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L'economia sociale secondo Thorstein Veblen

Epic pubblica la traduzione di un articolo di Michael Hudson che descrive i contenuti socio-politici del pensiero Thorstein Veblen, e le vicissitudini che hanno portato i mercati ad essere distorti dalla finanza predatoria.

 

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testo duplicabile o utilizzabile da terzi, dietro citazione di Epic come fonte 

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L'economia sociale secondo Thorstein Veblen

Coloro che desiderano comprendere gli innumerevoli e profondi contributi che Thorstein Veblen ha dato all'economia noteranno che questo articolo non è sufficientemente esaustivo. Il titolo promette di affrontare i contenuti socio-politici del pensiero Vebleniano, descrivendo le vicissitudini che hanno portato i mercati ad essere distorti dalla finanza predatoria e da altri particolari interessi. In America le teorie di Veblen hanno conosciuto massima diffusione tra i leader socialisti e progressisti durante la prima metà degli anni 90. I suoi libri, caratterizzati da uno stile popolare e sarcastico, hanno fatto luce su come il benessere economico e l'alta finanza abbiano causato effetti collaterali dopo la prima Guerra Mondiale. Wall Street, anziché sostenere la crescita economica, stava diventando somma protettrice del privilegio prendendo le forme di un ingegnoso inganno, alterando l'atteggiamento dell'economia e facendola passare da un modello in cui venivano forniti alla popolazione i frutti della tecnologia, ad uno che prevedeva l'innalzamento degli standard di vita con corrispondente abbassamento dei costi della vita stessa. L'economia tradizionale era senza dubbio ipocrita nel dire (e nel tentare di dimostrare anche matematicamente) che questo fosse il modello migliore da seguire e che le ricchezze e i redditi fossero accumulati in maniera equa e corretta. Questa nuova tendenza emerse principalmente in risposta alla richiesta di un'economia politica di stampo classico da parte dei riformisti dell'Era Progressista che richiamavano l'attenzione su regolamentazioni, tassazione degli immobili e altre questioni incombenti. Le idee di Simon Patten, John Commons e altri economisti istituzionalisti favorirono una contro-risposta che rifiutava la concezione classica di reddito e ricchezze non derivanti dal lavoro. L'economia fu separata dal processo di riforma per giustificare lo status quo – una politica praticamente opposta a quella delle regolamentazioni socialiste e delle tassazioni progressiste. Considerata la forza di questa nuova tendenza e la natura univoca e ristretta della sua teoria, Veblen si vide costretto a combattere una battaglia di retroguardia. Ci fu bisogno del New Deal per rinnovare le riforme dell'Era Progressista – e anche in questo caso il procedimento si svolse su basi puramente pragmatiche anziché congiuntamente alla teoria economica.

