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Lavorare per un mondo migliore: Catalogare gli argomenti a favore del diritto al lavoro

Prendendo come punto di partenza il lavoro di Amartya Sen, si sostiene la tesi che non esiste un'unica politica con altrettanti vantaggi potenziali come quella del lavoro garantito con salari e benefit per tutti coloro che siano pronti e disponibili a lavorare. La tesi è delineata in 4 argomenti. Sono inoltre catalogati i numerosi costi sociali ed economici della disoccupazione e della sottoccupazione, ed i benefici della piena occupazione. Si fa inoltre riferimento a come il diritto al lavoro sia sostenuto da una serie di argomenti a favore della giustizia sociale, un settore in cui Sen ha dato un contributo importante.

 

In una monografia scritta per l'Ufficio Internazionale del Lavoro nel 1975, Amartya Sen ha delineato quelli che ha definito come i tre aspetti del lavoro: la produzione; il reddito; e l’identificazione. I primi due hanno a che vedere con il fatto che la disoccupazione porti alla perdita di produzione di beni e servizi per la società e redditi più bassi per i disoccupati e le loro famiglie (con un relativo impatto negativo sulle vendite e sulla spesa). Il terzo aspetto implica che ai disoccupati è negata la possibilità di soddisfare un bisogno umano, profondamente sentito, di riconoscimento sociale legato al lavoro. Questa analisi supera il punto di vista economico mainstream–neoclassico del lavoro come 'disutilità' (rappresentato nella curva di offerta di lavoro), in cui gli individui si presume preferiscano sempre il tempo libero e devono, in un certo senso, essere “corrotti” [letteralmente forzati attraverso una “mazzetta” ndr] per lavorare. Al di fuori dell’economia, naturalmente, in antropologia, psicologia sociale e sociologia, l'importanza del lavoro per la propria identità e per la comunità è da tempo riconosciuto. Nell’ambito della triste scienza, questo genere di analisi è stata molto più rara. E. F. Schumacher, nel suo saggio, più volte ristampato, sull’Economia Buddista da Piccolo è bello, ha anche sostenuto, che ci sono tre aspetti cruciali di lavoro per gli occupati. Il lavoro garantisce alle persone


"con ... una possibilità di utilizzare e sviluppare le [proprie] facoltà; metter [loro] in condizione di superare il [loro] egocentrismo unendosi ad altri in una impresa comune; e, infine, produrre i beni e i servizi necessari a una esistenza adeguata. (2010 [1974]: 38)"

 

Schumacher è attento a sottolineare che ciò non avverrà con qualsiasi tipo di impiego, la maggior parte dei lavori nella società industriale moderna sono alienanti e molto faticosi. Per essere vivificante è necessario che l'occupazione sia offerta in "condizioni di dignità umana e libertà" (2010 [1974]: 39), ciò anticipa un messaggio sull’approccio delle capability di Sen. [NdT: Un approccio generale che si concentra sulle informazioni di vantaggio individuale valutato in termini di opportunità piuttosto che secondo un disegno specifico di come una società dovrebbe essere organizzata – (Sen, The Idea of Justice, 2009, p. 232)] 1.

 

In diversi articoli successivi, Sen ha svolto studi sui costi della disoccupazione e sui benefici dell'occupazione (1997; 2000). Politiche di piena occupazione possono essere sostenute da una vasta gamma di argomentazioni, tra cui quella secondo cui l'occupazione è, o dovrebbe diventare, un diritto per tutte le persone che desiderano lavorare. Per dare un’idea molto forte, possiamo dire che, all'interno dell'attuale contesto istituzionale del capitalismo moderno, non esiste una sola politica [economica ndr.] con così tanti benefici potenziali, come un posto di lavoro garantito per ogni persona pronta e disposta a lavorare.

