Cerca in Biblioteca

Archivio

Powered by mod LCA

Donazioni

Puoi fare una donazione tramite IBAN: IT53M0335901600100000101247 oppure con Paypal

Importo:  Valuta:

Modern Monetary Theory e inflazione - parte 2

La Food Agriculture Organization (FAO) delle Nazioni Unite ha pubblicato ieri il suo indice mensile dei prezzi dei prodotti alimentari (5 gennaio 2011), che ha mostrato come questi abbiano raggiunto un livello record nel mese di dicembre 2010 "superando i livelli del 2008, quando il costo degli alimenti ha scatenato rivolte in tutto il mondo, e suggerendo l’avvertimento che i prezzi erano in un "territorio pericoloso" (guardian.co.uk).

Ci sono diversi motivi per cui i prezzi del cibo si sposteranno ancora più in alto - le catastrofiche inondazioni nel nord Queensland sono tra quelli. Gli aumenti nei prezzi degli alimenti portano ancora una volta ad un invito a salire per i tassi di interesse in ordine alla minimizzazione delle conseguenze inflazionistiche. Questo mi ha spinto a scrivere la seconda parte della mia serie sull'inflazione - in questo caso i motivi dell’inflazione dal lato dell'offerta. Nella parte uno della serie – Modern Monetary Theory  [Modern monetary theory and inflation part I n.d.t.] - Parte 1- mi sono concentrato sulle origini dal lato della domanda.

Nel suo recente rapporto pubblicato nel 2010 – “La situazione di insicurezza alimentare nel mondo” - la FAO ha stimato che:

“Dopo un aumento tra il 2006 e il 2009 a causa dei prezzi elevati dei prodotti alimentari e la crisi economica mondiale, sia il numero che la percentuale di persone che soffrono la fame sono diminuiti nel 2010, la ripresa dell'economia globale e dei prezzi alimentari rimangono al di sotto dei livelli di picco. Ma la fame rimane superiore rispetto a prima della crisi...”

Il grafico seguente mostra l'indice dei prezzi alimentari della FAO fino a dicembre 2010 (da gennaio 1990).

 

Perché è importante questo grafico? Perché i prezzi dei prodotti alimentari invertiranno le tendenze più recenti che hanno visto un modesto calo del numero delle persone sottonutrite nel mondo durante l'anno scorso a causa del calo dei prezzi dal 2008 (soprattutto a causa della recessione). Tutta l'analisi contenuta nel rapporto della FAO - che è moderatamente positivo in termini di tendenze - si basa sul calo dei prezzi dei prodotti alimentari che ha accompagnato la recessione e alcuni buoni raccolti nei paesi in via di sviluppo. Mi aspetto che l’inclinazione positiva non sia realizzata nella pratica, e che la fame aumenterà nel prossimo anno.

Inoltre, nel dettagliato rapporto non si trova nulla a sostegno della tesi che le persone sono povere perché i governi hanno deficit di bilancio. In realtà, sarebbe suggerito il contrario data l'importanza di fornire un'istruzione di qualità, sanità e infrastrutture pubbliche.

Una serie di fatti che devono essere sempre tenuti presenti, in sede di esame di come gli approcci politici delle correnti neo-liberali stavano lavorando, è che nei paesi sviluppati c’era il 13% del totale della popolazione denutrita (2005-07), mentre nei paesi in via di sviluppo questa percentuale era del 16%. In altre parole, il mondo "ricco" non è poi di così molto meglio nel nutrire i suoi poveri.

Comunque, tornando al tema principale.

Nell’articolo del britannico Guardian (5 gennaio 2011) – La minaccia dell’inflazione divide gli economisti [Inflation threat divides economists n.d.t.] - si legge che i cosiddetti esperti sono "divisi sulla questione di sapere se un aumento dei prezzi del petrolio e degli alimentari, si tradurranno in un aumento dell'inflazione e dei tassi di interesse".

Gli ottimisti (quelli che non credono ci sarà una minaccia inflazionistica) mettono in evidenza la possibile natura effimera dell’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e del recente "aumento dei prezzi del petrolio".

Gli indici dei prezzi al consumo che le banche centrali tendono ad utilizzare tagliano fuori gli aumenti effimeri del prezzo per mettere in evidenza i movimenti dei prezzi sottostanti.

Io sono meno ottimista data la domanda di energia da parte delle economie in crescita, come l’indiana e la cinese. Ho fatto una ipotesi su tale questione in questo blog - Fare attenzione a ciò che desideriamo per.... [Be careful what we wish for … n.d.t..]

Il capo del UK National Institute for Economic and Social Research [Istituto nazionale britannico per la ricerca economica e sociale n.d.t.] ha detto al Guardian che la crescente domanda di energia dall’Asia potrebbe "innescare un aumento sostenuto dell'inflazione che avrebbe bisogno di essere soffocato da dei tassi di interesse più elevati". Hanno anche citato uno dei monetaristi estremi del Regno Unito (che spinge ancora quella linea), che considera i bassi tassi di interesse nel Regno Unito, in risposta alla crisi, come una "noncuranza pericolosa". Sta solo rispolverando un suo tema ricorrente, il cui contenuto informativo è basso.

L'articolo del Guardian ha poi presentato il caso opposto, che ho trovato interessante:

Alcuni economisti sostengono che dobbiamo dimenticare l’innalzamento dei tassi di interesse e vivere con una inflazione maggiore importata dalla Cina e dall'Est. Se l’inflazione nel Regno Unito fosse il risultato di un eccesso di domanda nel Regno Unito, poi, dei tassi di base più elevati potrebbero utilmente abbattere anche i consumi e moderare l'inflazione. Se l’inflazione dei prezzi fosse guidata da un eccesso di domanda in Oriente o di carenza di grano australiano - fattori che esulano dal controllo dei politici del Regno Unito - perché soffocare la nascente ripresa economica con tassi più elevati, dicono.

Così la tensione nel dibattito politico è se trattare con un’impennata dei prezzi dal lato dell'offerta (se si scopre essere significativa) tramite politiche dal lato della domanda (serrando i tassi di interesse e con l’austerità fiscale). L’austerità fiscale in questo contesto è considerata essenziale da parte di coloro che credono nel primato della politica monetaria per disciplinare il processo di inflazione, piuttosto che nel senso corrente di un livello del debito pubblico che è troppo alto.

