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Cartalismo e Metallismo. Due visioni sulle origini e lo sviluppo della moneta

Da tempo nel dibattito economico sulle origini e gli sviluppi della moneta si contrastano due visioni: la visione Cartalista e la visione Metallista.

Quest'ultima è, attualmente, mainstream, ovvero dominante nel dibattito economico. Tale visione si fonda sul principio che il valore di una moneta è dato, intrinsecamente, dal metallo con il quale essa viene coniata. La visione contrapposta, quella Cartalista, vede invece il valore della moneta come determinato dall'autorità emittente, ovvero dal monopolista della valuta, cioè lo Stato. Tale valore deriva dal potere statale di imporre oneri fiscali verso se stesso denominati nella valuta di cui egli è monopolista (State Theory of Money, G. F. Knapp, 1905).

 

Similmente, esiste un dibattito congiunto tra coloro che sostengono l'origine della moneta derivante da un processo di mercato, un processo di minimizzazione dei costi di transazione rispetto al baratto, che potremmo chiamare Mengeriani (dall'economista fondatore della scuola austriaca Carl Menger) e coloro che, nuovamente, sostengono il ruolo chiave avuto dallo Stato nell'origine e nello sviluppo della moneta, ovvero i Cartalisti (Knapp, Mireaux e gli attuali Post-keynesiani in USA e UK).

 

Concetti sulle origini e la natura della moneta

 

Mentre la teoria Cartalista ha trovato un ampio sostegno e riscontro empirico non solo tra gli economisti, ma anche tra gli antropologi e gli storici, la teoria Metallista non ha nessuno o pochi riscontri nello sviluppo storico della moneta e nelle architetture statali e costituzionali che, nel corso del tempo, si sono susseguiti.

 

Il fattore chiave nella teoria Cartalista è la stretta relazione che intercorre, da una parte, tra le autorità monetariamente e politicamente sovrane (il Tesoro) e, dall'altra, la Banca Centrale e la creazione della moneta.

 

Per quanto concerne la visione che chiamiamo Metallista, molti studiosi (tra cui storici) hanno mostrato come nel baratto ci fossero alti, se non altissimi, costi di transazione. In risposta a ciò, essi hanno sottolineato come ci fossero molti vantaggi nel passaggio all'utilizzo di metalli preziosi come mezzo di scambio. Ciò ha portato numerosi economisti (Kiyotaki, Wright, 1989, 1993) a sviluppare modelli secondo i quali è il settore privato a muovere verso un'economia monetaria al fine di minimizzare i costi di transazione.

E ciò presuppone che l'autorità statale abbia poca se non nessuna funzione in tale transizione.

 

A parte, come precedente detto, il mancato riscontro storico di tale visione, essa non prende in considerazione le difficoltà informative nell'utilizzare metalli preziosi come mezzo di pagamento.

 

Come ha notato Charles Goodhart (1989, 34):

"I metalli preziosi in stato grezzo, non lavorati, sono stati utilizzati come mezzo di pagamento negli scambi solamente sotto circostanze molto speciali, per esempio nelle varie corse all'oro in California e nel Klondike. Anche allora, il ritratto immortalato, per esempio da un film di Charlie Chaplin, di mercanti e barattatori che pesavano e controllavano la polvere d'oro prima di accettarla come mezzo di pagamento, ci suggerisce che il pagamento attraverso metalli preziosi grezzi ha molto più in comune con il baratto che non con una tipologia di pagamento monetario".

 

Per i Cartalisti, il collasso di una struttura di governo potrebbe condurre verso una cessazione del processo di coniazione della moneta e, quindi, verso un ritorno al baratto.

Secondo i Metallisti, invece, una volta che il settore privato ha stabilito un equilibrio monetario e minimizzato i costi di transazione, non vi sarebbe rischio alcuno che si possa tornare a sistemi caratterizzati dal baratto.

 

Quest'ultima visione però si scontra con la storia. Se prendiamo come esempio l'Impero Romano e la sua caduta sotto i Barbari, notiamo che quando quest'ultimi distrussero e ripristinarono sotto il loro controllo l'istituzione di coniatura della valuta, si ebbero diversi disordini. Le prime monete coniate nelle nuove nazioni erano molto simili alle vecchie monete imperiali; questo, secondo la concezione barbarica, principalmente per facilitare l'accettazione da parte della popolazione di una moneta che, per generazioni, era solita utilizzare. Ma una volta che il controllo centralizzato e ristretto fu rimosso, la coniatura di diverse valute si moltiplicò rapidamente.

La delega ad una autorità fu il perno su cui il sistema virò, e ciò non implicò nessuna violazione (ma anzi confermò) la concezione secondo cui il potere di battere moneta era un compito dello Stato sovrano.

 

I casi storici dell'Inghilterra medievale e dell'Africa Coloniale

 

Ulteriori riscontri storici che confermano la visione Cartalista, e quindi il ruolo centrale giocato dall'autorità statale, sono (tra gli altri) quelli dell'Africa coloniale e dell'Inghilterra medievale che tratteremo brevemente qui di seguito.