 

Qui di seguito, le argomentazioni a favore del diritto all'occupazione illustrate in 4 punti. Durante il percorso, ci sarà la possibilità di catalogare numerosi costi sociali ed economici della disoccupazione e i benefici della piena occupazione, molti dei quali sono stati notati da Sen nel corso della sua illustre carriera. Si fa inoltre riferimento a come il diritto al lavoro sia supportato da una serie di dibattiti per la giustizia sociale, un altro settore in cui Sen ha fornito contributi rivoluzionari

 

La prima argomentazione a favore della piena occupazione, è che i costi economici e sociali della disoccupazione – diretti e indiretti – sono impressionanti e così i benefici della piena occupazione sono reali e sostanziali. La disoccupazione provoca perdite permanenti di produzione potenziale di beni e servizi; problemi economici, sociali, psicologici e altri come ad esempio la povertà, la criminalità, la salute (fisica e mentale), il divorzio, il suicidio, la tossicodipendenza, l’essere senza fissa dimora, la malnutrizione, la scarsa assistenza prenatale, l'antagonismo etnico, l’abbandono della scuola, famiglie distrutte, etc.; il deterioramento delle capacità e della produttività del lavoro, eccetera (si veda, ad esempio, Jahoda, 1982; Kelvin and Jarrett, 1985; Feather, 1990; Darity and Goldsmith, 1996). Come sostiene Sen:

 

"Vi sono numerosissime prove che la disoccupazione abbia molti effetti devastanti oltre alla perdita di reddito, tra cui danni psicologici, perdita di motivazione al lavoro, di abilità e autostima, aumento delle malattie e morbosità (e anche il tasso di mortalità), interruzione dei rapporti familiari e della vita sociale, una maggiore esclusione sociale e un’accentuazione delle tensioni razziali e asimmetrie di genere (Sen, 1999: 94–5). "

 

L'argomentazione secondo cui la disoccupazione può portare a instabilità sociale può anche essere inclusa in questa sezione: senza un lavoro e una certezza di reddito, i cittadini sono vulnerabili alle ideologie pericolose, ad essere sedotti da movimenti politici antidemocratici che perseguono capri espiatori (Lerner, 1951: 37 ff.).

 

Tra i benefici della piena occupazione vi sono quindi il miglioramento della sicurezza per le persone più oppresse della società, l’attenuazione di una serie di mali sociali ed economici, la stabilità sociale e politica, la crescita della produzione e del reddito. Inoltre, la piena occupazione può anche stabilizzare le aspettative delle imprese e avere un impatto positivo sui salari e sulle condizioni dei lavoratori non qualificati (Vickrey 1993: 9). È stato anche sostenuto che la piena occupazione aumenti l'efficienza. La rimozione della minaccia imposta ai lavoratori dall'esistenza di un esercito di riserva di disoccupati, porta a lavoratori che si sentiranno più sicuri nello spostarsi da un posto di lavoro ad un altro. Questo spesso significa uno spostamento da un lavoro a produttività più bassa ad un lavoro con maggiore produttività.

 

Più semplicemente, un argomento convincente può essere il fatto che i benefici della piena occupazione superano i costi per la sua realizzazione (Moosa, 1997; Piachaud, 1997). Mentre questa argomentazione potrebbe essere utilizzata per sostenere un approccio utilitaristico, occorre dire che è importante anche per coloro che sono critici verso l’utilitarismo stesso. L’economia mainstream, spesso, si concentra sui costi opportunità e sui compromessi necessari per garantire i diritti quali quello al lavoro o quello a un reddito minimo. (Kriesler, 1998). Pertanto, stabilire che esiste un evidente vantaggio netto della piena occupazione è fondamentale per contrastare l' argomentazione secondo cui tali diritti ridurrebbero l'efficienza o rallenterebbero lo sviluppo economico.

 

Il secondo punto a favore della piena occupazione si basa sull'idea che, così come ci sono i diritti umani, politici e civili, ci sono anche  i diritti economici e sociali, tra i  quali quello al lavoro è uno dei più importanti. Tool fa l'importante distinzione tra diritti umani e naturali:


"Il diritto naturale al lavoro ... è una concezione non–empirica, non–esperienziale, extra–causale, di ciò che dovrebbe essere. La sua legittimità deriva dall'accettazione di un antecedente credenza metafisica la quale non può essere incorporata in modo integrato nel processo della ricerca umana. Il diritto umano al lavoro si fonda nel continuum dell'esperienza concreta e di valutazioni razionali delle conseguenze reali vissute, ed è convalidato da una teoria del valore sociale incorporata nell’analisi (Tool, 1998: 285; corsivi originali)."