Il riferimento alle alluvioni australiana inoltre, non è insignificante. Le foto che seguono mostrano due immagini satellitari della NASA nella zona nel nord Queensland, intorno a Rockhampton dove le inondazioni fanno molto male al momento. L'immagine in alto è stata scattata il 4 gennaio 2011, mentre la parte inferiore (della stessa area) è stata scattata il 14 dicembre 2010. Esse consentono di valutare come è la situazione - questo è un territorio molto grande.

Si possono vedere più immagini e analisi qui [HERE n.d.t.].

 

Mentre gli effetti umani e sociali delle inondazioni saranno molto significativi, gli economisti si sono concentrati sul loro impatto per la crescita del PIL, l’inflazione e - data l'attuale mentalità neo-liberale – la politica monetaria.

Gli economisti hanno previsto gli effetti delle inondazioni nel Queensland che sono ora - per gentile concessione dei fiumi affluenti dal sud dalla testata - nel mio stato (NSW). Un articolo del Sydney Morning Herald - Gli economisti avvertono di terribili ripercussioni a breve termine (6 gennaio 2011) [Economists warn of dire short-term repercussions n.d.t.] , hanno detto delle inondazioni:

“(...) dovrebbero devastare l'economia australiana quest'anno colpendo la crescita e facendo aumentare l'inflazione (...) le forniture di carbone per un valore di 100 milioni di dollari al giorno venivano perse o rinviate a causa delle inondazioni (...) (economisti) (...) ci si aspetta che la crisi cancelli circa lo 0,3% del prodotto interno lordo immediatamente (...) ci si aspetta un aumento dei prezzi a causa degli effetti per l'agricoltura (...) (ci sarebbe stato un) (...) lo 0,75% di aumento dell'inflazione (...).”

L'impatto sulla crescita dovrebbe essere solo temporaneo perché la spesa pubblica coinvolta nella ricostruzione (integrata dai premi assicurativi, se le compagnie di assicurazione giocano abbastanza onestamente, a differenza di altre crisi dove provarono nel breve a cambiare le loro politiche con gli assicurati tramite ogni sorta di scappatoia e tecnicismo) stimolerà la domanda e, quindi, l'attività economica.

La perturbazione nella estrazione del carbone (molte miniere sono allagate o chiuse a causa di problemi di drenaggio) avranno anche un impatto sui prezzi mondiali del carbone, dato che "il Queensland fornisce quasi un quarto delle esportazioni di carbone via mare nel mondo, e circa la metà di tutte le esportazioni di “carbone da cucina” [coking coal è un tipo di carbone n.d.t.].

Così il dibattito pubblico tra gli economisti sulle inondazioni è ora rivolto al suo impatto "inflazionistico". I prezzi dell'energia sono già in aumento e i prezzi dei generi alimentari cresceranno sicuramente nei prossimi mesi, dato che l'area allagata è un fornitore molto significativo per le linee produttive di molti vegetali (soprattutto in inverno quando le aziende meridionali passano a colture più fredde).

Il commento più stupido che ho sentito ieri è stato quello del nostro Presidente del Consiglio che ha detto che, mentre il governo federale stava per fornire il maggior sostegno fiscale alle comunità colpite dalle inondazioni e alle imprese, avrebbe dovuto fare "risparmi" altrove per assicurarsi di mantenere fede all’impegno di ottenere un bilancio che torni in attivo l'anno prossimo.

Era chiaro che non è stata informata dai suoi consiglieri che con la perdita attesa del prodotto reale (diminuzione della crescita), il bilancio andrà nella direzione opposta per gentile concessione degli stabilizzatori automatici (entrate fiscali in calo, spese sociali in aumento) e non avrà una speranza nell’inferno dell’ottenere un bilancio in attivo.

La domanda più profonda è perché prendono di mira un surplus a questo punto del ciclo economico, in ogni caso, dato che abbiamo almeno il 12,5% delle nostre risorse da forza lavoro che restano inattive (disoccupati o sottoccupati), e anche un numero più alto fuori dalla forza lavoro che vuole lavorare. Questa è un'altra questione che affronterò in un altro blog, un altro giorno.

Molti economisti vengono tirati fuori dai media nelle ultime 24 ore, e molti stanno sostenendo che i tassi di interesse dovrebbero salire per combattere l'impatto inflazionistico.

Così stavano sostenendo un evento dal lato dell'offerta che genera pressioni sui costi in corso di trattazione attraverso una misura dal lato della domanda (che intende spremere il potere d'acquisto e ridurre la domanda aggregata).

 

 

L’inflazione dal lato dell’offerta.

In questo blog - La teoria monetaria moderna e l'inflazione - Parte 1 - [Modern monetary theory and inflation – Part 1 n.d.t.] ho delineato quella che è la teoria dell'inflazione dal lato della domanda.

Gli economisti distinguono tra la spinta dei costi e l’inflazione tirata dalla domanda, anche se la demarcazione tra i due "stati" non è chiara come si potrebbe pensare. Questo è un buon sito per il materiale da fondo culturale.

L’inflazione da domanda si riferisce alla situazione in cui i prezzi cominciano ad accelerare continuamente, perché la crescita della domanda aggregata nominale supera la capacità dell'economia di rispondere attraverso l'espansione del prodotto reale. Ricordiamoci che il prodotto interno lordo (PIL) è il valore di mercato dei beni e servizi finali prodotti in un certo periodo.

Così PIL = PY dove P è il livello aggregato dei prezzi e Y è la produzione reale. La domanda aggregata (spese) è sempre uguale (nella contabilità nazionale) al PIL o PY. Quindi, se c'è una crescita della domanda che non può essere soddisfatta da una crescita di Y allora deve aumentare P.

Keynes ha delineato la nozione di un gap inflazionistico nel suo famoso articolo - JM Keynes (1940) Come pagare per la guerra: un piano radicale per il Cancelliere dello Scacchiere [titolo del Ministro di gabinetto britannico che si occupa di finanza ed economia, n.d.t.]. London: Macmillan.

Mentre questo è stato il contesto della spesa al tempo della guerra di fronte ai vincoli di scarsità dell'offerta (vale a dire, una capacità limitata ad accrescere la produzione vera e propria), il concetto di gap inflazionistico è stato generalizzato per descrivere situazioni di eccesso di domanda (che ho descritto sopra ).