Le tematiche affrontate da Veblen continuano ancora oggi ad essere importanti – forse anche più di allora dal momento che l'alta finanza e i beni immobili sono diventati un peso più per l'economia in sé che per i benefattori. Purtroppo, Reisman (da non confondere con David Riesman dell'Università di Chicago e Harvard, autore di “Thorstein Veblen: Un'interpretazione Critica” del 1953) scrisse nel suo libro che le idee di Veblen meritavano di essere seppellite piuttosto che elogiate. A suo parere gli istituzionalisti, lungi dall'essere economisti, sarebbero piuttosto dei filosofi dell'evoluzione, delle razze e della civilizzazione – ovvero filosofi di tutto fuorché di ciò a cui si interessavano e per cui combattevano durante l'Era Riformista in America. Dunque, illustrando le idee di Veblen con l'unico scopo di screditarle e denunciarle, Riesman le ha “uccise” distogliendo l'attenzione non solo dall'economia tradizionale ma anche dagli interessi dei rentier. Non viene qui riconosciuta agli istituzionalisti l'appartenenza a quel filone che continuava a sostenere il concetto classico di rendita economica intesa come “redditi non (derivanti) da lavoro” che comportava un alleggerimento delle imposte e il mantenimento dei monopoli naturali nel dominio pubblico, o per lo meno la regolazione dei prezzi imposti in modo tale da rimanere coerenti nel rapporto qualità-prezzo. Questo era ciò a cui puntava l'economia classica degli Schoolmen del XIII secolo che discutevano “Just Price” attraverso i Fisiocratici, Adam Smith, John Stuart Mill, Karl Marx e Henry George. Ma non c'è traccia di questo grande intento in questo libro né tantomeno nei volumi complementari del “Nuovo Istituzionalismo” di Edward Elgar. Inoltre, Reisman rifiuta ciò che era di fondamentale importanza per Veblen e per i suoi contemporanei dell'Era Riformista, egli condivide l'opinione di D. A. Walker secondo il quale “la distinzione Vebleniana tra imprese e industrie, criteri tecnologici e monetari è errata”, errata come anche la definizione Vebleniana di “ottimale” ovvero “massimo output a basso costo”. Eppure era proprio questa la base logica dell'economia classica. Il concetto di rendita economica intesa come “redditi non (derivanti) da lavoro” è servita a definire ciò che doveva essere alleggerito dalle tasse o altrimenti minimizzato, i.e. attraverso agenzie di regolamentazione pubbliche e grazie agli “ingegneri” di Veblen.
Gli imperativi economici della competizione internazionale e della competitività nazionale richiedevano una minimizzazione dei costi al di sotto di quelli dei propri rivali. E' chiaro che questa fosse tutt'altro che etica socialista, quella insegnata nelle più importanti Business School, come la Wharton School dell'Università della Pennsylvania guidata dall'insegnamento di Simon Patten. Sin dall'Era Mercantilista, l'utilizzo della tecnologia a favore della massimizzazione della produttività è stata per lungo tempo la strategia vincente del potere nazionale. Ed è proprio in questo contesto che Veblen metteva in guardia i suoi contemporanei sul fatto che il problema dell'alta finanza fosse quello di deviare dall'efficienza tecnologia, al fine di entrare in simbiosi con attività speculative e difendere i propri interessi ( patrimoni, finanze e monopoli dei cosiddetti rentier - anche in italiano la parola “rentier” viene utilizzata in ambito economico per definire coloro che vivono di rendita). Senza comprendere ciò è impossibile cogliere l'economia post-classica di John Bates Clark e altri contro i quali Veblen, Patten e i loro contemporanei combattevano. Non si può comprendere appieno il pensiero Vebleniano senza analizzare fino in fondo gli sforzi da lui compiuti durante l'Era Riformista per proteggere la società dal sistema della finanza predatoria impegnata nel create monopoli e nel proteggere i suoi più prestigiosi clienti: azionisti assenteisti degli immobili, compagnie petrolifere e minerarie e monopoli industriali. Allo stesso modo socialisti e strateghi nazionali nel pieno della Rivoluzione Industriale si aspettavano che il potere della tecnologia industriale fosse abbastanza forte grazie ad alti redditi e proprietà familiari da motivare il sistema finanziario, frammentato e corroso fino a quel momento, e che li subordinasse a semplici sudditi degli imperativi tecnologici all'interno della competizione industriale.
Durante la fine del XIX secolo Germania e Europa centrale presero le redini della situazione ma la prima Guerra Mondiale rappresentò un punto di svolta. Nel momento in cui Veblen scrisse ”La Proprietà Assenteista” nel 1923, la finanza stava prendendo il sopravvento sull'industria monopolizzandola anziché favorire l'abbassamento dei prezzi in linea con la produttività.