 

Ma il diritto al lavoro può ed è stato giustificato anche sula base dei diritti naturali. Ci sono una serie di buone ragioni per cui l'argomento dei diritti naturali per l'occupazione non deve essere rifiutato a priori. Inoltre, l'argomento dei diritti naturali può essere combinato con altre logiche rafforzative verso il sostegno del diritto al lavoro stesso. Una valida ragione per non respingere l'argomento dei diritti naturali è che esso è il ‘più tradizionale, e probabilmente il più legittimo dei riferimenti in materia di diritti’ (Siegel, 1994: 78). Inoltre, una serie di importanti sostenitori del diritto al lavoro basano la loro tesi sui diritti naturali. Si tratta di studiosi prestigiosi, ma la cosa più importante è che la Chiesa Cattolica Romana sostiene da tempo il diritto naturale al lavoro. Il diritto naturale al lavoro è di solito desunto da evidenti principi fondamentali del diritto naturale, come il diritto inalienabile alla ‘vita, alla libertà e alla ricerca della felicità’.

 

In ogni caso, molti autori recenti hanno difeso l'occupazione come diritto umano e le politiche di piena occupazione come mezzo per assicurare tale diritto (si veda, ad esempio, Harvey, 1989; Burgess e Mitchell, 1998; Neville e Kriesler, 2000). Questi punti di vista trovano sostegno nel Discorso sullo Stato dell'Unione fatto dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt nel 1944, e in simili dichiarazioni fatte in molti altri paesi. Il diritto al lavoro si può trovare anche in svariati diversi documenti delle Nazioni Unite, tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo. Se gli individui sono pronti, desiderosi e capaci di lavorare e non hanno opportunità di impiego, è responsabilità del governo garantire l'occupazione. Pertanto, anche se è stato sostenuto o si potesse dimostrare che i costi dell’eliminazione della disoccupazione sarebbero maggiori dei benefici monetari, al governo resterebbe ancora la responsabilità di garantire la piena occupazione.

 

Non solo il diritto al lavoro è ritenuto della massima importanza in sé e per sé, ma ha, direttamente e indirettamente, il potenziale per favorire – forse più di ogni singolo meccanismo – un ampio spettro di diritti connessi con la giustizia sociale. I diritti umani che sono promossi mediante l'accesso all'occupazione comprendono il diritto a:

1. un livello di vita dignitoso;

2. contribuire alla comunità;

3. vivere liberi dalla criminalità;

4. una buona salute;

5. vivere senza discriminazioni;

6. sviluppare talento, competenze e capacità;

7. una lunga vita;

8. una nutrizione adeguata;

9. lo sviluppo e miglioramento personale;

10. una casa dignitosa;

11. opportunità;

12. e diritti dei bambini.

 

La forza di una stabile e piena occupazione di assicurare tutta una serie di altri diritti sociali ed economici, ne spiega la sua importanza e la priorità nell'agenda dei diritti umani.

 

"E 'importante riconoscere che il diritto al lavoro è sia un diritto positivo che uno negativo (vedi Gewirth 1996: 217–20). E' un diritto negativo, nel senso che tutte le persone e le entità devono astenersi dal porre ostacoli all’individuo nell'ottenimento, esecuzione o mantenimento di un lavoro produttivo e remunerativo’ (ibid .: 217). Il diritto al lavoro è anche un diritto positivo perché l'impatto della disoccupazione è fondamentale sia alla libertà che al benessere. Nella misura in cui il mercato, rappresentato dai datori di lavoro privati, non riesce a fornire lavoro, l’attore principale deve essere lo Stato in quanto comunità dei diritti. È lo Stato, agendo attraverso il governo, che ha il corrispondente dovere di adottare le misure necessarie per dare lavoro ai disoccupati che sono in grado e disposti a lavorare. In questo modo il governo, che agisce per la comunità dei diritti, diventa il garante della piena occupazione (Gewirth 1996: 216) "