Quando c'è un eccesso di capacità (potenziale di offerta) un aumento della crescita nominale della domanda aggregata ha in genere un impatto sulla crescita del prodotto reale primo come lotta delle imprese per le quote di mercato del lavoro, per accedere alle risorse inattive e alla capacità inutilizzata senza dover affrontare degli aumenti nei costi di produzione. Mentre l'economia si avvicina alla piena capacità, il mix tra crescita del prodotto reale e aumento dei prezzi diventa più probabile possa avere parte verso un aumento dei prezzi (a seconda delle strozzature in settori specifici di attività produttiva). A pieno regime, il PIL può crescere solo attraverso l'inflazione (cioè, aumentano solo i valori nominali).

I costi spinti dall’inflazione (a volte chiamata "inflazione dei venditori") ha una lunga tradizione nella letteratura progressista (Marx, Kalecki, Lerner, Kaldor, Weintraub) anche se non è solo una teoria progressista. Milton Friedman ha ritenuto che le richieste salariali dei sindacati sono una grave minaccia per l'inflazione anche se, in ultima analisi, ha considerato la politica monetaria della banca centrale essere il vero problema, in quanto, ha accontentato queste richieste salariali, aumentando “l’offerta di moneta".

Il costo spinto dall’inflazione è un concetto facile da capire, ed è generalmente spiegato nel contesto dei "mercati del prodotto" (dove le merci sono vendute) in cui le imprese dispongono del potere di determinare il prezzo. In altre parole, il modello di concorrenza perfetta che pervadono i libri di testo tradizionali di economia in cui le imprese non hanno potere di mercato e prendono il prezzo stabilito sul mercato, è abbandonato, e invece le imprese stabiliscono i prezzi applicando una qualche forma di profitto con un rialzo dei costi.

Kalecki è notevole in quanto ha iniziato la sua analisi assumendo il rialzo dei prezzi come un tentativo di sviluppare una teoria economica che si basa sul modo in cui il mondo reale effettivamente opera.

Il concetto è abbastanza semplice anche se ci sono molte versioni differenti. Ma in generale, le imprese sono considerate avere tassi di profitto di riferimento che rendono operativo il rialzo sui costi unitari. I costi unitari sono guidati in gran parte da costi salariali, dai movimenti della produttività e dai prezzi delle materie prime.

Il potere di contrattazione sindacale è stato considerato una componente importante della capacità dei lavoratori di realizzare guadagni nelle retribuzioni nominali e questo potere è stato considerato pro-ciclico - vale a dire, quando l'economia funziona ad "alta pressione" (alti livelli di utilizzo della capacità produttiva) i lavoratori sono più facilmente in grado di riuscire ad ottenere guadagni monetari in termini di salari.

In questi modelli, la disoccupazione è vista come in grado di disciplinare la capacità dei lavoratori di ottenere una crescita dei salari - in linea con Marx nell’idea dell’esercito di riserva dei disoccupati.

I lavoratori hanno motivazioni diverse a seconda della teoria, ma la maggior parte accetta che la crescita reale dei salari (aumentando la capacità del salario nominale o reale per comandare beni reali e servizi) sia un obiettivo primario della contrattazione salariale.

Così otteniamo l’operare di una "battaglia dei rialzi" - i lavoratori cercano di ottenere il vantaggio più reale per sé stessi spingendo per salari monetari più elevati, mentre le imprese resistono alla compressione dei loro profitti passando per il rialzo del costo - cioè, l'aumento dei prezzi con un rialzo costante.

A quel punto non vi è l'inflazione - solo una tantum nell’aumento dei prezzi e nessun cambiamento nella distribuzione del reddito nazionale in termini reali.

Tuttavia, se l'economia sta lavorando ad alta pressione, i lavoratori possono resistere al tentativo da parte del capitale di mantenere il loro salario reale costante (o in discesa) e, quindi, possono rispondere all’aumento dei prezzi, facendo più richieste salariali nominali. Se il loro potere contrattuale è forte (che dal punto di vista delle imprese è di solito in termini di quanti danni possono infliggere i lavoratori attraverso l'azione sulla produzione industriale e quindi sugli utili) allora ci sono probabilità di successo.

A quel punto non c'è ancora l'inflazione. Ma se le imprese non sono disposte ad assorbire la stretta che loro produzione reale sostiene poi aumenteranno i prezzi di nuovo e l'inizio di una spirale salari-prezzi comincerà. Se questo processo continua allora si avrà un costo spinto dall’inflazione.

La causalità può provenire da aziende che spingono per un maggior rialzo e cercano di spremere i salari reali dei lavoratori. In questo caso, ci si può riferire allo svolgimento del processo inflazionistico come ad una spirale prezzi-salari.

 

 

Teoria del conflitto dell’inflazione.

Ci furono una serie di articoli in Marxism Today nel 1974, che hanno avanzato una nozione di inflazione che è il risultato di un conflitto distributivo tra lavoratori e capitale. Un articolo del genere di Pat Devine (1974), “Inflazione e teoria marxista, Marxism Today marzo, 70-92 vale la pena di essere letto se si riesce a trovare. Per inciso, è possibile visualizzare un archivio limitato [limited archive n.d.t.] di Marxism Today dal 1977, ed è una risorsa molto preziosa.

Un altro libro influente al tempo è stato quello di Robert Rowthorn del 1980 - Capitalismo, conflitto e inflazione (Lawrence and Wishart).

La teoria del conflitto deriva direttamente dalle teorie del costo-spinto di cui sopra. La teoria del conflitto riconosce che l'offerta di moneta è endogena (in contrasto con la teoria quantitativa monetarista del denaro che assume, a torto, che l'offerta di moneta è fissa).

In questo mondo, le imprese ed i sindacati hanno un certo grado di potere di mercato (vale a dire, che possono influenzare i prezzi e la produzione da lavoro), senza molta corrispondenza con lo stato dell'economia. Entrambi desiderano mirare alla condivisione di qualche rendimento reale.

In ogni periodo, l'economia produce un dato rendimento reale che è condiviso tra i gruppi che vantano diritti di distribuzione. Se le parti dei desideri reali dei lavoratori e dei padroni sono coerenti con la produzione reale disponibile, allora non vi è incompatibilità e non ci saranno pressioni inflazionistiche.

