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L’inflazione non è una tassa

Nella puntata precedente, abbiamo visto come il debito pubblico di un Paese sia una necessità per uno Stato che voglia creare ricchezza netta e sviluppo sociale per il settore privato (ovvero le famiglie e le imprese). Tuttavia, sono senz’altro molte le obiezioni che emergono quando si pensa ad uscire dalla crisi attraverso un maggiore indebitamento dello Stato.

 

La prima e più popolare obiezione dettata dal senso comune è: ma stampare più moneta non crea un’inflazione incontrollabile?
Molti autorevoli commentatori che si aggirano per la rete imputano l’esplosione dell’inflazione ad un’eccessiva spesa dello Stato, servendosi di esempi storici come la Repubblica di Weimar, il caso dello Zimbabwe e la situazione italiana degli anni ‘70-’80.

Bagnai - andamento dell'inflazione

La Figura 1 esprime gli andamenti nel periodo 1999-2010 all’interno dell’Eurozona del tasso di crescita della massa monetaria complessiva circolante nell’economia (la quale prende il nome di M3), del tasso d’inflazione e degli obiettivi posti dalla BCE riguardo ad entrambe le variabili.

È evidente, già da questa semplicissima analisi dei dati, che contrariamente al senso comune e agli eminenti interventi di Scacciavillani, non è l’aumento della massa monetaria a causare le variazioni del livello dei prezzi. Se osserviamo ad esempio la crescita della massa monetaria dal 2003 al 2008, ci rendiamo conto di quanto l’inflazione, ovvero la crescita del livello dei prezzi generale, non ne abbia minimamente risentito e si sia anzi attestata su livelli più che stabili.

Del resto, pensiamoci: quale produttore fisserebbe i prezzi delle proprie merci sulla base della quantità di moneta circolante? Come potrebbe conoscerne il livello?
Ne dobbiamo concludere che la formazione dei prezzi sia un fenomeno molto più complesso di quanto il nostro senso comune e quello dei sommi economisti alla Scacciavillani voglia farci credere.

Ma non finisce qui. Il blogger del Fatto prosegue nella sua santa crociata contro l’inflazione affermando che:

“[..] l’inflazione è una tassa. Si tolgono risorse ai salariati, ai creditori, ai pensionati, ai ceti meno protetti per trasferirle surrettiziamente allo Stato, alle zecche della politica, ai debitori, a chi percepisce redditi in valuta straniera, agli oligopolisti eccetera eccetera.”

L’affermazione è forte e attraente, ma priva di ogni fondamento.
Come afferma l’economista Claudio Borghi, l’inflazione agisce sui vari soggetti economici in modi diversi.

I risparmi investiti in beni reali, ad esempio, non risentono dell’inflazione (case, terreni, gioielli, azioni e così via): al contrario, essa conferisce un guadagno ai proprietari di beni o titoli rappresentativi di quei beni.

Chi invece investe in titoli di Stato o obbligazioni in generale, si tutela dalla crescita dell’inflazione mediante il tasso d’interesse: se ha scelto tassi variabili, e quindi indicizzati rispetto all’inflazione, non subirà alcuna perdita; mentre il problema si pone per chi acquista obbligazioni a tasso fisso, che ha evidentemente interesse a speculare sul fatto che il tasso d’inflazione resti stabile.

Ecco perché l’odio viscerale per l’inflazione corrisponde in realtà agli interessi del complesso finanziario internazionale che investe in titoli di Stato: le maggiori perdite derivanti dall’aumento del tasso d’inflazione colpiscono infatti il settore creditizio. Non a caso la Banca Centrale Europea ha nel suo statuto l’unico mandato di combattere i fenomeni inflazionistici.

Ovviamente, gli eccessi di inflazione danneggiano il potere d’acquisto di chi dispone di flussi di reddito fissi. Tuttavia, condannare per questa paura atavica tutte le politiche economiche espansive volte a sostenere la domanda aggregata è altrettanto dannoso: come sostiene Borghi, “se non hai reddito il tuo potere d’acquisto è zero”. La priorità per uno Stato dovrebbe essere quella di garantire l’occupazione e lo sviluppo sociale, ed in questo contesto il verificarsi di fenomeni inflazionistici può essere una naturale conseguenza.

Nel prossimo articolo, analizzeremo il fenomeno dell’inflazione sia da un punto di vista strettamente economico che sociale.