 

Il terzo argomento è che la promozione e il mantenimento della piena occupazione è richiesta per legge in molti paesi; ad esempio, la Legge sull'Occupazione del 1946 e la Legge di Piena Occupazione e Crescita Equilibrata del 1978 (legge Humphrey Hawkins) negli Stati Uniti. La prima corrisponde grossomodo al Libro Bianco Britannico del 1944 sulla politica per l'occupazione. Esistono normative simili anche in molte altre nazioni2. Così, anche se si  sostenesse che i costi sono proibitivi e che l'occupazione non è un diritto naturale, si può affermare che per il diritto vigente molti governi sono obbligati a garantire la piena occupazione. Tale argomentazione sostiene il diritto al lavoro in base ai principi della giustizia giuridica. Naturalmente, la semplice emanazione di leggi che impongono ai governi di perseguire la piena occupazione non assicura che essi adotteranno una politica che garantisca tale risultato. Comunque, l'esistenza di tali leggi dà vigore all’idea che molte società hanno riconosciuto l'obbligo di garantire la disponibilità di posti di lavoro per tutti – anche se il meccanismo per soddisfare tale obbligo non è stato ancora messo in atto.

 

Il quarto argomento è che, in un'economia capitalista, la piena occupazione è un imperativo etico. Nelle economie capitalistiche, gli individui e le famiglie sono in gran parte responsabili di provvedere al proprio benessere. In tutte le economie industrializzate e in molte economie in via di sviluppo, la maggior parte dei lavoratori non hanno i mezzi di produzione sufficienti a provvedere alla propria sussistenza, ma invece devono ottenere i mezzi di acquisto e i mezzi di pagamento (moneta) necessari per l'acquisto degli strumenti di sussistenza, vendendo la propria forza lavoro nel mercato. Inoltre, il requisito che le tasse devono essere pagate nella valuta del governo, significa che anche coloro che possiedono i mezzi di produzione tali da garantire la propria sussistenza, devono mettersi sul mercato del lavoro per ottenere la valuta con cui assolvere i propri obblighi fiscali. La disoccupazione, il mancato ottenimento di un impiego per guadagnare  un salario corrisposto in denaro, ha quindi un impatto terribile sui disoccupati in un'economia organizzata in maniera capitalistica (Forstater, 2003).Persino i contadini largamente autosufficienti perderanno i loro mezzi di sostentamento (le loro fattorie), se non guadagnano un reddito sufficiente a pagare le tasse – cosa che li mette in condizione, o di vendere una parte della loro produzione oppure di trovare un posto di lavoro retribuito all’esterno, al fine di pagare la somma di denaro che gli viene richiesta.

 

In una società in cui la disoccupazione è sistemica, l'inazione del pubblico costituisce l’ineluttabile destino sociale dei lavoratori e delle loro famiglie alla povertà e/o alle varie forme di assistenza:

 

"È ovvio che la specializzazione del lavoro ... ha raggiunto un punto nel quale ricevere un reddito monetario su base continuativa fornisce un accesso diretto ai mezzi materiali di sostentamento.Tutti gli individui adulti, come condizione per la loro continuità psicologica, fisica e culturale, hanno bisogno di avere accesso regolare ad un adeguato flusso di reddito monetario che fornisca i 'biglietti per la partecipazione' alla maggior parte degli aspetti della vita economica e sociale. (Tool, 1998: 285–6)

 

