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«Com’è possibile che nessuno si sia accorto che stava arrivandoci addosso questa crisi spaventosa?», dichiarava, già nel 2008, la Regina Elisabetta in occasione di un incontro con economisti della London School of Economics. È noto da tempo, infatti, che l’analisi dell’anatomia delle crisi finanziarie è stata assente nelle teorie economiche mainstream. Lo dice anche l’ex capo economista del Fondo monetario internazionale Olivier Blanchard: «La crisi ha chiarito che questa visione era sbagliata, e che c’è bisogno di riconsiderarla seriamente».

 

Secondo Blanchard abbiamo utilizzato modelli economici che semplificano in maniera eccessiva il funzionamento del sistema finanziario. Il risultato? L’euro come si presenta oggi, tanto per cominciare, con una Banca centrale europea deputata al controllo dell’inflazione e dei tassi di interesse, resa “credibile” agli occhi dei mercati finanziari grazie al divieto di finanziare i disavanzi pubblici degli Stati membri dell’Eurozona: l’idea era che sarebbe stato sufficiente mostrarsi rigidi, per difendersi dall’arrivo delle crisi finanziarie.

L’edificio teorico delle teorie mainstream (quelle, sempre per capirci, che sostengono Alberto Alesina e Francesco Giavazzi quando discettano dell’austerità espansiva, convinti che il rispetto della disciplina di bilancio da parte degli Stati avrebbe incentivato il consumo degli agenti privati) poggia sull’idea che gli Stati debbano dimostrare ai mercati di essere dei “buoni padri di famiglia”. Solo così gli investitori saranno disponibili a sottoscrivere i titoli degli Stati virtuosi. Per tentare poi di stimolare consumi e investimenti (siccome il modello non funziona poi benissimo) alle misure di contenimento del bilancio pubblico, si affiancano le famose riforme strutturali e l’utilizzo di politiche monetarie espansive come il Quantitative Easing. Tuttavia, queste misure non sembrano però dare i risultati sperati e il dibattito accademico e politico appare colmo di analogie con l’altra grande crisi finanziaria globale, quella del 1929.

In quel caso, fu John Maynard Keynes a fornire un cambiamento di paradigma rispetto alle ricette fornite dai “classici” e fondate sull’idea che in caso di eventi traumatici la flessibilità dei prezzi e dei salari avrebbe consentito di tornare ad uno stato di equilibrio, qualora non vi fossero impedimenti all’operare del libero mercato. Questo argomento era considerato da Keynes come una fallacia di composizione: la riduzione dei salari rappresenta un vantaggio per l’imprenditore che li deve erogare ma al contempo riduce il reddito del lavoratore che li deve ricevere. Di conseguenza, il tentativo simultaneo di imprese, lavoratori e Stato di ridurre la propria spesa porta l’intera economia a deprimere il proprio reddito.

La soluzione, per Keynes, risiedeva nella possibilità che lo Stato potesse fornire all’economia la domanda che manca quando l’incertezza sul futuro porta gli imprenditori a deprimere i propri animal spirits e le famiglie a risparmiare. Gli eredi odierni di Keynes hanno avuto maggiore fortuna dei colleghi mainstream nelle loro previsioni. E ci saremmo risparmiati lunghissimi vertici notturni, se li avessimo ascoltati di più. Ma non è mai troppo tardi.

Molte sono le derivazioni del pensiero di Keynes, inizialmente portato avanti dal famoso gruppo dei keynesiani di Cambridge, che includeva nomi come Maurice Dobb, Nicholas Kaldor, l’italiano Piero Sraffa e l’eccentrica Joan Robinson, la quale dichiarava che lo scopo di studiare economia «non è acquisire un insieme di risposte preconfezionate alle questioni economiche, bensì imparare come evitare di farsi ingannare dagli economisti».

È di particolare attualità lo studio dell’effetto che i mercati finanziari producono sull’economia reale, condotto dall’economista americano - sempre post-keynesiano - Hyman Minsky, divenuto celebre per la sua “ipotesi di instabilità finanziaria”. Lo è a tal punto che nel 1998 Paul McCulley, del noto fondo di investimenti Pimco, ha coniato l’espressione Minsky moment per descrivere l’effetto di una crisi finanziaria. Secondo Minsky, l’instabilità genera cicli di espansione e recessione che non sono patologie inattese dell’economia, come vorrebbero alcune interpretazioni mainstream, bensì caratteristiche strutturali del funzionamento dei mercati. L’unica possibilità per neutralizzarne gli effetti è, secondo Minsky, la presenza di una banca centrale e di un settore pubblico che agiscano da prestatore e datore di lavoro di ultima istanza. Alla faccia dell’ossessione per il debito pubblico, insomma, non è quello il problema, anzi: un altro post-keynesiano britannico, Wynne Godley, attraverso una semplice identità contabile, mostrava come il saldo del settore privato di un Paese, ovvero la differenza fra quanto lavoratori e imprese nazionali spendono e quanto investono, può essere positivo solo se al contempo esiste un disavanzo dello Stato, un surplus commerciale nei confronti dell’estero, o entrambi. Perciò, se esiste un vincolo alla crescita del disavanzo, l’unica possibilità per evitare che cittadini ed imprese di un Paese si indebitino nel loro complesso è realizzare surplus commerciali (ovvero esportare più di quanto si importa).

