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Domande e risposte ad una lavoratrice

Ciao Loredana, ci vuoi raccontare brevemente la tua storia?

 

Sì, molto volentieri. Sono una lavoratrice subordinata di una ditta artigianale che appartiene storicamente alla mia famiglia, nel settore del legno arredo. Ho iniziato a lavorare presso la “mia” azienda poco più di dieci anni fa e da più di un anno, in modo quasi continuativo, sono in cassa integrazione in deroga a zero ore. Scelsi di non essere un datore di lavoro perché la mia aspirazione è sempre stata quella di lavorare nella formazione. Infatti, anche attraverso la mia attività ho cercato, invano fino ad oggi, di contribuire a far sorgere a Bari una scuola euro-mediterranea della lavorazione del legno, gemella dell’IPSIA di Lissone (MB).

Com'è la vita di ogni giorno di una piccola partita Iva?

Posso rispondere a questa domanda perché la mia posizione lavorativa è ambivalente, in quanto, pur essendo una dipendente, allo stesso tempo vivo l’azienda come se fosse mia. La vita di ogni giorno comporta numerosissime difficoltà per chi riesce ancora a stare sul mercato, moltissimi esercenti hanno cessato l’attività commerciale. Comunque, per rispondere in modo preciso posso fornire qualche dato: dal 2004 a oggi si è avuto un calo del fatturato del 70% e conseguente riduzione del personale del 60%!

Che differenze vi sono tra le tue condizioni di vita e quelle dei lavoratori che scioperano per difendere l’articolo 18?

Non vedo nessuna differenza, il lavoro è precario e flessibile per tutti. Le piccole imprese chiudono e licenziano e il fenomeno è irreversibile. Con le politiche di flessibilità del lavoro, liberalizzazioni e privatizzazioni non si va nella direzione di un incremento occupazionale, anzi i salari si riducono ed aumenta la povertà. Non possiamo più progettare un futuro!

Ritieni corretta la definizione di coloro che definiscono le piccole partite Iva il “nuovo proletariato”?

Sì, le famiglie delle piccole partite Iva corrono un rischio povertà quasi dop¬pio rispetto a quello delle famiglie di lavoratori dipendenti. Queste categorie lavorative, in cui rientrano i lavoratori autonomi, ma anche chi ha contratti a progetto o di collaborazione coordinata e continuativa e così via, sono un proletariato a tutti gli effetti che non ha diritto alle tutele universali contro le malattie, versa contributi per una pensione che rischia di non avere, oltre a non aver diritto agli ammortizzatori sociali. In questi giorni nel web gira una parodia di “Facebook Thanks” rivolta al “Commercialista”, termina così: “Torno al nero …. Grazie per la tua amicizia. Una partita iva italiana”.

Pensi che i conflitti tra lavoratori e imprenditori siano un retaggio del passato?

Non possiamo chiamare tutti imprenditori, dalle grandi e medie alle piccole e micro imprese; quindi, se ci riferiamo alle piccole e micro imprese, posso dire che il conflitto deve essere superato. Siamo in recessione, c’è un forte calo delle vendite nel commercio e ci sono molti licenziamenti. La domanda interna cala sempre di più e le attività chiudono anche per la tassazione sempre più elevata. Fino a quando i micro imprenditori possono licenziare e restare sul mercato? È possibile ridurre i salari dei nuovi assunti, ma comunque a livello macroeconomico non funziona così! Se riduco il costo del lavoro per aumentare il profitto e la competitività, alla fine si ottiene che si avranno dei redditi bassi che deprimeranno ulteriormente la domanda interna. Solo un adeguato aumento dei salari si coniuga con il benessere dell’impresa e quindi con un benessere per tutti.

Pensi che non vi sia alternativa al modello capitalistico basato sulla competizione?

Sì, una politica di piena occupazione. Un suggerimento ci viene dalla società: gli operai che perdono il posto di lavoro cercano di appropriarsi delle fabbriche che chiudono per fallimento o delocalizzazione trasformandole in cooperative autogestite. Queste iniziative dei lavoratori, se messe in condizioni di avere successo e di svilupparsi, preannunciano un processo di superamento del capitalismo e di costruzione di una società e di un’economia più umane.

Vedi possibile un’unità per difendere interessi comuni? Ritieni quindi che la lotta di classe sia un concetto da superare?

La lotta di classe esiste, però quella che viviamo oggi è una lotta di classe ribaltata: quella dei poteri forti dominanti contro le classi subalterne dominate e i lavoratori sono sempre più divisi al loro interno, impegnati in un’altra lotta, quella tra poveri. La classe subalterna e sfruttata odierna è il lavoratore, il cassaintegrato, il precario, lo studente, il pensionato … ma anche la piccola partita Iva insieme a molti micro e piccoli imprenditori che, del tutto indebitati, hanno perso e perderanno sempre di più i propri mezzi di produzione! Quindi ritengo che più che parlare di un’alleanza di classe per difendere gli interessi comuni, siamo di fronte ad un’unica classe!

Esiste, oggi, un movimento o partito politico che rappresenta le tue idee? Ti senti rappresentata?

No, se intendiamo un movimento o partito politico che posso votare oggi stesso. Da attivista economico-politica posso dire, però, che cominciano a organizzarsi movimenti politici da cui mi potrei sentire rappresentata, spero solo che a sinistra la “timidezza” su alcuni temi come l’EURO(PA) si superi il prima possibile, anche perché il ritardo è incalcolabile!


Grazie.
Loredana Signorile
economiapericittadini.it


Epic ringrazia Benedetto Gemma, autore della vignetta


 Questo articolo e pre-occupation sono presenti sul nuovo numero di MezzoCaffé - La sveglia dei lavoratori -

MezzoCaffè nasce un po' di anni fa, per volontà di un gruppo di operai della SKF (fabbrica metalmeccanica della zona industriale di Bari), come spinta propulsiva di reazione all’appiattimento dei sindacati tradizionali, sentendo l’esigenza di ricominciare a parlare, a discutere, a scambiare le idee e perché no a reagire, in fabbrica!Il giornale nasce con l’obiettivo di spiegare e divulgare tutto quanto possa servire a rendere meno ciechi e sordi i lavoratori, ma anche essere una piazza, una tribuna, dove ognuno possa essere parte attiva, dicendo la sua! Il nome MezzoCaffè è stato dato per rendere l’idea di qualcosa che appunto si possa condividere (come la tazzina di un caffè), che serva un po' a svegliare! Nel tempo, il giornale è uscito dalla dimensione aziendale, cominciando a girare in molte altre fabbriche del barese e come un virus a contagiare le coscienze ormai assopite della classe lavoratrice.

È diventato un vero giornale, coinvolgendo sempre più persone e toccando anche altri temi che non siano prettamente di fabbrica. Oggi è conosciuto anche fuori dal confine cittadino (grazie ad internet). In un Paese come il nostro, dove la vera informazione è morta, MezzoCaffè vuole essere un giornale libero, che dica la verità sulle cose e che soprattutto dia voce a chi voce ormai non l’ha più: i lavoratori!

Dal link è possibile scaricare l'intero n. 75 di MezzoCaffè