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Superare il sali e scendi del ciclo economico: abbiamo bisogno di una nuova teoria del Capitalismo

Questo è l’anno nel quale l’economia potrebbe, se siamo fortunati, prendere una svolta. Ci sono una marea di richieste di cambiamento nella maniera in cui viene insegnata nelle Università. C’è una conferenza mondiale dell’Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica a Parigi, dove i giganti dell’economia radicale - come il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis - avranno la loro più grande “piattaforma mainstream” di sempre. E c’è anche un film dove la star di Monty Python parla al pupazzo di Hyman Minsky.

 

Il film-documentario di Terry Jones “Boom Bust Boom” esce nelle sale questo mese. Facendo uso di marionette e teste parlanti (inclusa la mia) [di Paul Mason, ndt], Jones cerca di rendere popolare il lavoro di Minsky, un economista statunitense scomparso nel 1996, il cui nome è stato associato al crollo della Lehman Brothers. Gli analisti terrorizzati l’hanno etichettato come “il momento di Minsky”.

La genialità di Minsky fu mostrare che il capitalismo finanziariamente complesso è sostanzialmente instabile. Sotto condizioni di stabilità, le imprese, le banche e le famiglie si muoveranno, nel corso del tempo, da un punto in cui il loro reddito è in grado di ripagare il loro debito ad un altro nel quale può solo ripagare gli interessi. Alla fine, con una crescente instabilità e con le banche che rispondono espandendo l’offerta di moneta, gli individui finiscono con il chiedere in prestito [denaro, ndt] solo per ripagare gli interessi. I prezzi di azioni, di immobili e di materie prime decollano. Il crack diventa inevitabile.


Questa logica e coerente previsione fu derisa finché divenne realtà. L’economia mainstream aveva convinto se stessa che il capitalismo tendeva all’equilibrio; e che ogni shock dovesse essere esterno. È successo questo riducendo il pensiero economico alla formulazione di modelli astratti, che perfettamente descrivevano il sistema per il 95% delle volte, ma saltavano durante eventi critici.

In seguito alla crisi - che minaccia alcune nazioni con un periodo di stagnazione lungo decenni - è stata riconosciuta l’intuizione di Minsky. Ma i suoi sostenitori affrontano un problema. L’economia mainstream ha un modello, quella radicale no. La teoria mainstream è “abbastanza buona” per un’attività commerciale, un ministro delle finanze o una banca centrale - ma bisogna essere pronti, nella pratica, ad ignorarla di fronte ad una crisi.

Questo effettivamente descrive l’attuale situazione tra i policymakers. Stanno tentando di ricondurre l’economia in uno stato in cui i loro modelli possano essere validi di nuovo, usando misure che le loro stesse teorie dicono non essere necessarie: il quantitative easing, la nazionalizzazione delle banche, parziali insolvenze di debito pubblico e svalutazione.

La fazione radicale pro-Minsky è in una condizione di svantaggio perché non possiede un modello completamente alternativo di capitalismo. Alcuni hanno creato programmi al computer per mostrare come scoppia una crisi finanziaria. Ma, per loro stessa ammissione, non possiedono un modello alternativo di come funziona il capitalismo. Loro hanno “più o meno ragione” piuttosto che essere “esattamente nel torto”, ammette l’olandese Theo Kocken, professore di Finanza. La soluzione che Kocken suggerisce è concentrarsi nel capire il perché abbiamo delle percezioni errate sul rischio. L’economia comportamentale sta avendo una rilevanza importante dal 2008, identificando i problemi per la mente umana quando si imbatte in rischi complessi: semplificazione eccessiva, eccessiva fiducia e “pregiudizi di conferma”, dove ignoriamo fatti che sfidano il nostro credo. Ma sommando le intuizioni comportamentali al modello di follia finanziaria di Minsky non si passa a una teoria del capitalismo.

Qui, il parallelo con eventi fisici sono ovvi. Dopo la grande svolta di Einstein, siamo stati lasciati con due considerazioni concorrenti e reciprocamente incompatibili delle leggi della fisica. Einstein stesso non era soddisfatto, perseguendo dal 1920 una “teoria del tutto”. È un obiettivo lodabile anche in economia. E qui è dove arriviamo al punto di svolta. I difensori dell’economia ortodossa e i sostenitori di Minsky si stanno chiedendo essenzialmente la stessa cosa: “Cosa sembra normalmente il capitalismo?”. Gli uni rispondono “stabile”, gli altri “instabile”. Ma è la domanda ad essere sbagliata. La giusta domanda è: In che punto siamo del lungo percorso di sviluppo del capitalismo? Quasi all’inizio, nel mezzo o alla fine? Questa domanda però finisce nel cuore delle tenebre.

Per il mainstream, il loro pensiero riguardo l’equilibrio e i modelli astratti sono fondate sempre sulla convinzione che il capitalismo sia un sistema eterno: gli accordi sociali riflettono quasi completamente la natura umana. I seguaci di Minsky, come tutti quelli di John Maynard Keynes, ritengono che una migliore comprensione della follia finanziaria possa stabilizzare un intero sistema instabile. Ma anche i fisici, che studiano un universo che dura da 13 miliardi di anni, sono preparati ad affrontare la sua morte - infatti sono ossessionati con i modelli.

Quindi la ricerca di una teoria è obbligatoria in economia. Il Santo Graal non è una nuova Ortodossia, messa insieme a partire da Minsky con i residui del pensiero mainstream, in modo tale che i banchieri possano costruire modelli di trading per appianare i problemi creati dal modo in cui funziona la nostra mente.
L'obiettivo dovrebbe essere qualcosa di più ambizioso, tale da poter plasmare l'attuale crisi del capitalismo all'interno di una comprensione del proprio destino.

Secondo me, la domanda fondamentale in economia riguarda ancora la crisi del 2008. È stato questo evento l’ultimo di una serie di shock necessari per permettere il decollo di una terza rivoluzione tecnologica? O è stato la prova che la tendenza del capitalismo di adattarsi e cambiare forma in risposta alla tecnologia è a un punto morto o addirittura terminata? Questo è l’ostacolo che dobbiamo superare in economia. Di fronte a questa mania per un “nuovo pensiero economico”, è quello riguardo cui dobbiamo riflettere di più.


Traduzione di Matteo Catania

Fonte: http://www.theguardian.com/commentisfree/2015/mar/22/to-move-beyond-boom-and-bust-need-new-theory-capitalism