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Dove si nasconde il pericolo

Vi presentiamo un imperdibile articolo di Olivier Blanchard, il famoso capo economista del Fondo Monetario Internazionale che nelle sue recenti pubblicazioni ha dimostrato che le previsioni utilizzate dalle principali istituzioni internazionali, prima fra tutte lo stesso FMI, hanno sottovalutato gli effetti nefasti delle politiche di austerità.

Ciò è dovuto, spiega Blanchard, all’utilizzo di modelli economici che semplificano in maniera eccessiva il funzionamento del sistema finanziario. All’interno di questi modelli, derivanti soprattutto dalla scuola di pensiero definita New Keynesian, non c’è spazio per i cosiddetti “angoli oscuri”, ovvero quelle condizioni di crisi dalle quali non è possibile uscire semplicemente attraverso interventi correttivi delle “imperfezioni di mercato”, perché ci si trova in presenza di eventi drammatici (shock) che impediscono al sistema del credito, agli investimenti e ai mercati finanziari di funzionare correttamente.

È un atto di accusa senza precedenti che Blanchard rivolge all’intero mondo degli economisti mainstream, incluso sé stesso, colpevoli di aver promosso per oltre vent’anni l’adozione di modelli eccessivamente semplici e lineari da parte della stragrande maggioranza di tutte le istituzioni politiche ed accademiche. Per l’economista del FMI una delle cause principali di questa involuzione è costituita dalla cosiddetta “rivoluzione delle aspettative razionali degli anni Settanta”: si tratta di una teoria propugnata dagli economisti Robert Lucas e Thomas Sargent, secondo la quale gli individui e le organizzazioni usano le informazioni in modo efficiente, senza compiere errori sistematici nella formazione delle aspettative future.

Se si accetta questa ipotesi, le crisi possono essere considerate come degli episodi sporadici e comunque fisiologici ma mai in grado di compromettere il funzionamento del libero mercato, il quale è per sua natura in grado di autoregolarsi e compiere le scelte giuste affinché gli investimenti possano ripartire e con essi produzione ed occupazione.

Blanchard ricorda che l’analisi mainstream non riteneva fondamentale analizzare i problemi legati alla liquidità, ovvero la possibilità che famiglie, imprese e banche possano avere una struttura di passività (debiti) a breve termine che non riescono a finanziare tramite la propria struttura di attività (crediti) a lungo termine. Altri economisti che si sono dedicati maggiormente all’analisi dell’instabilità dei sistemi finanziari moderni, come ad esempio Hyman Minsky, hanno sottolineato come gli agenti economici siano sottoposti ad un “vincolo di sopravvivenza” costituito dalla necessità di finanziare le proprie uscite con opportuni flussi di entrate, almeno nel medio termine, pena l’esplosione di bolle speculative e crisi del debito privato.

Fondamentale è anche il riconoscimento da parte dell’economista francese che la deflazione, spettro che ormai si aggira per l’intera Europa, aggrava il peso delle posizioni debitorie e rende quindi difficile la restituzione dei prestiti a causa delle minori entrate delle imprese. Le conseguenze principali sono l’incremento esponenziale della disoccupazione e il crollo del valore delle attività detenute dalle banche sotto forma di prestiti, il che indebolisce fortemente i bilanci bancari ed incrementa a dismisura il rischio complessivo dell’economia, definito rischio sistemico dagli economisti.

Il riconoscimento di queste debolezze fondamentali dell’economia mainstream non va tuttavia oltre la necessità di includere il problema della liquidità e dell’instabilità finanziaria all’interno dei modelli utilizzati. Peraltro, l’attenzione che Blanchard riserva ai tassi d’interesse, circa i quali egli osserva che se i tassi nominali fossero stati più elevati del 2% prima della crisi avrebbero consentito margini di manovra maggiori per la politica monetaria, continuano ad assegnare alla politica monetaria stessa delle capacità di stimolo dell’economia che essa non possiede.
Lo hanno riconosciuto, negli ultimi mesi, policy maker come Mario Draghi, Ignazio Visco e la stessa Christine Lagarde, concordando sul fatto che le attenzioni delle autorità economiche in momenti di recessione devono essere riversate sull’utilizzo della politica fiscale espansiva e degli investimenti pubblici per combattere la disoccupazione, rilanciare i consumi e di conseguenza dare un impulso davvero significativo agli investimenti.

Una posizione condivisibile ma tardiva, la quale comunque propone l’utilizzo della leva fiscale non per obiettivi di politica economica come la piena occupazione e la migliore distribuzione dei redditi, bensì principalmente per abbattere le aspettative negative di crescita da parte degli investitori privati e per diminuire i rapporti debito/PIL dei Paesi europei in difficoltà. Si tratta quindi di soluzioni che continuano a riporre un’estrema fiducia nella capacità del “mercato” di riportare l’economia mondiale verso porti più sicuri. Laddove si chiede l’intervento dello stato, lo si fa infatti per correggere quei “fallimenti del mercato” che frenano l’impulso al dinamismo degli investimenti privati.

Economia Per I Cittadini consiglia quindi la lettura di questo storico testo di Olivier Blanchard, senza però dimenticare che parametri numerici quali deficit/PIL e debito/PIL non costituiscono pilastri di una vera finanza funzionale, la quale invece riconosce che il livello del deficit pubblico non deve subire alcuna restrizione se non quella del raggiungimento della piena occupazione dei lavoratori e del pieno impiego della capacità produttiva dell’economia.

Perciò accogliamo di buon grado gli appelli ad incrementare gli investimenti pubblici e riconsiderare l’intervento dello stato nell’economia, e aggiungiamo che tale intervento deve essere considerato come un aspetto necessario e strutturale delle politiche pubbliche di un Paese.
Precisiamo infine che oltre a sottolineare la necessità degli investimenti pubblici, il dibattito dovrebbe concentrarsi anche sulla qualità degli investimenti stessi. Una politica di sostegno ai profitti del big business, magari con l’aggiunta di pacchetti di sussidi per coloro che non riescono a far valere le proprie competenze attuali nel mondo del lavoro perché esse non sono richieste dalle imprese è infatti insufficiente ad affrontare pienamente i problemi più profondi della nostra economia.

In virtù di ciò, gli economisti della Teoria della Moneta Moderna hanno elaborato dei programmi di lavoro garantito attraverso i quali il settore pubblico decide di assumere tutti coloro che vogliono e sono in grado di lavorare, ad un salario minimo prefissato. All’interno di questi programmi possono essere svolte le più svariate attività, tutte volte a generare uno stock di risorse utili e produttive per la collettività, e soprattutto non sono richieste particolari competenze valutate come necessarie dai mercati delle risorse umane: è il posto di lavoro che si adatta al lavoratore e non viceversa.

Una politica di investimenti simile fornirebbe non soltanto uno stimolo alla domanda, bensì un programma completo di lotta alle disuguaglianze, eliminazione della disoccupazione involontaria, promozione della partecipazione dei lavoratori alla decisione in merito a cosa, come e quanto produrre


 

A questo link è possibile scaricare la traduzione italiana del testo di Blanchard, curata da Giacomo Bracci  

testo duplicabile o utilizzabile da terzi, dietro citazione di Epic come fonte