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Il potere del capitalismo rampante

anatomia del potere

1

Con la Rivoluzione Industriale e il grande spostamento, nelle fonti del potere, dal capitale d'esercizio dei mercanti al capitale fisso degli industriali, ci fu un netto progresso nell'organizzazione. Una forza lavoro saldamente organizzata e tenuta insieme dal salario sostituì i fornitori vicini e lontani tenuti insieme solo dall'atto di acquisto.

Ci fu spostamento dal (talvolta) anonimo mercante alla personalità, meglio identificabile, del capitano d'industria. Come per i mercanti, il potere remunerativo era lo strumento dominante per ottenere la sottomissione, ma ci fu anche un nuovo e importante spiegamento di potere condizionatorio, che modificò radicalmente le idee che ispiravano l'azione dello Stato nell'economia. Rispecchiando quelle idee, lo Stato si rivelò molto ben disposto verso i bisogni e i desideri degli industriali; divenne in larga misura un'estensione del loro braccio. Col tempo, tale condizionamento modificò anche il modo in cui la gente conduceva la vita e cercava la propria felicità. Il modo di vivere approvato divenne funzionale ai fini dell'industria; si trovò a servire il potere industriale. Il potere condizionatorio del capitalismo industriale quale si sviluppò ed ebbe effetto nel XIX secolo sarebbe rimasto uno strumento di potere influente per le generazioni future. Come lo fu, del resto, la contro spinta che provocò.

Il principale autore di questo condizionamento sociale fu Adam Smith; raramente c'è stato nella storia un accordo così completo sul ruolo intellettuale svolto da un singolo personaggio. Altri avrebbero dato contributi importanti, ma il nome di Smith sarebbe rimasto preminente. Tre quarti di secolo dopo, una figura altrettanto dominante, quella di Karl Marx, avrebbe guidato l'opposizione come architetto della concezione opposta.

2

Il contributo di Adam Smith al condizionamento sociale del capitalismo industriale si trova nella Ricchezza delle nazioni, (1) pubblicato l'anno della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti, il 1776. La coincidenza non è del tutto casuale: il libro e la Rivoluzione erano ambedue aspetti della reazione ai vincoli del capitalismo mercantile.(2)

Il contributo di Smith fu al tempo stesso critico e propositivo, tanto un attacco alle fonti ideologiche del potere mercantile quanto un'affermazione di ciò che avrebbe favorito gli industriali emergenti. Gli industriali, per quanto ancora in uno stadio di sviluppo primitivo quando Smith scriveva, godevano già di costi molto minori, se paragonati a quelli del lavoro a domicilio. Smith lo percepì, sebbene lo attribuisse meno alle nuove macchine che alla parcellizzazione delle operazioni in fabbrica e alla specializzazione sulle singole parti. I vantaggi così ottenuti dalla divisione del lavoro portavano alla specializzazione regionale e nazionale della produzione e diventavano un argomento a favore della libertà di scambio, all'interno e all'estero. Le bardature protezionistiche del capitalismo mercantile erano un ostacolo su questa strada e dovevano quindi essere smantellate. La rimozione delle norme restrittive del commercio rispecchiava gli interessi degli industriali; con i loro costi più bassi, essi avevano tutto da guadagnare dalla libertà di fare concorrenza ai mercanti locali. Il manifatturiere inglese o scozzese godeva di un largo anticipo nello sviluppo industriale, e perciò aveva poco da temere dalla concorrenza di produttori analoghi in altri paesi e tutto da guadagnare da un principio che sosteneva il suo diritto di accedere ai loro mercati.(3)

Su un piano più vasto, Smith identificava la ricerca dell'interesse economico personale con il bene pubblico. L'uomo d'affari così motivato «pensa solo al proprio guadagno ed è, come in molti altri casi, guidato da una mano invisibile per promuovere esiti che non erano nelle sue intenzioni».(4) Sarebbe difficile immaginare un'idea più utile al potere industriale e nessuna, infatti, è servita tanto a lungo. L'industriale non aveva bisogno di presentarsi come un pubblico benefattore; in ogni caso sarebbe stato poco convincente.(5) Alle sue azioni veniva conferita virtù da una legge superiore alla quale egli, per quanto sordidi o egoistici fossero i suoi fini e le sue motivazioni, era interamente soggetto.