Ma quando la somma delle rivendicazioni distributive (espresse in termini nominali - richieste salariali e rialzi) sono superiori alla produzione reale disponibile, l'inflazione potrà avvenire tramite i salari-prezzi o la spirale prezzi-salari di cui sopra.

La spirale salario-prezzo potrebbe anche diventare una spirale salario-salario-prezzo come una parte della forza lavoro si propone di ripristinare la “relatività” dopo che un altro gruppo di lavoratori è riuscito nelle sue richieste salariali.

Vale a dire, il conflitto sulla produzione reale disponibile favorisce l'inflazione. Dimensioni diverse possono poi essere studiate - la misura in cui i diversi contratti salariali si sovrappongono e sono adeguati, il tasso di crescita della produttività (che fornisce "spazio" per il salario che può essere accolto senza comprimere il margine di profitto), lo stato di utilizzo della capacità produttiva (che disciplina la capacità delle imprese di trasferire l'aumento dei costi), il tasso di disoccupazione (che disciplina la capacità dei lavoratori di spingere per la crescita nominale dei salari).

Ora qui è la complicazione. Le teorie del conflitto dell’inflazione osservano che affinché questo conflitto distributivo diventi vera e propria inflazione, la banca centrale deve in ultima analisi, "accogliere" il conflitto. Che cosa vuol dire?

Se la banca centrale spinge verso l'alto i tassi di interesse e rende il credito più costoso, le imprese non saranno in grado di pagare salari monetari più elevati (la concettualizzazione è che l'accesso delle imprese al credito serve per "finanziare" le loro esigenze di capitale circolante in anticipo rispetto alla realizzazione tramite la vendita). La produzione diventa più difficile ed i lavoratori (in posizioni negoziali più deboli) vengono licenziati.

L'aumento della disoccupazione, a sua volta, alla fine scoraggia i lavoratori nel continuare la loro richiesta in corso per gli aumenti salariali e in ultima analisi, il processo inflazionistico è soffocato.

Tuttavia, se la banca centrale non inasprisce la politica monetaria e le autorità fiscali non aumentano le tasse, o tagliano la spesa pubblica, le rivendicazioni distributive incompatibili usciranno e l'inflazione diventerà inevitabile.

Nota: non ho considerato in dettaglio in questo blog le interpretazioni dell’economia aperta della teoria del conflitto dell’inflazione che sono state sviluppate da diversi ricercatori latinoamericani. Questo sarà nella parte III di questa serie che scriverò un altro giorno.

Ci sono anche forti allineamenti tra la teoria del conflitto dell’inflazione e la nozione di instabilità finanziaria di Minksy. Entrambi considerano che le dinamiche sono variabili in tutto il ciclo economico e così quando l'attività economica è debole, sia le rivendicazioni distributive che l'atteggiamento delle banche di credito saranno benigne. Come la crescita economica accelera il passo, le rivendicazione aumentano e il rischio-avversione delle banche cala e vengono fatti prestiti più rischiosi.

L’articolo Pat Devine (indicato in precedenza) ha anche introdotto il concetto che l'inflazione era una costruzione strutturale. Egli ha sostenuto che la maggiore forza contrattuale dei lavoratori (che ha accompagnato il lungo periodo di piena occupazione nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale) e la produttività in calo agli inizi degli anni ‘70 ha determinato una tendenza strutturale verso l'inflazione, che si manifesta nell’emergere dell’inflazione a metà degli anni ‘70 che, dice, "si è concluso il periodo d'oro".

Questo concetto implica uno stile di approccio keynesiano alla piena occupazione - e dice che è la gestione della politica fiscale che direttamente tende a mantenere la piena occupazione, e gli alti tassi di crescita permettono alla struttura dei conflitti di emergere. Poi, con il crollo del sistema di Bretton Woods di valute convertibili e tassi di cambio fissi (che ha fornito le forze deflazionistiche alle economie che hanno avuto una forte crescita della domanda interna) queste distorsioni strutturali sono venute alla ribalta.

Rowthorn dice che la crisi della metà degli anni ‘70 - che segnò la fine del periodo keynesiano e l'inizio del periodo neo-liberista - era associata ad un aumento dell'inflazione, ma anche ad una continua contrazione dei profitti a causa del calo della produttività e della crescente concorrenza esterna per le quote di mercato. La contrazione dei profitti ha portato le imprese a ridurre il loro tasso di investimento (che ha ridotto la crescita della domanda aggregata), che combinato con dure contrazioni di politica monetaria e fiscale ha creato la stagflazione che ha tormentato il mondo nella seconda metà degli anni ‘70.

La risoluzione del "pregiudizio strutturale" è stata una politica motivata all’attacco del potere di contrattazione della classe operaia - sia nella forma della disoccupazione persistentemente elevata che di specifiche legislazioni delle relazioni nel lavoro. La seguente distribuzione del reddito reale verso i profitti ha ridotto la spirale inflazionistica, in quanto lavoratori non erano in grado di perseguire la crescita reale dei salari, e la crescita della produttività ha superato la crescita reale dei salari.

In uno dei miei primi articoli (1987) - negli Australian Economic Papers [documenti economici australiani n.d.t.] - Il NAIRU, Structural Imbalance and the Macroequilibrium Unemployment Rate [squilibrio strutturale e macroequilibrio del tasso di disoccupazione n.d.t.] - ho sviluppato l'idea di un tasso di disoccupazione di macroequilibrio Questo è venuto dal mio dottorato di ricerca sull’inflazione e sui tassi naturali. Era il primo studio australiano di isteresi e uno dei primi studi internazionali.

La motivazione era chiaramente che l'orientamento della politica nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Australia era di rimanere fondamentalmente del parere che l'inflazione è il vincolo di base di espansione (e di una maggiore occupazione).

La credenza popolare è che la politica fiscale e monetaria non possano più raggiungere i tassi di disoccupazione più comuni negli anni ‘60, senza un sempre più rapido tasso di inflazione nella disoccupazione. Il tasso naturale di disoccupazione [NRU Naturale Rate Unemployment n.d.t.] che è il tasso di disoccupazione in linea con un’inflazione stabile, è considerato come essere aumentato nel corso del tempo.

