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Può la moneta essere neutrale?

Nell’articolo “Taxation and the non-neutrality of money” (“La tassazione e la non-neutralità della moneta”) ho voluto affrontare una domanda a cui gli economisti non hanno ancora fornito risposte definitive negli ultimi due secoli, ovvero: perché esiste la moneta e per quale ragione gli agenti economici desiderano risparmiarla?

Le monete fiat, infatti, non hanno alcuna utilità intrinseca perché non sono convertibili in oro né altro tipo di risorse utili per il consumo; tuttavia, l’economia in cui viviamo è assimilabile ad una complessa rete di contratti monetari che legano gli obblighi di pagamento e gli incassi di ogni agente con quelli di tutti gli altri. Perciò non è un caso che le versioni più tradizionali dei modelli economici di equilibrio generale, come ebbe a dire Frank Hahn nel 1965, non riescano a descrivere alcun ruolo particolare per l’esistenza della moneta[1]. Un agente razionale, infatti, anticiperà il fatto che in un’economia caratterizzata da un tempo finito, nell’ultimo periodo del tempo sarà ottimale scambiare tutta la moneta posseduta per beni e servizi reali. Tuttavia se questo avviene, per induzione, nessun agente desidererà possederne al termine di ogni periodo precedente, anticipando quello che avverrà nell’ultimo.

Questo paradosso, conosciuto come il “problema di Hahn” (Hahn’s Problem) in economia monetaria, è stato aggirato in vari modi dagli autori che hanno tentato di spiegare l’essenzialità della moneta negli scambi economici. Alcuni hanno eliminato l’assunto di un orizzonte temporale finito, al fine di introdurre il concetto di incertezza che impedisce di effettuare previsioni razionali sul futuro. Altri, come Paul Samuelson, hanno introdotto un problema intergenerazionale nei propri modelli concludendo che la moneta diviene necessaria nel momento in cui si crea un’opportunità mutuamente vantaggiosa di scambio fra le generazioni più giovani, che dispongono della forza lavoro ma non hanno capitale, e le generazioni più anziane, che hanno accumulato risparmi ma non hanno più possibilità di lavorare. Quei risparmi saranno utilizzati quindi dai più anziani come investimento in capitale produttivo che può essere impiegato da imprenditori giovani per assumere altrettanti lavoratori giovani[2].

Nel caso dei più moderni modelli di economia monetaria, invece, vengono introdotte varie tipologie di “frizioni” rispetto ad un modello di equilibrio generale in cui vige il problema di Hahn. L’esistenza di monopoli nel mercato del lavoro (sindacati), rigidità nel livello dei prezzi data dal potere di mercato delle imprese, oppure di problemi nell’accesso al credito di alcuni soggetti (frizioni monetarie), può riprodurre risultati in cui la moneta diviene necessaria per raggiungere obiettivi ottimali. Pertanto, le politiche fiscali e monetarie divengono efficaci e non più neutrali come nel caso canonico di equilibrio generale.

Tuttavia, in generale questo tipo di modelli assume che nel lungo periodo le imperfezioni di mercato siano trascurabili e perciò la non-neutralità della moneta assume un carattere esclusivamente temporaneo e di breve periodo. Nel medio e lungo periodo, ciò che determina realmente il livello della produzione e dell’occupazione sono fattori di carattere reale come la demografia, il progresso tecnologico e la produttività, a prescindere dalle politiche di gestione della domanda operate dai governi.

In altri modelli ancora, è la ricerca di meccanismi di minimizzazione dei costi di transazione a generare l’esistenza di un mezzo di pagamento comunemente accettato da tutti gli agenti[3]. Il problema di queste categorie di modelli è, tuttavia, che accanto ad equilibri in cui tutti gli agenti attribuiscono un valore positivo alla moneta esistono anche situazioni in cui quel mezzo di pagamento non viene mai accettato ed ha un prezzo nullo in equilibrio. Inoltre, ogni tipo di asset caratterizzato da un rendimento positivo può essere preferito alla moneta che, per definizione, ha rendimento nullo.

La strada seguita da John Maynard Keynes negli anni ’30 per analizzare l’importanza della moneta nel sistema economico è invece differente. Per Keynes, l’esistenza della disoccupazione è riconducibile ad un problema essenzialmente monetario e la natura della moneta come unità di conto, mezzo di pagamento e valore di scambio viene posta a presupposto dell’analisi. Quando la domanda effettiva di beni e servizi è inferiore al livello che sarebbe necessario per assorbire tutta la forza lavoro esistente, gli agenti ridurranno il proprio livello di consumi e ciò porta i profitti attesi a diminuire. Gli imprenditori avranno quindi la percezione che il rendimento di qualunque investimento non è tale da giustificare la conversione della propria liquidità in beni capitali che non possono essere prontamente convertiti in risorse liquide, qualora ve ne fosse bisogno.

