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L'Economia ecologica di Mr. Soddy

Strumenti di debito innovativi ed opachi; banchieri avidi; la bramosia di chi emette prestiti per mutui rischiosi; mancanza di regolamentazione; carenza di liquidità bancaria. Questi sono tutti fattori che sono stati invocati come cause di fondo della più grande crisi economica dopo la Grande Depressione. Ma una diagnosi più accurata, e molto più inquietante, è suggerita dal lavoro di un relativamente sottovalutato chimico inglese che si è dedicato all'economia scrivendo libri prima e dopo la Grande Depressione.

Frederick Soddy, nato nel 1877, era un individualista che non si inchinava davanti alle convenzioni, descritto dai biografi come uomo difficile e ostinato. Premio Nobel per la chimica nel 1921, grazie ai suoi lavori sul decadimento radioattivo, già nel 1909 aveva previsto le potenzialità energetiche della fissione nucleare. Ma la sua inquietudine su un possibile uso bellico delle sue scoperte, insieme al disgusto per la complicità tra la sua disciplina (la chimica fisica) e gli stermini di massa della prima guerra mondiale, lo portarono a mettere da parte la chimica per studiare l'economia politica - il mondo in cui il progresso scientifico presenta le sue virtù.

In quattro libri scritti tra il 1921 al 1934, Soddy ha portato avanti una campagna donchisciottesca per una radicale ristrutturazione delle relazioni monetarie globali. E venne sonoramente respinto come uno svitato.

 

Soddy presenta la prospettiva di una economia radicata nella fisica - sulle leggi della termodinamica in particolare. Spesso paragona l'economia ad una macchina, sebbene ben pochi economisti siano disposti a seguire l'analogia fino alle logica conclusione: che come in qualsiasi macchina l'economia deve ottenere energia al di fuori da se stessa. La prima e la seconda legge della termodinamica sanciscono infatti l'impossibilità del moto perpetuo, e di tutti gli schemi in cui le macchine creano energia dal nulla, o che la riciclano indefinitivamente. Soddy criticò la convinzione dominante che l'economia è come una macchina a moto perpetuo, in grado di generare ricchezza infinita - una critica simile a quella presentata anche dai suoi eredi intellettuali nel campo oggi emergente dell'economia ecologica (o bioeconomia).

 

Nicholas Georgescu-Roegen (un economista rumeno che iniziò a definire questo nuovo approccio in un suo libro nel 1970), presenta un'analogia più pertinente, cioè di modellare l'economia come un sistema vivente. Come ogni forma di vita che estrae dall'ambiente la materia e l'energia necessarie (a "bassa entropia"), così è per la vita animata, che necessita di cibo, e così è per l'economia che necessita di energia, di miniere, e di materie prime fornite da piante e animali. E come ogni forma di vita, l'economia rilascia una scia altamente entropica - emette materia ed energia degradate: il calore di scarto, gas di scarico, sottoprodotti tossici, torsoli di mela, particelle di ferro arrugginito e consumato. Emissioni a bassa entropia sono la spazzatura e l'inquinamento in tutte le sue forme, tra cui il giornale di ieri, le scarpe da ginnastica vecchie dell'anno scorso, una automobile arrugginita di dieci anni fa.

 

La materia utilizzata in un processo economico può essere riciclata, con l'aiuto di energia esterna. Ma l'energia, una volta utilizzata è per sempre degradata e impossibile da riutilizzarsi allo stesso livello. La legge dell'entropia impone un flusso unidirezionale verso il basso, verso forme sempre meno utilizzabili. Un animale non può vivere perennemente dei propri escrementi. Né si può riempire il serbatoio di un'auto spingendola all'indietro. Georgescu-Roegen, parafrasando l'economista Alfred Marshall, disse: "La biologia, e non la meccanica, è la nostra Mecca".

 

Dopo Soddy, Georgescu-Roegen e altri economisti ecologici hanno sostenuto che la ricchezza è una grandezza reale e fisica. Essa è l'insieme delle automobili, dei computers, dell'abbigliamento, dei mobili, le patatine fritte, tutto ciò che si può acquistare con i dollari. I dollari non sono ricchezza reale, ma unicamente simboli che rappresentano il diritto del portatore ad ottenere ricchezza reale dall'economia. Il debito invece rappresenta le aspettative sulla capacità dell'economia di generare ricchezza in futuro.

"La passione dominante dell'epoca," scrisse Soddy, "è di trasformare la ricchezza in debito" - ossia scambiare qualcosa con valore reale al presente (qualunque cosa che può essere rubata, o rotta, o che può arruggine o marcire nel tempo) per qualcosa di immutabile, il diritto di ottenere in futuro una ricchezza che non è stata ancora creata. Il denaro facilita gli scambi; essa è, disse Soddy, "il nulla che si ottiene in cambio di qualcosa, prima di poter ottenere qualsiasi altra cosa."

 

I problemi sorgono quando la ricchezza e il debito non sono mantenuti nel giusto rapporto. La quantità di ricchezza che un'economia può creare è limitata dalla quantità di energia a bassa entropia che può ottenere dall'ambiente in modo sostenibile - e dalla quantità di scarti ad alta entropia che l'ambiente può assorbire in modo sostenibile. Il Debito, essendo una quantità matematica, immaginaria, non ha tale limite naturale. Può addirittura crescere all'infinito, ad esempio con un qualunque tasso di interesse composto.

