Cerca in Biblioteca

Archivio

Powered by mod LCA

Donazioni

Puoi fare una donazione tramite IBAN: IT53M0335901600100000101247 oppure con Paypal

Importo:  Valuta:

Il ruolo della moneta: un'analisi comparata

Per il filone di economisti appartenenti all'area definita Neoclassica la moneta, nella formazione delle dinamiche economiche, svolge un ruolo neutro: essa, ad esempio, non contribuisce di per se all' aumento o alla diminuzione della disoccupazione o al mutare di qualsiasi altra variabile economica.

 

Il modo in cui studiano l'economia è il seguente: partendo da un'economia basata sul baratto (o economia del villaggio), assumono un mezzo (la moneta) che faciliti gli scambi ed aiuti gli operatori economici a massimizzare il profitto; questa moneta, però rimane neutra nella formulazione che andranno ad elaborare poiché, nella loro visione, essa è solo un lubrificante per gli scambi. L'unica dinamica che essa può influenzare, se non esserne la causa vera e propria, è l'inflazione.

Il fenomeno è spiegato tramite l'equazione: MV= PT, dove:
M= quantità di moneta;
V= velocità di circolazione;
P= livello medio dei prezzi;
T= numero di transazioni;

Questa equazione non è soggetta a controversie: può essere considerata, infatti, una tautologia, poiché è ovvio che la quantità di moneta moltiplicata per la velocità di circolazione sia uguale al livello dei prezzi moltiplicato per il numero di transazioni. I due membri, infatti, sono due modi diversi di descrivere la stessa cosa: PT è uguale al valore nominale del prodotto dell'economia ( PIL) che è dato anche dalla velocità degli scambi dello stock di moneta.

Il problema sorge quando i neoclassici considerano l'economia in un regime di piena occupazione ( con T fisso) e con velocità di circolazione della moneta costante: in questo caso, allora, un aumento della quantità di moneta potrebbe comportare realmente un aumento dei prezzi. È essenziale, quindi, per il modello neoclassico, che la banca centrale non stampi denaro per non causare un continuo aumento dei prezzi.

La moneta, perciò, serve solo a facilitare gli scambi tra gli operatori economici, che in questo modo riusciranno a massimizzare i profitti, vista l'inefficenza del baratto.

La quantità di moneta, allora, verrà fissata dalla B.C. ( banca centrale), che la regola tramite l'imposizione di un obbligo di riserva alle banche private, che per ogni deposito che ricevono dovranno obbligatoriamente detenerne una percentuale (es. 1% o 2%) e prestarne solo il rimanente.
La B.C., tramite questo obbligo, può sempre condizionare la quantità di moneta in circolazione, ed essere al corrente dell'ammontare di denaro in un determinato momento.
Questo stock di moneta deve essere mantenuto scarso, poiché, come detto in precedenza, l'aumentare di quella quantità causerebbe inflazione.

Questo è il motivo per cui molti economisti Neoclassici sono a favore della costituzione di una B.C. che regoli indipendentemente la politica monetaria, senza essere sottoposta a richieste politiche da parte degli esecutivi (vedi banca centrale europea).

Tra gli economisti facenti parte dell'area così detta eterodossa, invece, è opinione comune considerare il ruolo della moneta come centrale nella formazione delle dinamiche economiche; si parla, infatti, di una teoria monetaria della produzione: un metodo di produzione che parte dalla moneta, arriva a beni reali e torna alla moneta; gli imprenditori attueranno degli investimenti che porteranno alla produzione di beni reali, che saranno poi venduti per generare un guadagno (profitto), che dovrebbe superare l'investimento iniziale.

In questi termini, ovviamente, la moneta gioca un ruolo primario nel mercato del lavoro: il livello di occupazione, infatti, sarà determinato dal livello della produzione, che è a sua volta influenzato dal livello della domanda per beni e servizi (dato dalla quantità di moneta che gli operatori economici riescono a percepire), in un dato periodo dell'economia.