Questa caratteristica della moneta, secondo Keynes, impedisce al tasso di interesse monetario di breve termine di diminuire fino al livello che assicurerebbe una situazione di piena occupazione: gli agenti riconoscono l’esistenza di un “premio di liquidità” alla moneta che porta il suo tasso di interesse ad essere rigido verso il basso, e in alcuni casi maggiore del tasso di rendimento atteso degli investimenti reali[4].

La preferenza per la liquidità gioca un ruolo essenziale anche per molti post-Keynesiani che seguono l’approccio tracciato da Keynes e ne enfatizzano le implicazioni di policy. Per Paul Davidson, ad esempio, il ruolo della moneta come riserva di valore in un mondo caratterizzato dall’incertezza radicale sul futuro (un mondo cioè in cui la distribuzione di probabilità degli eventi futuri non è conoscibile) determina l’essenzialità e la non-neutralità della moneta stessa.

Se l’incertezza spiega la naturale propensione degli agenti a risparmiare, ci si potrebbe però chiedere perché sia proprio una certa moneta ad essere utilizzata e risparmiata in un certo territorio e/o da certi gruppi di agenti. A questa domanda i teorici del circuito monetario hanno risposto ponendo l’accento sulla natura creditizia della moneta come ragione fondamentale per cui essa circola e le viene attribuito un valore positivo[5]. Anche se il futuro è certo, infatti, gli imprenditori hanno in generale necessità di indebitarsi per poter effettuare gli investimenti che ritengono redditizi ed è la moneta emessa dal sistema bancario ad assumere un valore generalizzato, proprio perché gli imprenditori stessi dovranno restituire quota capitale e interessi.

Anche i lavoratori, che verranno pagati dagli imprenditori con parte della moneta presa a prestito, sapranno perciò che potranno utilizzarla per acquistare beni di consumo, perché i primi saranno senz’altro disposti ad accettarla in pagamento dei beni e servizi venduti.

Per quale ragione, allora, le banche commerciali non utilizzano titoli di debito l’uno diverso dall’altro ma generano credito denominato nella valuta di stato? Si potrebbe rispondere, osservando la storia del Novecento, che la creazione e la diffusione delle banche centrali è servita ad ovviare problemi di coordinamento che altrimenti sorgerebbero in un mondo di free banking: gli agenti potrebbero decidere di non accettare determinate banconote emesse da determinate banche, e il sistema dei pagamenti entrerebbe in uno stallo con pericoli di corsa agli sportelli che nessuna istituzione centrale potrebbe alleviare.

Ma la tesi fondamentale portata avanti dagli economisti della Modern Monetary Theory, a partire dal lavoro di Warren Mosler, è che il ruolo dello Stato costituisca una causa di primo ordine della neutralità della moneta. L’imposizione della tassazione, associata alla presenza di punizioni monetarie e non-monetarie in caso di mancato assolvimento dell’obbligo da parte dei cittadini, genera una necessità da parte degli agenti economici di detenere almeno la quantità di moneta necessaria per il pagamento delle imposte. L’esistenza della moneta è associata quindi ad un evento coercitivo da parte di un soggetto – lo Stato – che assume su di sé il monopolio dell’emissione monetaria e può determinare il mezzo con cui le passività fiscali imposte alla cittadinanza debbano essere estinte.

Questo meccanismo di monetizzazione delle economie è stato citato da diversi economisti del passato, fra cui Adam Smith, Georg Friedrich Knapp, James Tobin e molti altri, e le testimonianze storiche in merito all’economia delle colonie africane nel diciannovesimo secolo mostrano come esso abbia operato per rendere queste ultime delle economie monetarie[6]. Per utilizzare un concetto familiare agli economisti neoclassici, la frizione fondamentale da cui scaturisce l’essenzialità della moneta è l’esistenza della tassazione ed in particolare l’aspettativa – da parte degli agenti – che nel presente e nel futuro esiste una probabilità positiva di essere soggetti a punizione nel caso in cui non si riesca ad adempiere agli obblighi fiscali.

Gli studi di Dror Goldberg e Randall Wray mostrano come i contesti di iperinflazione siano stati fortemente influenzati da un crollo delle aspettative del pubblico rispetto alla stabilità del sistema statuale[7] e alla sua capacità di esercitare le punizioni. Goldberg mostra infatti esempi storici in cui anche in presenza di iperinflazione, un sistema fiscale forte è in grado di mantenere in vita la circolazione di una moneta tramite il mantenimento di una domanda minima di valuta. È bene precisare che in questo caso si parla della capacità della moneta di circolare ad un prezzo positivo in termini di beni e servizi, ma non della determinazione esatta di questo prezzo che dipende da altri fattori.