Questa attenzione per l'impatto della disoccupazione sui ‘funzionamenti di base(Basic Functionings) 3  è coerente conl’approccio delle capacità’ (Capabilities Approach) di Sen. Questo approccio, che Sen (1987: 1041) descrive come ‘tornare alla focalizzazione di Smith e Marx sulla soddisfazione dei bisogni’, giustifica l'occupazione garantita basandosi sul fatto che si tratta di un prerequisito per la raggiungimento di una nutrizione adeguata, la capacità di evitare la morbilità e la mortalità prematura prevenibili, e le altre condizioni e stati che sono necessari ad una persona per poter vivere una vita dignitosa' (DeMartino, 2000: 146). Essa è inoltre coerente con il noto ‘principio di differenza4 di John Rawls in cui si afferma che i diritti e le opportunità sociali ed economiche devono essere disposte a beneficio dei meno avvantaggiati (Rawls, 1971). Altresì, Tool sostiene che il mancato ottenimento di un impiego può provocare non solo una privazione dei diritti civili, sociali ed economici, ma anche politici, inoltre:

 

“Un'economia è ingiusta, ancor di più, quando tollera una significativa o prolungata disoccupazione involontaria. Dal momento che, come tutti sanno, in un'economia di scambio, la disponibilità dei posti di lavoro di fornire un reddito continuo e adeguato è fonte di discrezionalità economica, di libertà economica, quelli senza lavoro e reddito, sono economicamente, e in qualche misura politicamente, privati dei diritti civili. (Tool, 1979: 332)”

 

Pertanto, anche se i costi sono proibitivi, anche se l'occupazione non è considerata un diritto, e anche se la legislazione vigente non viene interpretata come un imperativa richiesta al governo di agire al fine di promuovere e mantenere la piena occupazione, tuttavia per il governo, non farlo, sarebbe sbagliato.

 

Senza dubbio ci sono molti altri argomenti a favore della piena occupazione; queste categorie si sovrappongono e devono essere prese per provvisorie. Chiaramente, però, gli argomenti per la piena occupazione –sia individualmente, che  nel loro insieme– sono convincenti. Il punto cruciale è che la disoccupazione è endemica al capitalismo. Naturalmente, anche se la disoccupazione non fosse insita nel capitalismo, gli argomenti per le politiche pubbliche di promozione della piena occupazione sarebbero ancora forti, ma l'esistenza di una persistente disoccupazione involontaria fornisce una forte giustificazione sulla priorità delle iniziative a favore della piena occupazione.

 

Nell’attuale quadro istituzionale del capitalismo moderno, non ci può essere una singola politica che abbia più vantaggi potenziali di quelli della vera piena occupazione, o del lavoro garantito ad ogni persona capace e disposta a lavorare. La disoccupazione danneggia gli individui, le famiglie, i quartieri, i villaggi e le comunità; la creazione di posti di lavoro porta benefici economici e sociali reali, tangibili, diretti e indiretti non solo per gli occupati, ma per tutti i membri della comunità e alla comunità nel suo complesso.

 

Non è detto che l'insieme dei vantaggi dovuti alla creazione di posti di lavoro sia una semplice sommatoria dei benefici sociali, macro e microeconomici. Piuttosto, ci può essere una dinamica sinergica del lavoro, in cui prestazioni in un’area aumentino le prestazioni in altre. In altre parole, si può verificare un principio di causalità cumulativa, in cui i feedback positivi e le dinamiche di rinforzo predominino. L'effetto complessivo può quindi essere superiore alla somma dei singoli effetti. Questi sono i moltiplicatori sociali ed economici che derivano dalla creazione di posti di lavoro, e giovano in molti modi a individui, famiglie, quartieri e intere comunità.

 

Gran parte del lavoro di Sen è stato dedicato a portare nuovamente l'etica nell’economia. Benchè lui sia stato spesso un forte critico della teoria neoclassica mainstream, non ha mai fatto una rottura completa, forse nella speranza di portare il maggior numero possibile di compagni di viaggio insieme a lui. Al pari, o in maniera maggiore di ogni altro economista contemporaneo, l'influenza di Sen è stata sentita ben oltre la sua disciplina, soprattutto nella filosofia e nell’etica. L’economia così come concepita da Amartya Sen deve essere soprattutto al servizio del miglioramento della vita reale delle persone. Per il complesso di vantaggi che ne derivano per tutti, sarebbe difficile pensare ad un punto di partenza migliore che quello di un lavoro garantito dal governo ad un salario minimo.