Si spinge oltre un altro gruppo di economisti, quello della Modern Money Theory, che secondo Federico Rampini, corrispondente Usa di la Repubblica, «è ben più radicale del pensiero “keynesiano di sinistra” al quale siamo abituati». «Il “nuovo Keynes”», spiegava Rampini nel 2012, «oggi non è un profeta isolato. Galbraith Jr. è solo il più celebre dei cognomi, ma la Mmt è una vera scuola di pensiero, ricca di cervelli e di think tank. Così come la destra reaganiana ebbe il suo pensatoio nell’Università di Chicago (dove regnava negli anni Settanta il Nobel dell’economia Milton Friedman), oggi l’equivalente “a sinistra” sono la University of Missouri a Kansas City, il Bard College nello Stato di New York, il Roosevelt Institute di Washington».

La teoria afferma che la moneta è uno strumento utilizzato dai governi per attirare risorse reali come beni, servizi e forza lavoro da utilizzare poi nelle proprie politiche pubbliche. Secondo l’economista Warren Mosler (recentemente intervistato da Left), la moneta è un monopolio pubblico che viene utilizzato da lavoratori ed imprese di un Paese poiché essa è l’unico mezzo accettato dai governi in pagamento delle tasse. Emettere moneta quindi, nella Modern Money Theory può essere paragonato ad assegnare punti ogni volta che una squadra di calcio segna un goal: così come l’arbitro non può restare “a corto di punti”, i governi non possono restare a corto di moneta. La differenza tra la moneta spesa e quella incassata tramite la tassazione, cioè il deficit, corrisponde ai risparmi accumulati da lavoratori ed imprese. Secondo Stephanie Kelton, attualmente all’interno della Commissione Bilanci del Senato Usa, ciò significa che non sono le tasse a fornire il finanziamento iniziale della spesa pubblica: esse anzi “distruggono” la ricchezza finanziaria precedentemente immessa dai governi sotto forma di spesa pubblica. Perciò, secondo uno dei maggiori precursori della Mmt, l’economista Abba Lerner, i governi dovrebbero avere come obiettivi principali la piena occupazione e la stabilità dei prezzi, e non certo quello preoccuparsi del rapporto tra deficit e Pil.

Ecco però l’obiezione storicamente più diffusa all’utilizzo di politiche fiscali in disavanzo: l’inflazione, la stessa che è sottostante al divieto di finanziamento monetario dei deficit pubblici da parte della Bce. Anche qui gli eredi di Keynes, soprattutto gli italiani come Piero Sraffa, Paolo Sylos Labini, Luigi Pasinetti, e Pierangelo Garegnani, hanno mostrato che la realtà è più complessa di quanto appaia. Attraverso i loro studi è possibile comprendere come l’andamento dei prezzi non rifletta necessariamente la quantità di moneta presente nell’economia. Ne è prova il fatto che a fronte delle massicce immissioni di moneta, il tasso di inflazione nell’Eurozona sia pari allo 0,2 per cento e non abbia mai superato il 4 per cento negli Stati Uniti dal 2009 al 2015, quando essi - riuscendo loro sì a rianimare l’economia - hanno realizzato ampi deficit pubblici oltre che operazioni di politica monetaria come il Qe.

Ma se è così facile, tutto così semplice, perché queste teorie non vengono prese in considerazione? Ecco che entriamo nel campo della politica (ben consapevoli che la “tecnica” non esiste, come l’esperienza del governo di Mario Monti insegna). In un famoso articolo del 1943, l’economista Michal Kalecki (uno dei primi interpreti della sintesi fra il pensiero marxiano e quello keynesiano) spiegava come un’economia in stato di piena occupazione potrebbe ridurre il grado di controllo sul lavoratore e la distribuzione dei diritti sociali, sebbene determini una crescita generale dei consumi e degli investimenti. E persino gli economisti Carl Shapiro e Joseph Stiglitz - assai meno “eretici” di Kalecki - affermavano, nel 1984, come l’esistenza della disoccupazione permettesse alle imprese di “disciplinare” i lavoratori, inducendo coloro che sono all’interno della forza lavoro ad accettare le condizioni vigenti al fine di non essere “puniti” attraverso il licenziamento.

Sarà per questo che il “keynesismo” in tutte le sue sfaccettature è stato vituperato dalle classi dirigenti meno inclini al progressismo?


tratto da Left, n. 27 (18 luglio 2015)