Smith non era completamente funzionale al capitalismo industriale, e certamente non lo sarebbe stato a lungo. A causa della sua posizione antimercantilistica aveva gravi dubbi sulle grandi società privilegiate e quindi, implicitamente, ne avrebbe avuti sulle grandi società anonime che ne sarebbero discese. I dirigenti d'azienda moderni tributano a Smith un omaggio che egli non restituirebbe loro. Imbarazzante era anche la sua opposizione al monopolio, quello di una singola azienda o quello derivante da un'intesa tra aziende. La concorrenza era un freno necessario al potere industriale, ma nella visione di Smith esisteva in equilibrio instabile. Nessuno l'avrebbe accettata, se avesse potuto limitarla o evitarla.(6) E una volta soppressa la concorrenza, si sarebbe ritirata anche la mano invisibile. Questa precisazione sarebbe stata fonte di notevole imbarazzo nei successivi duecento anni, specialmente negli Stati Uniti, dove le grandi corporations, facendosi scudo con la mano invisibile, avrebbero asserito, in barba a ogni prova contraria, che la necessaria concorrenza prevaleva ancora.

Gran parte della forza di convincimento sociale di Adam Smith deve essere attribuita al suo ostinato rifiuto di fare delle concessioni a coloro il cui potere egli sosteneva e accresceva. Era senza dubbio un uomo indipendente, e nessuno può insinuare che fosse una creatura di coloro i cui interessi egli serviva e il cui potere legittimava.(7) Il condizionamento che risultò utile al potere industriale non fu certo necessariamente intenzionale o in malafede. Nondimeno, la sua funzionalità verso gli interessi economici fu ciò che lo rese accettabile.

3

Nei cento e più anni che seguirono la pubblicazione della Ricchezza delle nazioni le fonti e gli strumenti del potere capitalista furono molto rafforzati. Negli Stati Uniti entrarono in scena personalità di grande rilievo ed energia - Vanderbilt, Gould, Rockefeller, Harriman, Carnegie, Frick, Morgan e altri - e loro omologhi, forse un po' meno appariscenti, apparvero in Gran Bretagna, Francia e Germania. Si sviluppò una sempre più stretta associazione tra coloro che fondavano e gestivano le grandi imprese industriali, che a quel punto includevano anche le ferrovie, e coloro che, come Morgan, li alimentavano con il capitale finanziario per la creazione o, più spesso, l'acquisizione e la fusione di quelle imprese.

A supporto delle personalità dei grandi imprenditori stava la massiccia aggregazione di proprietà che essi comandavano. Questa, pure, era una fonte di potere molto importante, molto visibile. E sullo scorcio del XIX secolo l'organizzazione industriale divenne sempre più importante. Già nella seconda metà del secolo scorso, come ha sottolineato Alfred D. Chandler jr.,(8) la grande impresa stava cessando di essere la longa manus del capintesta. Incominciava a essere governata dalla struttura gestionale, comprendente una gamma di specialisti e di tecnici, che in seguito sarebbe stata chiamata il management. L'organizzazione stava emergendo, nel capitalismo industriale, come fonte di potere; alla fine avrebbe sostituito la proprietà come fonte dominante.

Con i mutamenti nelle fonti del potere ci furono quelli negli strumenti esecutivi. Il potere punitivo non scomparve; rimase disponibile attraverso lo Stato o il servizio d'ordine aziendale. Ma era di scarsa importanza se paragonato al massiccio spiegamento di potere remunerativo. Ciò era soprattutto evidente nei milioni di lavoratori che in tutti i paesi industrializzati erano mobilitati al servizio del sistema industriale, e si poteva notare anche nel meno severo potere dei produttori sopra i consumatori, una sottomissione che, in casi come quello di Rockefeller sugli utenti del kerosene e di Vanderbilt e delle sue ferrovie sugli spedizionieri, era stata pesante. Il potere remunerativo si estendeva fino alla compera di deputati e altri pubblici funzionari al fine di ottenere l'appoggio del potere statale. Negli ultimi anni del secolo scorso ci si riferiva comunemente al Senato degli Stati Uniti come a un club di ricchi: altro modo per dire che era lo strumento ben retribuito dell'era capitalista.