 

Dichiarazione di conflitto d’interessi

L'autore dichiara l’assenza di un potenziale conflitto di interesse rispetto alla ricerca, alla paternità e alla pubblicazione di questo articolo.

 

Finanziamento

L'autore non ha ricevuto alcun sostegno finanziario per la ricerca, la paternità e/o la pubblicazione di questo articolo.

 

Riferimenti bibliografici

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Note 

1 ) L’approccio delle capabilities è innanzitutto una struttura per valutare il benessere individuale e collettivo. L’approccio è stato sviluppato in tre decadi e si caratterizza per la sua interdisciplinarietà.


“Con l’espressione capacità (capabilities) Sen intende invece la possibilità di acquisire funzionamenti di rilievo, ossia la libertà di scegliere fra una serie di vite possibili: “nella misura in cui i funzionamenti costituiscono lo star bene, le capacità rappresentano la libertà individuale di acquisire lo star bene”. Per questa ragione, Sen sottopone a critica tutte quelle teorie che fanno della libertà un qualcosa di meramente strumentale, privo di valore intrinseco: gli stessi Dworkin e Rawls hanno soffermato la loro attenzione più sui mezzi e le risorse che portano alla libertà che non sull’estensione della libertà in se stessa. I “beni primari” di cui dice Rawls e le “risorse” di cui scrive Dworkin sono agli occhi di Sen degli indicatori assai imprecisi e vaghi di ciò che si è realmente liberi di fare e di essere. Ancora più vago e impreciso è il “reddito”, poiché una persona malata e bisognosa di cure è sicuramente in una condizione peggiore di una persona sana avente il suo stesso reddito.”http://www.filosofico.net/amartyasen.htm

 

“L’approccio delle capacità si presenta come un paradigma teorico critico e alternativo alle classiche visioni dello sviluppo che guardano esclusivamente al PIL, alla produzione di ricchezza e alla massimizzazione del benessere economico senza tenere conto del modo in cui le risorse sono impiegate e i beni e le ricchezze sono distribuite tra i paesi e all’interno di una società. L’idea di fondo è che lo sviluppo debba essere inteso non solo in termini di crescita economica ma come promozione dello sviluppo e del progresso umano, delle condizioni di vita delle persone la cui realizzazione non può prescindere da elementi fondamentali quali la libertà di scelta e di azione, il benessere, non solo materiale, e la qualità della vita. In base a questo approccio, benessere, povertà ed eguaglianza dovrebbero dunque essere valutati nello spazio delle capacità, cioè delle opportunità reali che le persone hanno di vivere la vita a cui attribuiscono valore. Le risorse economiche, i beni, il reddito di cui disponiamo sono mezzi, certamente essenziali e irrinunciabili, ma la valutazione del benessere non può limitarsi a considerare l’ammontare complessivo di tali risorse. Ciò che conta è quanto le persone riescono effettivamente a fare con le risorse a loro disposizione. Occorre inoltre tener conto che le persone differiscono tra loro sotto diversi punti di vista. Vi sono differenze di tipo fisico e psicologico (ad esempio, per quanto riguarda il sesso, l’età, la condizione di salute, la presenza o meno di handicap, le abilità naturali), di tipo sociale ed economico (il livello di istruzione, la struttura familiare, la condizione occupazionale etc.) o di tipo ambientale (diverso è, ad esempio, l’ambiente naturale in cui viviamo ma diverso è anche il contesto istituzionale, politico, culturale). L’insieme di queste caratteristiche personali, familiari, sociali, ambientali determina e condiziona la nostra capacità di conversione dei beni e delle risorse a disposizione in ‘funzionamenti’ ovvero in conseguimenti” – http://www.oxfamitalia.org/wp–content/uploads/2011/07/Umanamente_Interno_Copertina_@.pdf

 

2) La Costituzione Italiana del ’48 assume il principio lavoristico come base dell’ordinamento (Artt.1, 4, 35, 36,37 e 38 Cost.).