La non-accelerazione nel tasso di inflazione della disoccupazione [NAIRU non-accelerating inflation rate of unemployment n.d.t.] è una versione meno rigorosa del tasso naturale di disoccupazione, ma consta di un particolare, il tasso ciclico di disoccupazione stabile coincide con un’inflazione stabile. Cambiamenti di composizione della forza lavoro, assegni di assistenza governativi, il raggiungimento di obiettivi sindacali salariali, tra le altre influenze "strutturali", sono stati tutti coinvolti nelle stime in aumento del vincolo inflazionistico.

Il NAIRU ha raggiunto questo rapido stato rispetto alla professione di un concetto politico condizionato che ho pensato fosse giustificato un attento esame.

La mia tesi di fondo era che una domanda aggregata persistentemente debole crea un mercato del lavoro, che imita le caratteristiche tradizionalmente associate a problemi strutturali.

Le specifiche ipotesi che ho esaminato erano se il tasso di disoccupazione di equilibrio fosse una funzione diretta del tasso di disoccupazione effettivo e, quindi, del ciclo economico. Che è l'effetto di isteresi.

Sviluppando così una comprensione del modo in cui il mercato del lavoro si adatta alle oscillazioni della domanda aggregata e genera isteresi, fornendo una solida base concettuale ed empirica per sostenere la contro-stabilizzazione della politica fiscale (politica aggregata di espansione in una recessione).

Così, mentre potrebbe apparire come un livello di gioco necessario per controllarla, l'inflazione potrebbe essere aumentata e i sottostanti processi ciclici del mercato del lavoro che si trovano in una recessione possono essere sfruttati da politiche della domanda atte a ridurre il tasso di disoccupazione che era stato costante.

In questo lavoro ho descritto un tasso di disoccupazione concettuale, che è associato con la stabilità dei prezzi, in quanto vincola temporaneamente le rivendicazioni salariali dei lavoratori e bilancia le rivendicazioni distributive concorrenti sulla produzione.

Ho introdotto un nuovo termine, il tasso di disoccupazione di macroequilibrio [il MRU macroequilibrium unemployment rate, n.d.t.], che ho notato è stato, soprattutto, sensibile al ciclo a causa dell'impatto delle rettifiche cicliche nel mercato del lavoro per la capacità degli occupati di raggiungere le loro richieste salariali. In questo senso, il MRU si distingue dal tasso di disoccupazione stazionario convenzionale, il NAIRU, che non è concepito per essere ciclicamente variabile.

Quello che volevo mostrare era come ci fosse una interazione tra il reale e MRU che stabilisse la presenza dell’effetto di isteresi.

Per essere chiari - il significato di isteresi, se esiste, è che il tasso di disoccupazione è associato a prezzi stabili, in qualsiasi punto nel tempo, e non deve essere concepito come un rigido vincolo non inflazionistico di una politica macroeconomica espansiva.

Il tasso di equilibrio stesso può essere limitato da politiche che riducono il tasso effettivo di disoccupazione. Questo è il motivo per cui ho scelto di usare il termine MRU, come tasso di disoccupazione non inflazionistico, in quanto distinto dal NAIRU, per evidenziare il meccanismo di isteresi.

L'idea è che lo squilibrio strutturale aumenti in una fase di recessione per effetto delle rettifiche cicliche nel mercato del lavoro comunemente osservate nei periodi di crisi, e diminuisca a livelli più alti della domanda quanto gli aggiustamenti sono impegnati. Lo squilibrio strutturale si riferisce alla incapacità dei disoccupati effettivi di presentarsi come un’efficace offerta in eccesso.

Le regolazioni non salariali nel mercato del lavoro che si accompagnano alla bassa pressione dell'economia, che potrebbero portare all’isteresi, sono ben documentate. Le opportunità di formazione sono dotate di posti di lavoro a livello di entrata e quindi la (media) competenza della forza lavoro diminuisce come l’offerta di lavoro scende. Ai nuovi sono negate le competenze necessarie (e la socializzazione associata a modelli di lavoro stabili) e i lavoratori in esubero affrontano una obsolescenza delle competenze. Entrambi i gruppi hanno bisogno di lavoro, al fine di aggiornare e/o acquisire le competenze necessarie. L’abilità (esperienza), l'aggiornamento, avvengono anche attraverso la mobilità [nel senso di diverso mansionamento o cambi di posto di lavoro, perché è chiaro dalla contestualizzazione che non si riferisce all’istituto della mobilità come è in Italia, n.d.t.], che è limitata in caso di recessione.

Allora perché dovrebbe esserci un qualche tasso di disoccupazione, che è coerente con un'inflazione stabile. Ricordate che questo non è un mondo di Job Guarantee. L'introduzione di un JG cambierebbe notevolmente le cose (più favorevolmente).

Vi è una vasta letteratura che collega il concetto di squilibrio strutturale dei salari all'inflazione dei prezzi. Un tasso di disoccupazione non inflazionistico può essere definito quello che è sensibile al ciclo.

Il mio lavoro al momento stava contribuendo alla visione che l'inflazione era il prodotto di domande distributive incompatibili sul reddito disponibile. Così, quando la domanda aggregata nominale cresce troppo in fretta, qualcosa deve essere dato in termini reali sicché la crescita della spesa sia compatibile con la reale capacità dell'economia di assorbire la spesa.

La disoccupazione può temporaneamente bilanciare le opposte esigenze di lavoro e capitale disciplinando le aspirazioni dei lavoratori in modo che siano compatibili con le esigenze di redditività del capitale. Questo è stato l'argomento di Kalecki, che ho considerato nel blog - Michal Kalecki - Gli aspetti politici della piena occupazione. [Michal Kalecki – The Political Aspects of Full Employment. n.d.t.].

Una stasi nella spirale salari-prezzi potrebbe quindi essere definita in uno stato di macroequilibrio nel senso limitato che l'inflazione sarebbe stabile. Il tasso di disoccupazione implicito ai sensi del presente concetto di inflazione viene definito in questo documento il MRU e non ha connotazioni di volontaria massimizzazione del comportamento individuale che è alla base del concetto di NAIRU, che è al centro della macroeconomia mainstream.

Le richieste salariali sono quindi inversamente proporzionali al numero effettivo di disoccupati che sono sostituti potenziali di quelli attualmente impiegati.

L’aumento dello squilibrio strutturale (tramite la mancanza di aggiustamento ciclica dei salari nel mercato del lavoro) pone un cuneo tra l’offerta di lavoro in eccesso potenziale e quella reale e, in una certa misura, isola le rivendicazioni salariali dei lavoratori dipendenti dal ciclo. Più rapido è l'aggiustamento ciclico, più alto è il tasso di disoccupazione associato con la stabilità dei prezzi.