La visione cartalista permette quindi di comprendere meglio le posizioni dell’originario dibattito fra keynesiani e neoclassici in merito all’esistenza di equilibri di disoccupazione involontaria. Se Keynes aveva giustamente intuito che il problema della disoccupazione è associato alle caratteristiche del sistema monetario, i neoclassici hanno posto l’accento sulla capacità dei monopoli di impedire quegli aggiustamenti che in un’economia perfettamente competitiva senza frizioni non trovano alcuna ragione d’essere per la moneta. Tuttavia, questi ultimi hanno rivolto l’attenzione verso rigidità del mercato del lavoro e dei capitali, mentre la rigidità di primo ordine che rende una certa moneta generalmente accettata ed utilizzata negli scambi è il monopolio nell’imposizione della tassazione detenuto dai governi. Alcuni autori neoclassici, in maniera indipendente rispetto alla tradizione cartalista, hanno analizzato il problema di Hahn proprio enfatizzando il ruolo della tassazione nell’assicurare un prezzo di equilibrio positivo per la moneta[8].

Ciò permette di spiegare anche quale sia l’importanza della domanda effettiva nel determinare il livello dell’occupazione, e quindi perché la moneta non sia neutrale rispetto agli esiti economici oltre che essere essenziale negli scambi, senza ricorrere alla teoria della preferenza per la liquidità così come originariamente esposta da Keynes. In un contesto di monete non convertibili, in cui i tassi di interesse a breve termine sono determinati dalle banche centrali[9], le variazioni nella preferenza per la liquidità possono determinare variazioni nei premi per il rischio rispetto ai tassi di riferimento fissati dalle banche centrali, ma non possono generare una rigidità verso il basso dei rendimenti sui titoli di debito a breve termine (considerati privi di rischio).

Tuttavia, un aumento del risparmio desiderato dall’intero settore privato nel suo complesso (famiglie ed imprese) può causare una diminuzione della produzione e dell’occupazione se non è compensato da un aumento dell’indebitamento di qualche altro soggetto (ovvero dal governo nazionale e/o dal settore estero), per una questione meramente contabile[10]. Nel momento in cui ad un aumento del risparmio desiderato dal settore privato nazionale e/o del settore estero (nel secondo caso facendo diminuire le esportazioni nette) non corrisponde un aumento del disavanzo del governo, gli agenti sono costretti a tagliare parte dei propri consumi per conseguire comunque quel livello di risparmio desiderato.

La mancanza di un aggiustamento fiscale espansivo da parte dei governi può quindi all’insorgenza della disoccupazione e ad una diminuzione dei profitti e della produzione. Ecco quindi che la moneta emessa dai governi, divenuta essenziale negli scambi a causa del monopolio da essi detenuto che si esprime attraverso la tassazione, genera sempre e comunque effetti reali nell’economia. Il concetto di neutralità della moneta, secondo cui gli esiti economici non vengono influenzati da variabili monetarie, non può quindi essere applicabile né nel breve né nel lungo periodo.


[1] Hahn, Frank (1965). "On Some Problems of Proving the Existence of an Equilibrium in a Monetary Economy". In Hahn; Brechling. Theory of Interest Rates. London: Macmillan.

[2] Nella concezione della maggior parte dei modelli macroeconomici di ispirazione neoclassica, il risparmio anche quando è monetario può essere concepito come risparmio reale, ovvero come capitale. Gli economisti di ispirazione post-keynesiana e sraffiana hanno criticato questa concezione mostrando l’esistenza di un problema di aggregazione nella definizione di capitale impiegata da Samuelson ed altri.

[3] Kiyotaki, N., & Wright, R. (1989). On money as a medium of exchange. Journal of Political economy97(4), 927-954.

[4] Keynes, J. M. (1971-89). The Collected Writings of John Maynard Keynes, D. Moggridge (ed.), London: Macmillan.

[5] Fontana, G. (2000). Post Keynesians and Circuitists on money and uncertainty: an attempt at generality. Journal of Post Keynesian Economics23(1), 27-48.

[6] Jerven, M. (2016). Historical patterns of economic growth in Africa: A review. African Economic History Network Working Paper28.

[7] Goldberg, D. (2012). The tax-foundation theory of fiat money. Economic Theory50(2), 489-497.

[8] Starr, R. M. (1974). The price of money in a pure exchange monetary economy with taxation. Econometrica: Journal of the Econometric Society, 45-54.

[9] McLeay, M., Radia, A., & Thomas, R. (2014). Money creation in the modern economy.

[10] Terzi, A. (2016). A T-shirt model of savings, debt, and private spending: lessons for the euro area. European Journal of Economics and Economic Policies13(1), 39-56.