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La prospettiva della libertà

Pubblichiamo "La prospettiva della libertà" brano tratto da BREVE STORIA DEL NEOLIBERISMO di David Harvey. Copia pubblicata dall' Università della Calabria Cit. editore "Il Saggiatore"

Un'analisi della storia e dello stato attuale del neoliberalismo,che ne esamina le contraddizioni evidenziando come le "libertà" che offre non coincidano con i bisogni reali della gente. Dati alla mano, l'autore dimostra che il neoliberalismo ha restaurato il potere di classe e minaccia le istanze democratiche.

Tutto comincia negli anni tra il 1978 e il 1980, quando Deng Xiaoping dà il via alla liberalizzazione economica che condurrà alla Cina di oggi, Paul Volcker cambia drasticamente la politica monetaria americana, Margaret Thatcher diviene primo ministro e il neoeletto Ronald Regan concede maggiori libertà alle lobby finanziarie. La cosiddetta "globalizzazione" ha inizio in quei giorni, quando il benessere dell'umanità è affidato alla libertà imprenditoriale (supportata da strutture militari o paramilitari a difesa della proprietà privata). Vent'anni dopo, i sostenitori di tali strategie occupano posizioni importanti nel campo dell'educazione, dei media, della politica. 

 

La prospettiva della libertà

 

È interessante leggere la storia della neoliberalizzazione e della formazione di classe e la sempre più diffusa accettazione delle idee della società di Mont Pélerin sullo sfondo delle riflessioni proposte da Karl Polanyi nel 1944 (poco tempo prima che venisse costituita tale associazione). In una società complessa, notava Polanyi, il significato della libertà diviene tanto più contraddittorio e (48) pregno quanto più le sue sollecitazioni all’azione sono stringenti. Secondo Polanyi esistono due tipi di libertà, uno buono e l’altro cattivo; tra gli esempi di quest’ultimo tipo egli elencava «la libertà di sfruttare i propri simili, o la libertà di impedire che le invenzioni tecnologiche vengano usate a pubblico beneficio, oppure la libertà di trarre profitto da pubbliche calamità organizzate in segreto

per trarne vantaggi privati». Ma, continuava, «l’economia di mercato nel cui ambito prosperano queste libertà ha anche prodotto libertà a cui diamo grande valore. La libertà di coscienza, la libertà di parola, la libertà di riunione, la libertà di associazione, la libertà di scegliersi il proprio lavoro». Anche se molti possono «aver care queste libertà di per se stesse» - come certamente accade ancora a molti di noi - si tratta in larga misura di «prodotti secondari della stessa economia che ha prodotto anche le libertà negative». Considerata l’attuale egemonia del pensiero neoliberista, leggere la risposta di Polanyi a questo dualismo può produrre uno strano effetto:

 

''La fine dell’economia di mercato può divenire l’inizio di un’era di libertà senza precedenti. Le libertà giuridiche ed effettive possono essere rese più ampie e più generali di quanto siano mai state; la regolamentazione e il controllo possono servire a garantire la libertà non solo a pochi, ma a tutti. La libertà non come elemento accessorio del privilegio, contaminato. alla fonte, ma come un diritto. prescrittivo che si estende ben oltre gli stretti limiti del1a sfera politica, nell’organizzazione interna della società stessa. Così le antiche libertà e i diritti civili si aggiungerebbero alla riserva delle nuove libertà generate dal tempo libero e dalla sicurezza che la società industriale offre a tutti. Una simile società potrebbe permettersi di essere tanto giusta quanto libera.''

 

Sfortunatamente, notava Polanyi, il passaggio a un futuro del genere è impedito dall’«ostacolo morale» dell’utopismo liberale (e più di una volta egli cita Hayek come rappresentante di questa tradizione):

 

''Le pianificazioni e il controllo vengono accusati di essere negazioni della libertà. Si afferma che la libera impresa e la proprietà privata sono essenziali alla libertà. Si afferma che nessuna società costruita su fondamenti diversi merita di essere chiamata libera. La (49) libertà creata dalla regolamentazione viene denunciata come illibertà; la giustizia, la libertà e il welfare che offre vengono biasimati come una mascheratura della schiavitù.''

 

L’idea di libertà «degenera così in un mero patrocinio della libera impresa», che significa «piena libertà per coloro che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza, e una vera e propria carenza di libertà per la gente che invano potrebbe cercare di far uso dei propri diritti democratici per trovare protezione dal potere di quanti detengono le proprietà». Ma se, come sempre accade, «non è possibile una società in cui non siano presenti il potere e la costrizione, e neppure un mondo in cui la forza non abbia una funzione», allora l’unico modo in cui questa visione utopica liberale potrà essere sostenuta è con la forza, la violenza e l’autoritarismo. L’utopismo liberale o neoliberista è condannato, nella concezione di Polanyi, a essere frustrato dall’autoritarismo, se non dal fascismo vero e proprio. Le libertà buone svaniscono, e subentrano quelle cattive.

 

La diagnosi di Polanyi sembra adattarsi perfettamente alla condizione contemporanea; offre un’ottica valida per interpretare le parole del presidente Bush quando afferma che «proprio perché siamo la più grande potenza della terra, noi (gli Stati Uniti) abbiamo il dovere di contribuire a diffondere la libertà»; aiuta a spiegare perché il neoliberismo è divenuto così autoritario, forte e antidemocratico proprio nel momento in cui «l’umanità ha tra le mani l’opportunità di far trionfare la libertà su tutti i suoi antichi nemici»; ci porta a concentrare la nostra attenzione sul fatto che tante aziende hanno tratto profitto dal rifiuto di rendere disponibili a tutti i benefici delle proprie tecnologie (come i farmaci per l’AIDS), oltre che dalle calamità della guerra (come nel caso della Halliburton), delle carestie e dei disastri ambientali; fa sorgere il dubbio che molte di queste calamità o quasi calamità (la corsa agli armamenti, la necessità di far fronte a nemici tanto reali quanto immaginari) siano state segretamente organizzate a vantaggio di interessi aziendali, e rende fin troppo chiaro perché coloro che dispongono di ricchezza e potere sostengano con tanto fervore una certa concezione dei diritti e della libertà, cercando di persuaderci della sua universalità e bontà. Trent’anni di libertà neoliberiste, dopo tutto, non hanno solo restaurato il potere di (50) una classe capitalistica assai ben definita: hanno anche prodotto immense concentrazioni di potere aziendale nei campi dell’energia, dei media, dei prodotti farmaceutici, dei trasporti e del commercio al dettaglio (si pensi al caso della Wal-Mart). La libertà del i mercato, che secondo i proclami di Bush sarebbe il vertice delle aspirazioni umane, si rivela un comodo strumento per diffondere in modo indiscriminato il potere monopolistico aziendale e la Coca-Cola. Grazie a un’influenza spropositata sui media e sulla politica, questa classe (Rupert Murdoch e Fox News in testa) ha l’incentivo e il potere per persuaderci che stiamo meglio in un regime di libertà neoliberista. All’élite, chiusa nei propri ghetti dorati, il mondo deve sembrare davvero un posto migliore. Come avrebbe potuto dire Polanyi, il neoliberismo conferisce diritti e libertà a coloro «che non hanno bisogno di veder crescere i propri redditi, il proprio tempo libero e la propria sicurezza», lasciandoci soltanto le briciole. Perché allora ci siamo dimostrati così acquiescenti di fronte a questo stato di cose?