Stimolare la crescita di posti di lavoro può ridurre il cuneo perché i disoccupati sviluppano nuove e rilevanti competenze ed esperienze. Questi effetti di aggiornamento forniscono l'occasione perché la crescita reale si verifichi come il ciclo riduce il MRU.

Perché le imprese impiegheranno quelli senza competenze? Una ragione importante è che gli standard delle assunzioni cadono come la ripresa comincia. Anziché disturbare le strutture salariali, le aziende offrono lavori a livello di entrata come posizioni di formazione.

E' difficile associare le rivendicazioni salariali (in eccesso sui salari monetari correnti) a seconda della forza lavoro. Mentre le maggiori opportunità di formazione aumentano la minaccia per coloro che erano stati isolati nella recessione, questo effetto è compensato in qualche misura dalla probabilità ridotta di diventare disoccupato.

Il successivo lavoro empirico che ho fatto e che da allora è stato costruito da altri ha fatto saltare il concetto di NAIRU fuori dall'acqua. Si prega di leggere il mio blog - Il temuto NAIRU è ancora in giro! [The dreaded NAIRU is still about!, n.d.t.] - per una discussione maggiore su questo punto.

A quel tempo, e da quel tempo, molti progressisti hanno contestato l'idea che ci sia una parte di stato stazionario nel tasso di disoccupazione che disciplina l'inflazione. A loro parere sembra come se il NAIRU sia una concessione al paradigma tradizionale.

Rowthorn ha chiaramente compreso che ad un certo livello di disoccupazione - che emerge quando il governo restringe le sue impostazioni politiche – si stabilizza l'inflazione. Questo suona come il NAIRU.

In un mio articolo del 1987 ho scritto:

“L’inflazione risulta da rivendicazioni distributive incompatibili sul reddito disponibile, la disoccupazione può temporaneamente bilanciare le opposte esigenze di lavoro e capitale, disciplinando le aspirazioni del lavoro in modo che siano compatibili con le esigenze di redditività del capitale ... La stasi nella spirale salario-prezzo potrebbe essere definita uno stato di macroequilibrio nel senso limitato che l'inflazione sarebbe stabile. Il tasso di disoccupazione ai sensi del presente implicito concetto di inflazione viene definito in questo documento il MRU e non ha connotazioni di volontaria massimizzazione del comportamento individuale che è alla base del concetto di NAIRU ...”.

Si tratta di una distinzione cruciale - non è una sorpresa in un sistema capitalista che creando abbastanza disoccupazione si evitano le rivendicazioni salariali dei lavoratori, dato che, per definizione, devono lavorare per vivere.

Ma si può sostenere questa nozione di equilibrio senza ricorrere al comportamento individualista e di ottimizzazione assunto dal mainstream.

 

 

Il costo delle materie prime aumenta.

Gli shocks nelle materie prime possono anche innescare un costo che spinge l’inflazione. Possono essere importati o di origine nazionale. Dedicherò un blog speciale per gli shocks delle materie prime importati in futuro.

Ma l'essenza è che uno shock importato dei prezzi delle risorse equivale ad una perdita di reddito reale per la nazione in questione. Questo può avere significative implicazioni distributive (come gli shock del prezzo del petrolio dell'OPEC nel 1970 ne aveva). Come il governo gestisce un tale shock è fondamentale.

La dinamica è che le risorse importate riducono il reddito reale disponibile per la distribuzione sul mercato interno. Qualcosa deve dare. La perdita deve essere condivisa o sostenuta da uno dei pretendenti o da un altro. Se i lavoratori resistono ai salari reali più bassi o se i boss non accettano alcuna compressione sul loro margine di profitto è inevitabile quindi che una spirale salario-prezzo/prezzo-salario possa emergere.

Il governo può utilizzare una serie di strategie di fronte a questa dinamica. Si può mantenere la crescita della domanda nominale esistente, che sarebbe molto probabilmente come rafforzare la spirale.

In alternativa, è possibile utilizzare una combinazione di strategie per disciplinare il processo inflazionistico tra cui l'inasprimento della politica fiscale e monetaria per creare disoccupazione (la strategia NAIRU); lo sviluppo di politiche dei redditi consensuali e/o l'imposizione di linee guida dei salari-prezzi (senza il consenso).

I progressisti hanno sostenuto che il modo migliore per affrontare tale probabilità è attraverso una politica dei redditi, sostenendo che la strategia NAIRU è molto costosa in termini di perdita di produzione reale.

Essi considerano che le politiche dei redditi possono essere sviluppate mediando le rivendicazioni sul reddito reale disponibile per renderlo compatibile nel tempo. Vorrei scrivere un blog separato sulle politiche dei redditi visto che ho fatto un sacco di lavoro su di loro tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ‘90.

Ho anche scritto alcuni articoli negli anni ‘80 sulle regole dei salari-prezzi guidate dalla crescita della produttività in alcuni settori (ad esempio, nel cosiddetto modello scandinavo (SM) di inflazione.

Questo modello, originariamente sviluppato per i tassi di cambio fissi, dicotomizza l'economia in un settore competitivo (settore-C) e un settore protetto (settore-S) [dove S è l’iniziale di sheltered n.d.t.]. Il settore-C produce beni, che sono negoziati nei mercati mondiali, ed i suoi prezzi seguono i movimenti generali dei prezzi mondiali. Il settore-C serve come leader negli accordi salariali. Il settore-S non scambia i propri prodotti con l’esterno.

Nei regime di cambi fissi, il settore-C mantiene la competitività dei prezzi se la crescita dei salari monetari nel suo settore è uguale al tasso di variazione della produttività del lavoro (che si suppone essere superiore alla produttività del settore-S), più la crescita dei prezzi delle merci estere. L'inflazione dei prezzi nel settore-C, se la regola di cui sopra si applica, è pari al tasso di inflazione estera. Lo stipendio di norma stabilito nel settore-C si riversa in una crescita dei salari in tutta l'economia.

