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Debito pubblico: peso o necessità?

Sull’altare del debito pubblico, la politica e la tecnocrazia europea sacrificano da anni i diritti, i redditi e la democrazia dei Paesi dell’Eurozona. La litania è sempre la stessa, quella che anche il neosegretario del PD Matteo Renzi ha voluto rimarcare:

 “La credibilità del risanamento finanziario è la premessa di ogni ragionamento sul rilancio dell’economia. Tale credibilità richiede un impegno continuo per la riduzione del debito pubblico, che è il peso maggiore che le nuove generazioni devono sopportare, pagando un caro prezzo per gli errori del passato. Chi vuole governare deve prendersi un impegno chiaro di non scaricare sulla prossima generazione il peso dell’aggiustamento, come ha fatto chi ha governato in passato.” [1]

Si sente spesso dire, ad esempio in apertura di alcuni servizi dei telegiornali, che ogni bambino in Italia nasce con qualche migliaio di euro di debito pubblico sulle spalle. Persino i think tank neoliberisti come l’Istituto Bruno Leoni appongono sulla home page del loro sito web un misuratore in tempo reale del debito pubblico che cresce. L’Italia è quindi immersa all’interno di un discorso neoliberista nel quale il pensiero unico di Bruxelles può imporsi indisturbato.

La peregrina idea secondo cui ridurre il debito pubblico oggi porti a maggiori risparmi domani deriva dal concetto di economia del granoturco dell’economista classico David Ricardo: se il contadino non risparmia almeno qualche seme oggi, non riuscirà a piantare nulla domani. Tradotto nel linguaggio economico, questo significa che ognuno di noi deve poter risparmiare qualcosa oggi per poter investire domani.

Quest’ottica è certamente valida per il privato cittadino, che deve poter riuscire almeno a bilanciare le sue entrate e le sue uscire per sopravvivere; o per la singola impresa, che deve accumulare incassi almeno in quantità sufficiente a far fronte ai pagamenti dovuti. Ma per uno Stato ciò è assurdo, e va contro gli interessi della collettività.

Infatti, il principio fondamentale sul quale l’economia di ogni tipo è basata, sin dall’invenzione della partita doppia, è che ogni debito di qualcuno è il corrispondente credito di qualcun altro. Se quindi il settore governativo di un Paese incassa più di quanto spende (ovvero registra dei surplus di bilancio), il settore non-governativo dello stesso Paese, composto da famiglie ed imprese, sta incassando meno di quanto spende e si trova perciò in deficit.

 saldi settoriali Italia in % sul PIL (1995-2010)

Osserviamo la Figura 1. In verde è riportato l’andamento nel corso del tempo (nel periodo 1995-2010) del saldo fra entrate ed uscite del settore non-governativo; in rosso quello del saldo fra esportazioni ed importazioni, ovvero il saldo del cosiddetto “settore estero”; e in blu quello del saldo del settore governativo, ovvero la differenza fra entrate ed uscite dello Stato. È evidente che gli andamenti riportati in blu ed in verde procedano in maniera speculare secondo il principio enunciato in precedenza: i deficit del settore pubblico corrispondono ai surplus del settore privato, e viceversa.

Concentriamoci sulla parte del grafico compresa fra l’anno 2005 e l’anno 2008. In questo periodo si riscontra una tendenza del settore pubblico a ridurre il proprio deficit, con tagli alla spesa ed aumenti della pressione fiscale.
Per il pensiero unico dominante, con la sua logica ricardiana, si tratta di un bene: finalmente lo Stato riesce, come un buon padre di famiglia, a bilanciare le sue entrate e le sue uscite e sarà quindi credibile nel momento in cui andrà a chiedere fondi ai mercati di capitali privati.

Ma se analizziamo questo fenomeno in un’ottica più ampia, è lampante come nello stesso periodo il settore non-governativo, ovvero le famiglie e le imprese italiane, vedano la propria ricchezza finanziaria (cioè i propri risparmi) diminuire a vista d’occhio; addirittura, la linea spezzata in verde precipita al di sotto dello zero a partire dal 2006, e ciò significa che famiglie ed imprese italiane vanno ad indebitarsi nel loro insieme.

Nell’anno successivo, il 2007, scoppia la crisi finanziaria e perciò i deficit del settore pubblico tornano ad aumentare per ragioni che vedremo meglio in seguito; mentre a partire dal 2009 ritorna la tendenza dello Stato ad applicare politiche di austerità, e di conseguenza si ottiene l’ormai noto effetto di riduzione della ricchezza del settore privato.

Una pletora di politici, economisti conservatori, giornalisti disinformati o disinformatori continua a terrorizzare il pubblico a reti unificate con la solita litania del deficit. È tempo di smentire, perciò, il concetto secondo cui il debito pubblico di oggi andrà ripagato con fatica dai nostri figli domani; e di affermare al contrario che senza il debito pubblico di oggi non ci saranno più risparmi disponibili per le famiglie di domani.