Come Keynes afferma nella “Teoria generale”, la moneta non nasce come lubrificante per gli scambi ma è una creazione che l'autorità politica pone come mezzo di pagamento per le sue imposte (tasse). Essa verrà poi accettata dagli operatori economici, che dovranno quadagnarla per poter sopperire all'obbligo che hanno nei confronti dell'autorità.

La moneta, quindi, nasce come un mezzo coercitivo di una porzione della popolazione rispetto alla restante parte: ha un ruolo sociale e può essere utilizzata per ampliare le disuguaglianze o per appianarle.

Rispetto a quanto affermano gli economisti neoclassici sulla capacità che la banca centrale ha di determinare la quantità di moneta, gli eterodossi si pongono esattamente all'opposto: la moneta non è vista come una variabile esogena (fissa, data), controllabile dalla banca centrale, bensì come una variabile endogena.

La variabile di denaro in circolazione non è controllabile dalle autorità politiche (banca centrale) tramite l'utilizzo della riserva obbligatoria, poiché le banche commerciali espandono il loro credito semplicemente prestando denaro, preoccupandosi solo successivamente di reperire le riserve necessarie per coprire le richieste di riserva della banca centrale.

Per ottenere il quantitativo di riserva obbligatoria le singole banche si rivolgeranno o al mercato interbancario delle riserve o alla banca centrale stessa, pagando in questo caso un tasso d'interesse superiore (discount rate).

“L'idea essenziale è che l'offerta di moneta in un'economia imprenditoriale sia determinata dalla domanda – come si espande la domanda di credito così fa l'offerta di moneta. Non appena il credito viene ripagato, l'offerta di moneta si contrae. Questi flussi sono in corso costantemente, e la misura istantanea di quell'ammontare che decidiamo di chiamare offerta di moneta è solo un riflesso arbitrario del circuito creditizzio […]. Quindi l'offerta di moneta è determinata in maniera endogena dal livello del PIL, e ciò significa che esso è un concetto dinamico ( piuttosto che statico). Chiaramente le banche centrali non determinano il volume dei depositi detenuti ogni giorno. Questo emerge dalle decisioni delle banche commerciali di elargire prestiti. La banca centrale può determinare il prezzo della “moneta” impostando il tasso d'interesse sulle riserve bancarie.” (W.F. Mitchell).

Marc Lavoie è un grande esperto della moneta endogena, e in un suo articolo “The endogenus flow of credit and the post- keynisian theory of money” scrive:

“Quando gli imprenditori determinano la domanda effettiva, devono pianificare il livello di produzione, di prezzi, di dividendi da distribuire e anche il tasso medio degli stipendi. Qualsiasi tipo di produzione in un economia moderna, o “imprenditoriale” è di natura monetaria e deve quindi coinvolgere delle considerazioni di carattere monetario. Quando la produzione si trova ad un
livello stazionario, allora si può presupporre per esempio, che le aziende abbiano a disposizione sufficiente liquido per finanziare le loro spese. Questo capitale circolante in aggregato costituisce crediti che non sono mai stati ripagati. Quando le aziende desiderano aumentare le loro spese, tuttavia, devono chiaramente ottenere un ulteriore estensione delle linee di credito
oppure degli ulteriori prestiti dalle banche. Questi flussi creditizi allora riappaiono come depositi nella colonna delle passività dei bilanci della banche, quando le aziende usano questi prestiti per remunerare, per esempio, i loro fattori di produzione”.


Da questo punto di vista la moneta non è più una variabile che può essere controllata a piacimento e quindi una variabile strumentale.

È evidente che l'applicazione nell'analisi delle dinamiche economiche e quindi nelle proposte dei policy-maker a seconda della “teoria” economica che si prende in considerazione, abbiano effetti completamente diversi. In questo momento della storia l'analisi che trova più supporto nelle sfere decisionali che contano è quella neoclassica (anche se i risultati di tale approccio non sembrano soddisfacenti, peggio ancora, possiamo dire che siano controproducenti).
Una riapertura nel dibattito accademico è fondamentale per una riforma generale del modo di gestire la politica economica e quindi per il benessere della società.