Tuttavia, la realizzazione più interessante e probabilmente la più importante del capitalismo al suo apogeo fu il suo continuo ricorso al potere condizionatorio e il continuo adattamento di quest'ultimo alla realtà del momento. Molto di quel condizionamento era ancora di origine britannica: è un tipo di servizio nel quale, fino agli ultimi tempi, la Gran Bretagna è stata maestra. Esso attirava gli sforzi di una notevole serie di studiosi che raffinavano ed estendevano i primi principi smithiani. Tutti, in un modo o nell'altro, producevano idee tali da appoggiare la sottomissione al potere degli industriali.

Pure, nelle prime fabbriche, i salari degli operai erano minimi, in confronto ai profitti degli imprenditori. Nessuno poteva dubitare del fatto che il sistema trattava i suoi diversi membri in modi radicalmente differenti, e il contrasto era reso più evidente dalla circostanza che il capitalismo industriale, più del mercante suo predecessore, viveva nelle immediate vicinanze dei suoi operai. L'ineguaglianza, la differenza dei livelli di vita, si direbbe oggi, era drammaticamente visibile. Il condizionamento sociale necessario per renderla accettabile venne in un modo straordinariamente efficace dagli scritti di due personaggi molto influenti, David Ricardo (1772-1823) e Thomas Robert Malthus (1766-1834), amici e coetanei, che si trovarono d'accordo nell'attribuire i bassi salari e la conseguente ineguaglianza alla prodigiosa e devastante fertilità delle classi lavoratrici; la loro sfrenata natalità era la causa della loro miseria. Ciò manteneva i salari a livelli di sussistenza, il punto di equilibrio al quale, per la forza dei numeri, tendevano. Ricardo la chiamò «legge di bronzo dei salari». Non il perfido capitalista industriale, non il sistema, ma il lavoratore stesso era l'autore delle proprie disgrazie.(9)

Al condizionamento di Ricardo e Malthus si aggiunse l'opinione degli utilitaristi, la cui voce più forte e chiara fu Jeremy Bentham (1748-1832). Bentham e i suoi seguaci sostenevano che ogni atto pubblico doveva essere messo alla prova secondo la norma «il massimo bene per il massimo numero». La politica che meglio serviva questo fine era il laissez-faire. La libertà per l'industriale di seguire il proprio interesse era quindi giustificata da un alto principio sociale. Il risultato poteva non essere perfetto, ma era il migliore possibile. Implicita e, in qualche misura, esplicita era l'idea che non tutti possono prosperare; alcuni devono cadere per strada affinché il massimo numero venga beneficato. Sofferenze e povertà erano inevitabili anche in questo migliore dei mondi possibili.

Ma il meglio doveva ancora venire, e venne nella seconda metà del secolo, in Inghilterra, con Herbert Spencer (1820-1903), le cui parole ebbero vasta eco dall'altra parte dell'Atlantico. In opere dall'autorevole impronta accademica, Spencer portò al capitalismo industriale l'argomento decisivo: era la manifestazione del darwinismo nell'ordine sociale; il suo principio regolatore era la sopravvivenza del più adatto. I grandi capitalisti industriali, quali ormai erano, erano grandi perché biologicamente superiori; i poveri erano poveri perché inferiori. La ricchezza era il premio di coloro che erano intrinsecamente migliori; lo sforzo per conseguirla rivelava e nel contempo sviluppava la loro superiorità. La povertà del povero era ora vista come socialmente positiva; contribuiva all'eutanasia degli elementi più deboli della società. William Graham Sumner (1840-1910), di Yale, la voce economica più ascoltata in America a quei tempi, portò l'influenza di Spencer negli Stati Uniti. Così pure, per quanto più alla buona, fece Henry Ward Beecher (1813-1887): «Dio ha voluto che i grandi fossero grandi e i piccoli piccoli».