Dalla stesura del testo costituzionale emerge l’obiettivo dei Costituenti di rendere effettivo il diritto al lavoro mediante il perseguimento della piena occupazione “l’obbligo dello Stato è di promuovere le condizioni per rendere effettivo il diritto al lavoro” (On. Ghidini), identificando la tutela del lavoro e di assistenza dei lavoratori “elementi non puramente ideali e vagamente programmatici” (On. Laconi), ma precettivi e quindi da intendersi quali norme immediatamente applicabili con gli strumenti di una “economia nuova tramite la quale “predisporre l’intervento dello Stato nella vita economica” (On. Laconi); tesi che prevalse anche in considerazione, a seguito della crisi del ’29 e dei successivi avvenimenti storici, degli esiti fallimentari delle politiche precedentemente intraprese: “Gli economisti – i migliori – riconoscono che il loro edificio teorico, la scienza creata dall’Ottocento, non regge più sul presupposto di una economia di mercato e di libera concorrenza” (On. Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione).

Per un approfondimento, si consiglia la lettura dei lavori della Commissione dei 75 e dell’Assemblea Costituente consultabili all’indirizzo web http://www.nascitacostituzione.it/costituzione.htm, nonché, per una ricostruzione organica e puntuale sul tema, il volume “La Costituzione nella palude” di L. Barra Caracciolo, edito nel 2015 da Imprimatur).

Quindi, secondo l’opinione prevalente nella dottrina costituzionalista del tempo, nell’art.4 Cost. il diritto al lavoro si configura come diritto sociale condizionato ad una prestazione dello Stato” il quale ha precisamente “il compito di realizzare politiche attive di piena occupazione sia il compito di adottare tutte le misure necessarie per realizzare un sistema di distribuzione imparziale ed efficiente delle occasioni di lavoro (Giubboni, S., Il primo dei diritti sociali. Riflessioni sul diritto al lavoro tra Costituzione italiana e ordinamento europeo, in WP C.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”.IT – 46/2006)”.

Infatti, in attuazione dei principi costituzionali, il legislatore del periodo aveva previsto l’intervento pubblico nella costituzione del rapporto di lavoro mediante il monopolio pubblico del collocamento con la Legge n. 264 del 1949 (regime auspicato dalla Convenzione OIL n.96 del 1949), in base al quale il datore di lavoro era obbligato ad assumere lavoratori iscritti nelle liste di collocamento pubbliche, eccetto i casi previsti dalla legge, mediante “chiamata numerica”  indicando all’ufficio pubblico competente il numero, la categoria e la qualifica professionale dei lavoratori da assumere; ragion per cui anche la dottrina giuslavoristica dominante riteneva che il lavoratore avviato al lavoro fosse titolare di un vero e proprio “diritto soggettivo all’assunzione” (Zaccardi G., Manuale di Diritto del Lavoro, Sindacale e della Previdenza Sociale, Nel Diritto Editore, ed. 2016).

La funzione pubblica in monopolio del collocamento è stata progressivamente superata dal processo di deregolamentazione e di liberalizzazione del mercato del lavoro.

3) Basic Functionings sono modalità di essere e di fare di base di una persona, ad esempio: essere adeguatamente nutriti, evitare una morte prematura, essere sufficientemente vestiti ecc. I functionings sono quindi una cosa diversa dai beni (commodities). I beni sono oggetti che le persone possono utilizzare per realizzare determinati funzionamenti, possono quindi essere molto importanti, ma sono mezzi

4) principio di differenza secondo cui le ineguaglianze in termini relativi tra i membri della società sono giustificate se comportano un beneficio, in termini assoluti, anche per i meno avvantaggiati. Ciò porterebbe ad un risultato equo: nella società nessuno avrebbe né troppo, né troppo poco. 

 

 


Fonte: http://cas.umkc.edu/econ/economics/faculty/Forstater/papers/Forstater2014/Sen-symposium.pdf

traduzione di Nunzia Valerio e  Antonello Martinez Gianfreda