development and environment: a view from the South”, Race & Class, 1989.

(5) L'assunto su cui si basa è che ogni paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi). Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_dei_vantaggi_comparati.

  


 

Fonte immagine: http://www.volint.it/scuolevis/images/terra%20amore.jpg