Ci fu anche l'importante servizio degli edonisti economici e dei loro amici marginalisti. Gli edonisti, meglio rappresentati negli scritti di William Stanley Jevons (1835-1882), sostenevano che lo scopo permanente e globale dell'uomo è sempre di massimizzare il piacere e minimizzare il dolore. A questo fine il servizio dei beni, la loro utilità, era essenziale. Di conseguenza lo era quella degli industriali che li producevano. Jevons fornì inoltre il materiale per il calcolo principale relativo al benessere umano, l'aggiustamento degli acquisti in modo che ciascuno sia esteso fino al punto nel quale il piacere o almeno la soddisfazione ricavati da ciascuno di essi sia il medesimo: in gergo, sia eguagliato al margine. La precisione di questo esercizio, ne conseguiva, e non i prezzi o l'efficienza dell'industriale, è ciò che conta per il benessere umano.

Ulteriore e durevole condizionamento venne da Vilfredo Pareto (1848-1923), il grande sociologo ed economista italiano che si occupò esplicitamente dell'ineguaglianza nella distribuzione del reddito in regime di capitalismo avanzato. Tale distribuzione ineguale, stabilì, era una costante in paesi industriali diversi, in momenti diversi. Da ciò concluse che questa «costanza dell'ineguaglianza nella distribuzione del reddito riflette l'ineguaglianza dell'abilità umana, che è una categoria naturale e universale».(10)

Data la fin troppo evidente ineguaglianza sotto il capitalismo rampante, sarà pure evidente la comodità di questa conclusione. Tracce della «legge» di Pareto sono rimaste per molti decenni nei corsi di economia.(11)

In aggiunta a quanto detto sopra c'era la continua celebrazione del mercato. Non solo il suo libero funzionamento procurava il massimo bene al massimo numero, ma era anche un efficace antidoto - oltre che una copertura - al potere del capitalismo industriale. I prezzi venivano fissati dal mercato. I salari erano fissati dal mercato. Così lo erano i prezzi di tutti gli altri fattori della produzione. Le decisioni in merito alla produzione erano prese in risposta al mercato. Su nessuna di queste cose gli industriali avevano potere; di conseguenza non ci poteva essere alcuna preoccupazione legittima circa il suo esercizio. Solo coloro che non erano abbastanza istruiti sulla natura del mercato potevano credere che esistesse un tale potere. Lì c'era il supremo exploit condizionatorio di quella che fu poi chiamata l'economia classica. Essa riferiva il potere degli industriali, indipendentemente dalle loro intenzioni, a fini sociali positivi; inoltre negava l'esistenza di tale potere. E insegnava queste cose a tutti coloro che cercavano di capire il funzionamento del sistema.(12)

Questo insegnamento, superfluo il dirlo, continua ancora. Nulla è così importante, nella difesa della grande impresa moderna, quanto l'argomentazione che il suo potere non esiste, che tutto il potere è affidato al gioco impersonale del mercato, che tutte le decisioni sono risposte alle istruzioni del mercato. E nulla è più utile dei fatto che i giovani vengano condizionati a crederci"

tratto da Anatomia del potere, John Kenneth Galbraith

Note:

1. Più precisamente Ricerca sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.
2. I mercanti americani che «...quando i loro interessi erano in pericolo (...) entravano in politica con grinta, e facevano pensare che avrebbero condotto le cose a modo loro» avevano interessi commerciali in conflitto con le restrizioni e il protezionismo inglesi. Non erano, tuttavia, decisamente contrari al dominio britannico (si veda Arthur Meier Schlesinger, The Colonial Merchants and the American Revolution, 1763-1776, Frederick Ungar, New York 1966; il passo citato è a p. 29).
3. Smith arrivò fino a prescrivere rigorosi limiti alle altre attività dello Stato, in particolare quelle che avrebbero avuto un'incidenza fiscale sull'industria.
4. Adam Smith, The Wealth of Nations (University of Chicago Press, Chicago1976, LibroI, p. 477). La mano invisibile è una metafora. Smith, uomo dell'Illuminismo, non attribuiva un appoggio soprannaturale al perseguimento del lucro commerciale. Non tutti i suoi seguaci sono stati altrettanto sobri.
5. Lo stesso Smith lo aveva detto: «Non mi risulta che sia mai stato fatto un gran bene da coloro che affettano di essere in affari per il bene pubblico» (Smith, Libro I, p. 478).
6. Questo era il senso della sua frase tanto citata: «La gente che fa lo stesso mestiere si riunisce raramente, fosse pure per divertimento e svago, senza che la conversazione finisca in un complotto contro il pubblico o in qualche marchingegno per alzare i prezzi» (Smith, Libro I, p. 144).
7. L'effetto dell'opera di persuasione di Smith fu pronto. Un anno e mezzo dopo la morte di Smith (1790), William Pitt il Giovane, presentando il suo bilancio, disse di lui che la sua «...estesa conoscenza dei particolari e profondità di ricerca filosofica fornirà, credo, la migliore soluzione di ogni problema connesso con la storia del commercio e con il sistema dell'economia politica» (Discorso alla Camera dei Comuni, 17 febbraio 1792, citato da John Rae, Life of Adam Smith, Augustus M. Kelley, New York 1965. pp. 290-291). Si tratta di un notevole tributo all'esercizio del potere condizionatorio.
8. The Visible Hand: The Managerial Revolution in American Business, Harvard University Press, Cambridge 1977, pp. 81-121.
9. Per Ricardo il lavoratore soffriva anche per la sopravvivenza della rendita fondiaria. «L'interesse del proprietario terriero è sempre opposto a quello del consumatore e del manifatturiere» (Principles of Political Economy and Taxation, Everyman Edition, London 1926, p. 225. Citato da Eric Roll, A History of Economic Thought, edizione riveduta e corretta, Prentice- Hall, New York 1942, p. 198).
10. Roll, op. cit., p. 453.
11. Non tutto il condizionamento in appoggio del capitalismo rampante fu ugualmente utile. Così un'attraente scuola di pensiero giustificò il profitto del capitale e quindi del capitalista come premio per l'astinenza, per la rinuncia ai consumi. Queste teorie ebbero un posto non insignificante nel pensiero economico del XIX secolo e all'inizio del XX. Esse erano, purtroppo, in stridente contrasto con lo stile di vita dei grandi capitalisti, uno stile che rendeva arduo suggerire che le loro rinunce erano state così dolorose da meritare un premio.
12. Il condizionamento sociale del capitalismo rampante, bisogna osservare, era adattato ai bisogni nazionali. L'Inghilterra, inclusa la Scozia meridionale, era partita molto in testa nello sviluppo industriale. Il libero ingresso dei suoi manufatti in altri mercati era quindi molto desiderabile, mentre il protezionismo, particolarmente nel caso dei cereali, faceva alzare il costo della vita e di conseguenza quello del lavoro. Gli industriali americani, tedeschi e francesi, essendo partiti più tardi, avevano invece bisogno di essere protetti contro le importazioni dall'Inghilterra. Di conseguenza, negli Stati Uniti, in Germania e in Francia le classiche idee sul commercio vennero emendate in modo da comprendere una dose opportuna di protezione tariffaria. Henry Charles Carey (1793-1879), il più influente economista americano del secolo scorso, e Friedrich List (1789-1846), il suo omologo in Germania, scrissero con eloquenza ed efficacia sull'auspicabilità di tariffe protettive; il libero scambio era una politica impraticabile e dannosa. Negli Stati Uniti e in Germania le idee di Carey e List erano assai rispettate e approvate.


Grazie ad Antonello "Martinez" Gianfreda