L'organizzazione finanziaria venne fatta rientrare nei costi dando vita ad un'economia meno competitiva che negava tra l'altro la possibilità di godere dei frutti del progresso tecnologico. Venne finanziata anche l'economia accademica. La nuova economia fu quella di John Bates Clark e dei suoi colleghi, essi rifiutavano il concetto classico di rendita economica basato su prezzi e redditi senza controparti all'interno dei costi di produzione socialmente utili, questi scrittori post-classici (che Veblen definiva come “neoclassici”) insistevano sul fatto che ognuno dovesse ottenere tutto il reddito e le ricchezze che fosse in grado di accumulare. In pratica questo pagamento doveva fornire un servizio economico pari all'ammontare del proprio reddito. “E' per questo che alcuni mercati socialisti sostenevano fermamente che una Commissione di Progettazione Centrale non può far altro che causare una pulizia dei mercati” conclude Reisman. Veblen e i suoi compagni istituzionalisti avevano ben compreso che “il mercato” era stato distorto in modo tale da poter ricevere privilegi e trarre profitti senza contribuire realmente alla produzione. I privilegi ereditati, i monopoli e i diritti sulle terre fruttavano molto di più del lavoro stesso in termini economici. Invece l'economia classica si focalizzava sul tempo di lavoro necessario a creare le fondamenta del concetto qualità-prezzo, escludendo le rendite ottenute dalle proprietà, dalle risorse naturali, dai monopoli e dai privilegi finanziari - che altro non erano che prezzi senza alcun valore - al fine di minimizzare il divario che si andava creando.
Le proprietà e gli immobili rappresentavano ancora il bene di maggior valore in ogni economia – principalmente i terreni incolti, petrolio e gas, miniere, foreste e altre risorse naturali. Negli Stati Uniti, autori come Henry George hanno aiutato con le loro scritture ( “Progress and Poverty” 1879 e “The Irish Land Question” 1882) ad ispirare un'era di riforme utili a tassar via quei terreni e quelle risorse naturali che erano state privatizzate. Reisman cerca di distogliere i lettori dal comprendere l'intento degli istituzionalisti che cercavano di ridisegnare il mercato, le tasse e le agenzie di regolamentazione nel migliore dei modi in maniera tale da porre i prezzi di mercato in linea con i costi socialmente necessari alla produzione.
Ed è proprio con questo intento che egli, mal interpretando e mal riportando le parole di Henry George in “Progress and Poverty”, afferma che “l'economista sosteneva che la depressione sarebbe durata fino a quando i terreni e le proprietà fossero rimasti privati”. In realtà, ovviamente, le parole di George volevano suggerire l'esatto opposto: egli si opponeva fortemente ai socialisti Marxisti e alla loro volontà di nazionalizzare le terre e altri mezzi di produzione. George aveva spiegato che le terre sarebbero potute rimanere nelle mani dei privati se il governo avesse potuto raccoglierne la rendita – da tempo nelle mani dell'aristocrazia terriera che se ne appropriava come privatizzazione del tributo imposto sulle popolazioni conquistate, come accadde per gli eredi britannici nei confronti delle invasioni normanne e per altre colonie all'estero.
Per comprendere Veblen, e quindi l'Era Riformista, bisogna analizzare la rendita dei terreni e come la speculazione sugli immobili urbani stesse diventando non solo il metodo più veloce per arricchirsi ma anche il “miglior cliente” del settore bancario e dell'alta finanza. Mentre i sostenitori di Henry George denunciavano l'assenteismo dei proprietari terrieri irlandesi che si arricchivano grazie a patrimoni ereditati senza dover lavorare e senza fornire servizi utili alla produttività, Veblen divenne giustamente famoso per aver descritto le piccole città (e per estensione logica anche le grandi città) come un progetto volto alla propaganda degli immobili, che cercava di ottenere “qualcosa in cambio di niente”. Veblen descrisse la rapida urbanizzazione americana come “il grande gioco degli immobili” - ciò che oggi chiamiamo “gioco a somma zero” in cui la vittoria di una parte significa la sconfitta dell'altra. L'idea fu respinta dalla nuova scuola di economisti -che Veblen chiamava neoclassici - favorevoli ai rentier e alla finanziaria. Era la società che dava valore alle terre, non i proprietari, né gli speculatori – il cui lavoro si incentrava più sul marketing piuttosto che sull'attività produttiva. Il problema era costituito dalla proprietà assenteista, non solo di immobili ma anche delle grandi imprese, nelle mani di un'organizzazione che cercava di ottenere vantaggi patrimoniali piuttosto che ottimizzare la produzione e gli standard di vita.