Alfred Mitchell Innes (1913) (come gli attuali neo-cartalisti, nda), aveva una visione della moneta come mero "segno" della registrazione di un debito della corona inglese:

''l governo paga dando un'accettazione di indebitamento, riportata su bozze del Tesoro Reale, o qualche altra branca del governo. Ciò è ben riscontrabile nell'Inghilterra medievale, dove il regolare metodo utilizzato dal governo per pagare un creditore era registrare un 'aumento delle sue promesse di pagamento in tally(1)' (un IOU - Io Ti Devo, nda) sulle agenzie doganali o altri dipartimenti funzionali all'ottenimento di introiti, il che significa dire di star dando al creditore un riconoscimento di un debito nei suoi confronti." (Innes, p. 397–8)

 

Il caso dell'Africa Coloniale, e la sua transizione ad una economia monetaria, può essere contestualizzato storicamente nel momento in cui i colonialisti imposero, al fine di far lavorare i coloni resi schiavi, il pagamento di una tassa denominata nella valuta coloniale, ottenibile solamente attraverso la prestazione di lavoro.

Mathew Forstater spiega con queste parole la transizione dell'Africa Coloniale verso un'economia monetaria:

"I governi coloniali ordinarono l'utilizzo di mezzi alternativi per convincere la popolazione a lavorare per un salario. Questa testimonianza è chiara storicamente, ovvero che un metodo molto importante per raggiungere tale obiettivo era di imporre una tassa e richiedere che quest'ultima fosse denominata nella valuta coloniale. Ciò aveva il beneficio non solo di costringere la popolazione a lavorare per un salario, ma anche di determinare un valore per la valuta coloniale e monetizzare l'economia.

Sebbene la tassazione fu spesso imposta al fine di assicurare delle entrate per le casse coloniali, e la tassa fu giustificata in nome del fatto che gli africani sopportassero il peso finanziario dello stato coloniale, nei fatti il governo colonialista non aveva bisogno della valuta coloniale detenuta dagli africani. Ciò di cui loro necessitavano era una popolazione africana che avesse bisogno della valuta, e così si propose una tassa diretta" (Forstater, 2005a, p. 55, p. 60)

 

La letteratura storico-economica coloniale, quindi, ci dimostra come l'imposizione di una tassa denominata nella valuta del colonizzatore abbia forzato i coloni a muovere da una economia prettamente di sussistenza e non monetaria ad una economia monetaria produttrice di beni e servizi per la vendita nell'economia mondiale.

 

Transizione a valute fiat e il gap della teoria Metallista

 

La teoria Metallista non riesce a spiegare la motivazione per la quale, nel corso della storia, si sia transitati da sistemi monetari basati su monete metalliche a sistemi monetari a moneta fiat (senza alcun valore intrinseco). Infatti non si spiegherebbe la motivazione che porterebbe gli agenti privati ad accettare, improvvisamente, una valuta che non è più coperta da metalli preziosi alcuni, ovvero una valuta fiat.

Ma è qui che la teoria Cartalista è in grado di spiegare tale transizione e sviluppo del sistema monetario. La valuta fiat è coperta dal potere del governo, dalla sua legge, dalla sua autorità sovrana di imporre tasse denominate nella valuta medesima.

E' questo che porta gli agenti privati a domandare la valuta dello Stato e ad utilizzarla, storicamente prima, come mezzo di pagamento e poi come mezzo di scambio nelle transazioni nel mercato.

 

Conclusioni

 

C'è quindi una stretta relazione tra la valuta e l'autorità statale. Se il potere statale non sostenesse l'utilizzo della sua valuta (con una tassa denominata nella stessa e, secondariamente, con la legislazione), nulla vieterebbe ad agenti privati di creare proprie valute, dando vita a coniature molteplici di monete (come l'esempio della caduta dell'Impero Romano sopraccitato ci ricorda) che potrebbero condurre a disordini anch'essi molteplici.

In conclusione, il concetto utilizzato dai neo-Cartalisti (Modern Money Theory) di "Taxes drive Money" riassume il ruolo che l'imposizione di tasse, denominate nella valuta dello Stato, gioca nel far accettare la valuta medesima e nel dargli valore.

 

 

Note

 

(1) Il tally era un antico dispositivo di registrazione di contabilità e quantità. L'Inghilterra, sotto Re Enrico I, usò il tally come valuta, intorno al 1100 d.c.Enrico I avrebbe accettato il pagamento delle tasse esclusivamente in tally, e tale sistema fu uno strumento che il Tesoro Reale utilizzò per ottenere tali pagamenti di tasse attraverso sceriffi locali.

 

 

Bibliografia

 

Goodhart C.A. (1997) - Two concepts of money: Implications for the analysis of optimal currency areas

Innes, A. M. (1913) - What is money? Banking Law Journal. May: 377-408.

MacDonald G. (1916) - The Evolution of Coinage, Cambridge: Cambridge University Press'

Wray L. R., Tymoigne E. (2005) - Money: An alternative story, CFEPS, Working Paper No. 45