Il tasso di inflazione del settore-S è uguale quindi alla norma salariale meno il proprio tasso di crescita della produttività. Di conseguenza, il prezzo aggregato dell’inflazione è pari al tasso di inflazione mondiale, maggiorato della differenza tra i tassi di crescita della produttività nei settori C e S, ponderato per il settore-S dal contributo alla produzione totale. Il tasso di inflazione domestico può essere superiore al tasso di crescita dei prezzi esteri senza danneggiare la competitività, finché il tasso di inflazione del settore-C è inferiore o uguale al tasso di inflazione nel mondo.

In equilibrio, i costi nominali del lavoro nel settore-C cresceranno ad un tasso pari allo spazio (la somma della crescita dei prezzi mondiali e la produttività del settore-C). Qualora i costi non salariali siano positivi (le tasse, la sicurezza sociale e altri benefici dati dai datori di lavoro), i salari nominali dovrebbero crescere ad un tasso più basso. La tendenza nel lungo termine per i salari nominali è quella di assorbire lo spazio disponibile. Tuttavia nel breve periodo, il costo del lavoro può divergere dal percorso di crescita permesso. Questo squilibrio deve essere emanato da fattori interni.

Le caratteristiche principali della SM [Modello Scandinavo n.d.t.] possono essere riassunti come segue:

  • Il prezzo in valuta nazionale della produzione del settore-C è esogenamente determinato dai prezzi del mercato mondiale e dal tasso di cambio.
  • L'eccedenza disponibile per la distribuzione tra profitti e salari nel settore-C è quindi determinata dal tasso di inflazione mondiale, dal tasso di cambio e dalle prestazioni della produttività delle industrie del settore-C.
  • Il successo dei salari nel settore-C è diffuso alle industrie del settore-S sia di proposito (solidarietà) o attraverso la competizione.
  • Il prezzo di produzione nel settore-S è determinato (di solito da un rialzo) dal costo del lavoro delle unità in questo settore. Il risultato dei salari nel settore-C e le prestazioni di produttività nel settore-S determinano i costi unitari del lavoro.

Una politica dei redditi può stabilire linee guida salariali che può fissare la crescita dei salari nazionali in base alle tendenze dei prezzi mondiali (rettificato per le variazioni dei tassi di cambio) e la produttività nel settore-C. Ciò contribuirebbe a mantenere un livello stabile dei profitti nel settore-C.

Questo era un livello di equilibrio che dipendeva dalla distribuzione delle quote prevalenti dei fattori al momento in cui le linee guida erano per la prima volta applicate.

Chiaramente, i risultati potrebbero essere diversi da quelli suggeriti dal modello se un breve periodo di regolazione in quote dei fattori fosse richiesta. Una volta che una quota normale di profitto è stata ottenuta le linee guida potrebbero essere forzate per mantenere questa distribuzione.

Una critica importante dello SM come teoria generale dell'inflazione è che ignora il lato della domanda. La mancanza di coordinamento nella contrattazione collettiva e/o una significativa crescita nella componente non salariale del costo del lavoro possono spingere i costi sopra il percorso consentito. Dove pressioni interne creano divergenze dal sentiero di equilibrio dei salari nominali e dei costi vi è una certa logica per il perseguimento di una politica dei redditi basata sul consenso.

Una politica dei redditi, riducendo al minimo le fluttuazioni dei costi interni che affliggono il settore esposto, potrebbe ridurre la possibilità di una contrazione dei profitti nel settore-C, aiutando a mantenere la competitività del settore-C, ed evitando perdite di occupazione. Contributi significativi al livello generale dei costi e, quindi, dei prezzi possono provenire da azioni da parte del governo. Imposte sui dipendenti, oneri governativi diversi e simili possono infatti essere più dannosi per il settore esposto a rivendicazioni salariali maggiori dal mercato del lavoro.

Anche se lo SM è stato originariamente sviluppato per i tassi di cambio fissi, può ospitare tassi di cambio flessibili. I movimenti dei tassi di cambio sono in grado di compensare le variazioni dei prezzi mondiali e gli aumenti dei prezzi locali. Il livello dei prezzi interni può essere completamente isolato dal tasso di inflazione mondiale se il tasso di cambio si apprezza in modo continuo (ad un tasso pari alla somma del tasso di inflazione mondiale e della crescita della produttività del settore-C).

Allo stesso modo, se si verificano aumenti dei prezzi locali, si può mantenere un tasso stabile di inflazione interna se si verifica una corrispondente diminuzione dei prezzi nel settore-C. Un tasso di cambio che si apprezza sconta il prezzo estero in termini di valuta nazionale.

Che dire in termini di variazioni del commercio? Le condizioni commerciali cambiano, il che nello SM giustifica aumenti salariali, stimola anche (in pratica) “simpatiche” variazioni dei tassi di cambio. Questa combinazione blocca l'economia in un legame non competitivo a causa della fissità relativa dei salari nominali. A meno che il tasso di cambio si deprezzi quanto basta a compensare sia la caduta dei prezzi che l'aumento dei salari, la redditività nel settore-C sarà spremuta.

Si è ritenuto opportuno migliorare questa situazione attraverso una politica dei redditi. Tale politica potrebbe essere progettata per impedire i movimenti salariali destabilizzanti, che rispondono a termini di modifiche delle relazioni commerciali. In altre parole, la contrattazione salariale, in linea con i meccanismi definiti dallo SM può essere dannosa sia per l'obiettivo di inflazione interna che per la competitività del settore C, e può essere integrata da una politica formale dei redditi per ripristinare o mantenere la coerenza.

Ricordo a tutti i progressisti di ciò che Rowthorn (un economista marxista) ha osservato:

... I sindacati non possono permettersi di avere troppo successo ...

Il che significa che in un sistema capitalistico, che è guidato dal saggio del profitto, i lavoratori possonocreare disoccupazione avendo troppo successo nelle loro richieste salariali.

 

 

Modern Monetary Theory considerazioni politiche.

Come ho spiegato nella Parte 1 di questa serie – Modern Monetary Theory e inflazione - Parte 1 - un costo spinto dall’inflazione richiede la continuità di determinate condizioni della domanda aggregata come suo combustibile. A questo proposito, il concetto di un lato di inflazione dell'offerta sfuma con l'inflazione da domanda, anche se le loro forze originarie potrebbero essere molto diverse.

Una shock sulle materie prime importate significa solo che il reddito reale è inferiore, e non causa inflazione, a meno che inneschi un continuo conflitto per la distribuzione. Questo conflitto ha bisogno di "ossigeno", sotto forma di un corso di attività economiche nei settori in cui la spirale è robusta.