 

Ogni volta che un' economia permette che il debito possa crescere più velocemente di quanto viene creata la ricchezza, allora una tale economia ad un certo punto dovrà ripudiare il debito. L'inflazione può servire allo scopo, visto che erodendo il potere d'acquisto si può ridurre il debito gradualmente (ovvero la domanda di ricchezza nel futuro, rappresentata da ogni singolo dollaro posseduto). Ma quando non c'è inflazione, un'economia con richieste inverosimili sulla ricchezza futura necessariamente porterà a crisi periodiche di ripudio del debito - ovvero crash dei mercati azionari, fallimenti, pignoramenti, default su obbligazioni, sui prestiti, sulle pensioni, la scomparsa degli assets cartacei.

 

E' come il gioco sedie musicali: in seguito ad uno shock (diciamo il rincaro del prezzo del gas a 4 dollari al gallone), i titolari di strumenti di debito improvvisamente preferiscono la ricchezza reale. Ma non tutti possono sbarazzarsi dei titoli di debito. Le perdite di un individuo causano le predite di qualcun'altro, e con effetto cascata l'intero sistema entra in crisi.
Tutte le crisi che hanno caratterizzato l'economia americana negli ultimi anni sono state fondamentalmente proprio crisi di ripudio del debito. Ed è improbabile che riusciremo ad evitarne altre in futuro, finché non si impedirà che i soldi dovuti alle banche sulle entrate della comunità crescano più rapidamente delle entrate stesse.

 

Soddy non si sarebbe sorpreso per lo stato attuale delle cose. Il problema non è semplicemente avidità, non è semplicemente ignoranza, e non è neppure la mancanza di regolamentazioni adeguate, ma è un difetto sistemico nel modo in cui la nostra economia si finanzia. Fino a quando la crescita dei crediti sulla ricchezza della comunità [prestiti bancari ndt] supera la capacità dell'economia di aumentare la propria ricchezza, il capitalismo di mercato continuerà a creare nicchie favorevoli agli imprenditori particolarmente pronti a inventare nuovi strumenti di debito che un giorno dovranno essere ripudiati. Ci sarà sempre un Bernard Madoff o uno che impacchetta i mutui subprime, pronti a mandarci verso la catastrofe. Per fermarli, dobbiamo bilanciare le rivendicazioni di ricchezza nel futuro con la capacità dell'economia di produrre quella ricchezza.
E come si può fare?

 

Soddy ha riassunto tutta la sua eccentrica analisi in cinque punti, ognuno dei quali è stato usato al tempo come prova che le sue teorie erano impossibili: i primi quattro erano di abbandonare lo standard aureo, di lasciare liberi i tassi di cambio tra le valute internazionali, di utilizzare suprlus e deficit di bilancio come strumenti per contrastare andamenti congiunturali e, al fine di facilitare questo compito, creare un istituto di analisi delle statistiche economiche (tra cui il ben noto indice dei prezzi al consumo).
Tutte queste proposte sono state realizzate ed ora sono pratica convenzionale.

 

La quinta proposta di Soddy, l'unica che è ancora respinta dal giudizio comune, è quella di impedire alle banche di creare denaro (e debito) dal nulla.
Le banche creano denaro nel momento in cui erogano prestiti (ad interesse) in quantità superiore ai depositi disponibili [riserva frazionaria bancaria ndt], i quali vengono ridepositati in altri conti e prontamente ri-prestati in quantità superiori, all'infinito.

 

Un modo per fermare questo ciclo, suggerisce Herman Daly, economista ecologico, potrebbe essere quella di ri-istituire gradualmente il 100% di riserva bancaria.
Questo dovrebbe ridurre quello che il professor Daly chiama "l'enorme piramide di debito che è in equilibrio precario sopra l'economia reale, minacciando continuamente di crollare".

 

Le banche si aiuterebbero l'un con l'altra applicando tariffe sui depositi, sull'uso degli assegni, e tutti i servizi finanziari legittimi che esse forniscono. Sarebbero sempre in grado di fare prestiti (ad interesse), questa volta però con "il denaro vero di risparmiatori veri", per dirla con il professor Daly, ovvero persone che rinunciano al consumare qualcosa oggi prelevando soldi dai loro conti correnti e mettendoli in depositi vincolati - CD, libretti di risparmio, e fondi pensione. In cambio, questi risparmiatori riceveranno un credito leggermente più grande sulla vera ricchezza della comunità in futuro.

 

In un tale sistema, ogni aumento nella spesa di chi richiede un prestito, deve essere accompagnata da un atto di risparmio o astinenza da parte di un correntista.
Ciò ristabilirebbe la corrispondenza biunivoca tra la ricchezza reale della comunità e crediti su tale ricchezza reale. (Naturalmente, questa non risolverebbe il problema completamente, a meno che anche alle istituzioni finanziarie venisse vietato di creare derivati dei mutui subprime e altri strumenti di leva finanziaria del debito.)

 

Se un tale grande rinnovamento strutturale della nostra economia sembra disperatamente irrealistico, si ricordi che negli anni Venti era così anche per l'abolizione dello standard aureo, e per l'introduzione dei tassi di cambio variabile tra le valute internazionali. Se le leggi della termodinamica sono valide, e se la loro importanza per la vita economica è correttamente descritta dalle analisi di Soddy, sarebbe bene cominciare ad ampliare la nostra visione su ciò che pensiamo sia realistico.

 

 

Eric Zencey è professore di studi storici e politici all'Empire State College. E' autore di: "Virgin Forest: Meditations on History, Ecology and Culture" e il romanzo "Panama".

 


 

Fonte: http://www.nytimes.com/2009/04/12/opinion/12zencey.html?pagewanted=1&_r=4&ref=opinion&

Traduzione a cura di G.V.