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L’irrilevanza dell’equilibrio economico walrasiano - Conferenza di Nicholas Kaldor

Il pdf che potete scaricare, dal titolo “L’irrilevanza dell’equilibrio economico” di Nicholas Kaldor è stato pubblicato su “The Economic Journal, Vol. 82, No. 325 (Dic., 1972), pag. 1237-1255”; è consultabile e scaricabile anche nella sua versione originale in lingua inglese (qui); ed è il “frutto” di una presentazione tenuta dall’autore alla Conferenza di Goodricke presso la “University of York”, il 10 maggio del 1972.

La presentazione alla conferenza di Nicholas Kaldor si rivolge ad uno dei capisaldi dell’economia tradizionale, ortodossa o mainstream che dir si voglia, ed è concentrata nientemeno che sulla teoria dell’equilibrio economico generale così come formulata da Léon Walras e successivamente sviluppata. L’equilibrio economico viene definito come “(…) sterile ed irrilevante, (…), per spiegare la modalità operativa delle forze economiche (…)” in relazione ad una mancanza nella teoria e nei suoi propugnatori del “tentativo di verificare il realismo di quegli assunti, e senza nessuna investigazione relativa al fatto se la teoria risultante ‘dell’equilibrio dei prezzi’ abbia alcun potere di spiegazione in relazione ai prezzi effettivi”.

Kaldor sottolinea poi anche come i modelli puramente matematici ed econometrici, successivamente sviluppati sulla teoria, ma anche a livello generale, non portino da nessuna parte e che "(...) lo sviluppo di raffinati metodi di deduzione statistica non possono fare nulla per colmare la mancanza di una comprensione di base di come funzioni l'economia reale". Da ciò: “(…) un vago senso di insoddisfazione, aperto o represso, per l’attuale stato dell’economia tra la maggior parte dei membri della professione economica – come è evidenziato, per esempio, dai recenti indirizzi Presidenziali alla Royal Society e alla sezione F della British Association (…)."

Dopo aver individuato l’oggetto – l’equilibrio economico – ed il suo autore, dopo aver espresso alcune perplessità avverso i modelli sempre più matematici, la presentazione continua con la dimostrazione “critica” del perché l’apparato teorico, definito come “l’abito di pensiero”, sarebbe irrilevante. Partendo da A. Smith con l’ausilio di uno scritto di A. Young, l’autore descrive come: “L’ipotesi di base di questa teoria sono costi costanti, o rendimenti costanti di scala. Con Smith e Ricardo questo era implicito nella nozione di ‘prezzo naturale’ determinato unicamente dai costi di produzione (…). Con la scuola neo-classica – (…) – era esplicito nell’ipotesi di funzioni di produzione omogenee e lineari, che erano uno degli ‘assiomi’ richiesti per fare si che le ipotesi della concorrenza perfetta e della massimizzazione dei profitti fossero coerenti l’una con l’altra”. Ma, sottolinea sempre l’autore: “Ancora ad un livello empirico, nessuno dubita che in ogni attività economica che coinvolga il processo di trasformazione di materiali di base – (…) – i rendimenti crescenti dominino il quadro per le ragioni descritte da Adam Smith nel primo capitolo de ‘La ricchezza delle nazioni’”. Pertanto si ha un superamento dell’assioma della linearità e: “Le conseguenze dell’abbandono dell’assioma della ‘linearità’ e dell’adozione di quello per il quale, in generale, la produzione di una qualsiasi merce, o di qualsiasi gruppo di merci, è soggetta ai rendimenti crescenti di scala, sono di portata molto vasta. La prima e più importante vittima è la nozione di ‘equilibrio generale’”.

Una volta accettati i rendimenti crescenti, secondo l’autore, la nozione di equilibrio diventa un mezzo triviale di previsione economica, incapace di spiegare il funzionamento delle forze economiche stesse e che sacrificherebbe le funzioni creative del mercato unicamente a favore di quelle allocative. Inoltre: “Una volta che accettiamo i rendimenti crescenti, le forze che fanno il cambiamento continuo sono endogene – ‘sono generate dall’interno del sistema economico’ – e lo stato effettivo dell’economia durante un ‘periodo’ non può essere previsto eccetto che come il risultato della sequenza di eventi dei periodi precedenti che hanno portato allo stesso”.

Ancora, secondo Nicholas Kaldor: “(…) il processo di sviluppo economico può essere visto come la risultante di un continuo processo di inter-azione – si potrebbe quasi dire, una reazione a catena – tra l’aumento della domanda che è stato indotto dall’aumento dell’offerta, e l’aumento dell’offerta che è stato evocato dall’aumento della domanda” e, pertanto, Kaldor, sempre utilizzando e citando una serie di autori con le loro teorie, ma con le parole di A. Young, avalla l’idea che: “Anche con una popolazione stazionaria ed in assenza di nuove scoperte nelle scienze pure ed applicate (…) non ci sono limiti al processo di espansione eccetto i limiti oltre i quali la domanda non è elastica ed i rendimenti non aumentano”.

Un’ultima parte, precedente le conclusioni e l’appendice, è dedicata al ruolo della domanda e ai due generi di investimenti indotti. Il presupposto è che ci siano due generi di domanda e di offerta, la domanda e l’offerta di flusso e la domanda e l’offerta di scorte (generata internamente al mercato). Questo verrebbe ancora una volta trascurato nel “rarefatto e perfetto mondo walrasiano” con pessimi risultati sulla tenuta della teoria. Inoltre, un’altra parte importante di questa presentazione di N. Kaldor si trova nel modo di approcciare gli investimenti. Avendo questi, per l’autore, carattere indotto “(…) che nasce più o meno come un prodotto del cambiamento nella organizzazione della produzione. Questo opera inoltre in due differenti modi. (…)” il risultato sarebbe che “Può sembrare paradossale che gli ‘investimenti indotti’ debbano risultare sia dall’aumento dell’offerta che della domanda, ma non c’è nulla di necessariamente incoerente in questo, sempre che ci sia una asimmetria nell’organizzazione del mercato (…)”.

Per la lettura integrale e più approfondita di questa presentazione/scritto che può essere detta di economia eterodossa, potete scaricare il file in pdf con la traduzione di Luca Pezzotta e la revisione di Matteo Catania, membri dell’associazione nazionale Economia Per I Cittadini.

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