L'approccio preferito è quello di utilizzare buffer-stock [qui come funzionano e cosa sono, http://www.economicshelp.org/dictionary/b/buffer-stocks.html n.d.t.] di lavoro in collaborazione con aggiustamenti di politica fiscale per consentire al reddito reale disponibile di essere reso compatibile con le rivendicazioni esistenti.

La Modern Monetary Theory respinge l'approccio NAIRU (l'ortodossia corrente) - cioè l'uso delle scorte tampone di disoccupazione - in cui viene controllata l'inflazione con una politica monetaria e fiscale, che porta ad una scorta di disoccupazione. Questo è un obiettivo molto costoso e inaffidabile da perseguire come mezzo per provare l’inflazione da parte dei responsabili politici.

I buffer-stock per l'occupazione appoggiano sul governo sfruttando il suo potere fiscale che si è incarnato in una valuta fiat di emissione del governo nazionale per introdurre la piena occupazione basata su un approccio di buffer-stock. Il lavoro garantito (JG), modello che è centrale per la MMT ed è l’esempio di un approccio delle politiche dell'occupazione di buffer-stock.

Con un Job Guarantee l'ancora all'inflazione è prevista in forma di un salario fisso (prezzo) di garanzia occupazionale.

Per la piena occupazione è necessario che ci siano abbastanza posti di lavoro creati dall'economia per assorbire l'offerta di lavoro disponibile. Concentrarsi su un tasso (comunque probabilmente alto) politico accettabile di disoccupazione è incompatibile con il sostenere la piena occupazione.

In MMT, un uso superiore del margine di flessibilità del lavoro necessario per generare la stabilità dei prezzi è l'attuazione di un programma di lavoro per gli altrimenti disoccupati come piano di attività nel settore reale, che sia ancora per il livello generale dei prezzi e al prezzo del lavoro impiegato in questo (attualmente disoccupato) buffer che può produrre rendimento utile con effetti positivi dal lato dell'offerta.

 L’approccio dei buffer-stock d’occupazione (i JG) sfruttano la concorrenza imperfetta introdotta dalla valuta fiat (tassi di cambio flessibili) che fornisce l’emissione del governo con il potere di prezzare e lo libera da vincoli nominali finanziari.

L'approccio JG rappresenta una rottura di paradigma da entrambe le politiche, tradizionali keynesiane e l’approccio buffer-stock-NAIRU. La differenza è il passaggio da ciò che può essere classificato come spesa in una quantità regolata da spendere, a una regola del prezzo.

Ho notato interesse per questo concetto oggi tra i commenti e scriverò di più su di esso a tempo debito. Ma il punto è che per una regola di spesa (che è l'approccio politico attuale), il governo bilancia una quantità di dollari da spendere a prezzi prevalenti di mercato.

Al contrario, con una regola del prezzo (l'opzione JG) il governo offre un salario fisso a chiunque sia disposto ed in grado di lavorare, e consente in tal modo che le forze di mercato determinino la quantità totale della spesa pubblica. Questo è ciò che io chiamo la spesa sulla base di una regola del prezzo.

Come fa il governo a decidere che quella spesa pubblica netta è giusta? Risposta: il JG è uno stabilizzatore automatico. L'ultimo operaio che viene in un ufficio JG ad accettare un salario segna i limiti del programma e la dimensione dell'impegno di bilancio.

Questo diventa più complicato quando vengono offerti altri programmi. Ma data la natura di stabilizzatore automatico del JG, il governo almeno sa esattamente quanto deve sborsare in ciascun periodo per mantenere (ampia) la piena occupazione. Che cosa fa oltre a questo dipende dalle sue ambizioni politiche e dal grado di capacità in eccesso nei settori non-JG dell'economia.

Molti economisti che sono in sintonia con gli obiettivi della piena occupazione sono scettici nell’approccio JG, perché temono che renderà l'inflazione impossibile da controllare.

Tuttavia, se il governo acquista risorse con zero offerta di mercato (i lavoratori JG) muovendo risorse dai settori inflazionati al settore con prezzo fisso, allora il controllo dell'inflazione è possibile - non importa l'origine.

Alcuni hanno sostenuto che il JG potrebbe essere offerto in combinazione con una politica dei redditi se implicasse che la riserva-JG richiesta, per risolvere la spirale inflazionistica, fosse troppo grande.

Ciò è del tutto possibile se si può elaborare una politica efficace dei redditi. Non è necessario il controllo dell'inflazione una volta che il JG sia a posto, ma quella potrebbe inizialmente ridurre la dimensione del trasferimento di risorse tra economia privata e la riserva-JG, è questo che deve essere considerato problematico.

 

 

Conclusioni

La mia preoccupazione principale circa l'aumento dei prezzi che sono attualmente originati sul versante dell'offerta, riguardano le tematiche della FAO sollevate in via preliminare. Il numero (e la percentuale) di persone alla fame aumenterà, e questo dovrebbe essere una priorità per la politica del governo.

 Certamente non sarà una priorità fino a quando i governi continueranno a capofitto l’austerità fiscale.

Inoltre, con gli approcci politici attuali basati sul NAIRU, se le banche centrali utilizzano le politiche dal lato della domanda per avere a che fare con un problema motivato dal lato dell'offerta, i costi saranno molto elevati. L'unico motivo in cui le politiche dal lato della domanda possono essere utilizzate per avere effetti quando vi è una “ragione” di inflazione dal lato dell'offerta è con la presenza di un sistema occupazionale di buffer-stock in atto.

Completamente a parte – fare attenzione quando i costruttori sono in giro.

Attualmente stiamo facendo certi lavori sulla nostra casa per renderla più funzionale. Così stiamo abbattendo le pareti e cose di quel genere. Quando torno a casa la sera, io sono interessato a vedere i progressi, e finora tutto bene.

Non è così per una persona a Pittsburgh – vedi la storia. [see story, n.d.t.]

Così la prossima volta ci sono dei costruttori nella vostra strada assicuratevi che siano lavori schedulati per la vostra casa o previsti per qualcun altro!

Questo è (più) che sufficiente per oggi!

 Modern Money Theory e inflazione - parte 1


 Fonte: http://bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=13035

 Traduzione a cura di Luca Pezzotta