L'etica dell'economia classica rimase quella del “Just Price” e della teoria del valore del lavoro. Ciò significava eliminare le ingiustizie – tra le tante cose, i privilegi ricevuti in eredità. Ovvero tassare i redditi da capitale (rendita economica) e far si che quei monopoli naturali continuassero ad essere di dominio pubblico. Veblen e i suoi predecessori compresero che l'economia non sarebbe maturata se avessero concesso alle infrastrutture di costruire caselli privati, se avessero dovuto pagare a peso d'oro gli utili e le risorse e se avessero permesso alle banche e all'alta finanza di appropriarsi del surplus. Veblen osservò che la più grande minaccia non era più rappresentata dalla classe di proprietari terrieri post feudali ancora esistente, ma dalla finanza. Wall Street si era trasformata, predatrice e divoratrice del surplus economico, custode di trust e protettrice del privilegio. La questione era centrale nell'analisi Vebleniana degli immobili urbani che, come già detto, stavano diventando il bene di maggior importanza nell'ambito economico. Non c'è traccia di tutto ciò nel libro di Reisman, tantomeno in altri libri scritti da Elgar che cercava di distogliere l'attenzione dalle tematiche riguardanti l'Economia Istituzionale.
Gli scritti di Veblen hanno tormentato la nuova tendenza dell'economia accademica nel primo dopoguerra, incoraggiando i teorici dell'equilibrio economico derisi e ridicolizzati dallo stesso Veblen da loro etichettato come sociologo o filosofo sociale piuttosto che economista. Considerandolo invece come una figura della scena economica, il suo è un “istituzionalismo” che si trova sepolto nelle fondamenta del prestigio accademico. Infatti, nel corso dell'ultimo decennio la stessa scuola Istituzionalista Americana è stata costruita sulla sua antitesi, un Nuovo Istituzionalismo neoliberale centralizzato in Gran Bretagna.
Ed è proprio da questa prospettiva che Reisman scrive il suo libro, la stessa di una parte delle raccolte di Edward Elgar sul Nuovo Istituzionalismo che si cimenta in una revisione intellettuale della storia per presentare la generazione di Veblen come una massa di speculatori da poltrona sull'evoluzione, sulla civilizzazione, sulla metodologia delle analisi economiche, senza dare troppa importanza alla concreta logica politica che Veblen e i suoi svilupparono. Sfortunatamente per lui, l'approccio di Reisman è stracolmo di imperfezioni dal momento che l'economista si concentra sui primi e più superficiali scritti di Veblen e sulla metodologia senza fare accenno a quale fosse il suo reale obiettivo. Il contributo donato da Veblen al fine di preservare la classica logica di rendita economica come “reddito da capitale” che può essere soggetta a tassazione o affidata al dominio pubblico ha ricevuto, e riceve tutt'oggi, poca considerazione. Reisman non è il solo ad ignorare o ad illustrare in maniera erronea i grandi riformisti del passato, il suo libro dovrebbe essere considerato alla pari delle raccolte di Elgar parlando della cosiddetta Nuova Scuola Istituzionalista.
Queste raccolte e il loro redattore, Geoffrey M. Hodgson, hanno imposto il dovere neoliberale di rifiutare la principale spinta politica dell'economia classica, della quale la scuola Istituzionalista Americana di Simon Patten, Veblen et al. erano una branchia. Quando Reisman e altri scrivono di Veblen è come se un devoto sostenitore di Ayn Rand stesse riassumendo la politica economica di Marx e Lenin: è facile aspettarsi che non venga fatta giustizia ai contributi e alle idee che questi uomini hanno offerto alla società. Le raccolte di Elgar etichettano gli economisti riformisti come filosofi darwiniani da salotto dal momento che essi stavano dalla parte degli attaccati – l'1%. Costoro invece scomunicano la Nuova Scuola Istituzionalista e le raccolte di Edgar etichettando a loro volta gli istituzionalisti stessi come filosofi darwiniani da salotto piuttosto che economisti riformisti. E' prospettiva Darwiniana asettica che non considera che Veblen aveva il sarcasmo come unica arma per opporsi alla giustificazione che la finanziarizzazione dell'industria fosse per il bene comune e non, invece, un cambio di rotta rispetto a ciò che gli economisti classici e l'Era Progressista avevano sperato di ottenere.
Ci sono alcuni suggerimenti in ciascuno di questi libri riguardo al fatto che ciò che era considerato “istituzionale” variava da paese a paese, quindi il concetto non era universale o individualistico - praticamente si tratta delle modalità che definiscono le proprietà, le tasse e altre procedure politiche. Ma per gli attuali teorici del “mercato libero” ciò che non è universale non è scientifico. Per Veblen e i suoi contemporanei le più efficienti politiche di regolamentazione e sulle tasse erano concetti scientifici, mentre i terreni e gli altri mezzi di produzione dovevano essere lasciati ai privati (così come sosteneva George) o nazionalizzati come sostenevano i Marxsisti e altri socialisti, oppure fatti rientrare in un tipo di politica che fosse in grado di fondere la sfera pubblica e privata come stava accadendo negli Stati Uniti, in Inghilterra e in altri Paesi.
Reisman conclude cercando mettere un piolo all'interno del corpus intellettuale Vebleniano. La critica per aver fallito nel fondare una propria scuola – e cioè di non essere riuscito a difendere la metodologia dell'economia di stampo classico, sepolta dalla forza delle economie accademiche a favore dei rentier (a lungo ridicolizzate dallo stesso Veblen). Reisman non attribuisce questo fallimento agli enormi finanziamenti e alla pressione lobbista delle banche, ai monopolisti o ai latifondisti, ma alla stessa personalità di Veblen. Reisman cita dei biografi che avevano notato lo stile cinico e sarcastico di Veblen – elementi che giocavano un ruolo importante tuttavia nella diffusione delle sue idee. Ci si chiede cos'altro si sarebbe potuto fare per combattere la nuova tendenza economica cui obiettivo era censurare il concetto basilare dell'economia classica di reddito da capitale (rendita economica) oltre alla distinzione tra lavoro produttivo e non, investimento e credito.
Reisman si unisce inoltre ad altri critici nell'incolpare Veblen di non aver fondato una scuola. Ma d'altronde come avrebbe potuto dopo che la prima Guerra Mondiale aveva trasformato la scena politica, traumatizzata dalla Rivoluzione Russa, obbligando a mettere da parte le speranze di una regolamentazione dello Stato e con la comparsa del socialismo che emergeva direttamente dal capitalismo industriale? Anche se non vedeva l'ora di mettere in guardia coloro che lo circondavano non solo su come il mondo stesse andando nella direzione opposta rispetto al desiderio di ricchezza che la tecnologia avrebbe dovuto esaudire ma anche sulle manipolazioni di Wall Street degli anni '20, Veblen poté solo guardare indietro all'epoca in cui l'economia cercava di guidare la politica di governo, e non di opporsi ad essa. Il suo approccio riformista post mercantilista e proto-socialista metteva in guardia su come il capitalismo finanziario stesse cercando di deragliare il capitalismo industriale era escluso dal curriculum tradizionale. Eppure, come antecedente di Hyman Minsky, il suo approccio si sta adesso affermando tra gli Economisti Eterodossi dell'Università del Missouri (Kansas City). Dopo tutto ancora oggi esiste un'attiva società Vebleniana, e appena l'estate scorsa un sindacato turco post Marxista di ingegneri elettrici ha tenuto una conferenza su Veblen a Istanbul e non si è discusso delle teorie “spicciole e da salotto” sull'evoluzione o sulle metodologie economiche come avrebbero fatto Reisman e il resto dei Nuovi Istituzionalisti, ma del progresso che Veblen ha portato avanti, oltre le teorie marxiste e socialiste del suo tempo, del lato nascosto del capitalismo finanziario e dei suoi confini che hanno impedito alla società di dar sfogo al proprio potenziale tecnologico.
La prima metà del libro di Reisman ci mostra l'avversione che provavano Hodgson et al. verso Veblen e la sua generazione. Concentrandosi su cosa fosse innocuo parlando di rentier in termini critici, questa prima metà del libro riguarda i primi scritti sull'antropologia, la sociologia, il ruolo delle razze e altre filosofie da salotto tipiche di quell'epoca. Il cuore del messaggio Vebleniano – ovvero che la finanza stesse prendendo il sopravvento sul capitalismo industriale trasformandolo in un sistema di reclutamento di rentier anziché massimizzare il welfare sociale e gli standard di vita – viene messo alla gogna esattamente a metà del 9° Capitolo (“Corporazioni e Credito”). Reisman ritorna poi ad un discorso più generico concludendo il libro con un capitolo sull' “Economia Neoclassica” in cui parla per sommi capi della metodologia Vebleniana senza nemmeno spiegare su cosa fosse incentrata – tantomeno dell'orientamento politico che aveva ispirato lui e la sua generazione di riformisti!
Come osservazione finale desidero menzionare lo stile utilizzato da Raisman che risulta essere chiuso e alle volte ottuso. Molti periodi sono brevi e tendono a ripetersi. Per di più il prezzo, equivalente a 150$, è assolutamente esagerato per un libro il cui costo di produzione equivale a 10$. Se è vero che il prezzo riflette il valore delle cose le librerie potrebbero comprare altro piuttosto che un libro del genere o, peggio ancora, le raccolte pubblicate da Elgar.

Michael Hudson (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.) è un illustre ricercatore con cattedra all'Università del Missouri (Kansas City), il suo più recente libro s'intitola “The Bubble and Beyond” (ISLET 2012). La sua pagina web è michael-hudson.com


 Fonte: http://neweconomicperspectives.org/2012/10/the-social-economics-of-thorstein-veblen.html

Traduzione di Rio Solare Chieco


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