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L'antieuropeismo: cambiare, per non cambiare

Guardando lo speciale dell’Ispi (Istituto di Studi di Politica Internazionale) sull’antieuropeismo crescente in Europa, dovrebbe essere utile fare un’analisi sui movimenti politici che hanno accolto a loro interno questo umore dilagante, per comprenderne le dinamiche.

Secondo i dati riportati dalla mappa, in Italia il 49% dei cittadini nutre un forte senso di sfiducia nei confronti dell’Unione Europea. In Germania si attestano al 57%, in Francia arrivano al 60%. 

 

Solo questi dati dovrebbero far riflettere, dato che giungono dai paesi fondatori dell’Unione Europea. Ma questo è un fenomeno che sta attraversando da nord a sud, da est ad ovest tutta l’unione europea. L’aspetto più preoccupante è guardare le modalità utilizzate dalle forze politiche per raccogliere questo senso di sfiducia. In Italia, le ultime elezioni politiche hanno diviso in due questo umore facendolo affluire in gran parte nel neonato movimento di Grillo, per il restante verso il partito di Berlusconi. Anche se in realtà veri e propri dibattiti pubblici sul tema non esistono, se ne parla poco o nulla, dalla popolazione il disagio e il malcontento per le politiche economiche europee c’è e forse più di quanto si possa immaginare, ma guai a mettere questo tema sulle poltrone mediatiche. Ma veniamo al tema principale e guardiamo le dinamiche antieuropeiste come si stanno disponendo e come si stanno muovendo, nei vari paesi.

 

In Germania, Alternativa per la Germania (destra); in Grecia, Syriza (sinistra) e Alba Dorata (destra); Austria Team Stronach per l’Austria (sinistra); Regno Unito, il Partito per l’indipendenza del Regno Unito (destra); Finlandia, con i Veri Finlandesi (destra); Paesi Bassi, il Partito per la Libertà (destra); Ungheria, Fidesz (destra); Jobbik (destra).

 

Il quadro che abbiamo di fronte è quello di una vastità di partiti che cercano di dare alla popolazione una loro risposta poco chiara sia delle cause che delle conseguenze del loro programma politico. L’unico conduttore è l’antieuropeismo, che quasi in tutte le realtà non parla di un rifiuto all’eurosistema, ma esclusivamente all’unione europea e neanche in toto, ma sembrerebbe solo a ciò che in ogni circostanza può far più comodo per attirare l’attenzione del proprio elettorato.

 

Dall’altra parte invece, abbiamo comunque un’Europa che non sembra comprendere i disagi che, non tanto quei partiti ma bensì la popolazione sta inviando. Messaggi che sembrerebbero segnali di fumo pronti a dissolversi prima di giungere nelle sedi europee. Antieuropeismo che vede il suo successo grazie ad una Germania, e più in particolare ad una Merkel, capace di farsi sentire quando impone misure di austerità, ma incapace di tracciare percorsi di una vera uscita dalla crisi. A questo ricordiamo alla Merkel che il problema è la disoccupazione e non il debito pubblico e l’inflazione, due aspetti tanto cari ai fedeli europeisti (neoliberisti). Problema dovuto all’imposizione di una moneta non sovrana nei paesi membri e l’adozione di politiche economiche rivolte al dio mercato finanziario, iniziate sin dall’inizio del processo europeista.

 

I partiti antieuropeisti, differenti tra loro in molti aspetti vedono all’interno della maggior parte un crescente senso di insoddisfazione verso problemi alquanto secondari da quello sostanziale: l’euro e il modello economico che c’è dietro.

 

In Grecia, Syriza adotta programmi che sì vorrebbero un cambiamento del ruolo della BCE, ma si concentrano sulla legalizzazione del matrimonio omosessuale e sulla depenalizzazione del consumo di droghe. L’ultimo aspetto è rilevante se pensiamo che in casi di crisi economica e i conseguenti disagi sociali, inducono inevitabilmente molta gente a cedere in certe tentazioni, che prima pochi avrebbero preso in considerazione. Dall’altra parte vediamo invece Alba Dorata che si oppone alle politiche di austerity, ma concentra le proprie azioni, spesso concrete, contro l’immigrazione clandestina, tramutandosi così in una salvaguardia dei “veri” greci.

 

In Germania invece, un importante gruppo di economisti e dirigenti d’azienda ha da poco formato “Alternativa per la Germania” che concentra il suo no alla moneta unica, solo per fermare il “sostegno” tedesco alla copertura dei debiti dei Paesi membri in difficoltà, cosa che in realtà sarebbe il contrario, ma è logico comprendere come questo possa fare breccia sui cittadini.

 

Un imprenditore in Austria, ritornato dal Canada in patria proprio per costituire il suo partito “Team Stronach per l’Austria” dice il suo no all’euro, aggiungendo che vorrebbe l’introduzione di un euro nazionale per ogni stato membro. Questi punti potrebbero essere “fantastici” se accompagnati da una spiegazione delle cause e un nuovo modello economico alternativo all’attuale, ma la sua campagna elettorale si concentra sulla lotta ai politici che hanno governato sino ad ora e sulle sue proposte di abolizione della coscrizione militare, sostituita da un esercito di professionisti, e dulcis in fundo sulla reintroduzione delle tasse universitarie e l’introduzione di una flat tax del 25%.

 

E come in Germania, anche in Finlandia ritroviamo lo stesso umore raccolto dal partito guidato da Timo Soini. Umore formatosi da una cattiva informazione e cavalcato da chi non ha intenzione di darne una concreta ma con l’intendo di approfittarne. Gli immigrati nel loro nome non hanno nulla a che fare, dato che in Finlandia sono solo il 2,5% della popolazione, quindi i “veri finlandesi” sono quei cittadini che, diventando il terzo partito nelle ultime elezioni, dicono no alle ingerenze dell’unione europea che decide per loro quello che sia giusto o sbagliato, ma sono anche, pur forse non rendendosene conto, coloro che affidandosi a quell’unico movimento che si “ribella” all’UE, dice una serie di no: alle unioni omosessuali, all’aborto, agli immigrati e, soprattutto, no agli aiuti agli Stati europei in difficoltà, a cominciare dal Portogallo.

 

A colpi di film contro il Corano e di insulti agli immigrati, in Olanda, è diventato la terza forza politica il “Partito per la libertà” che abbraccia anche gli antieuropeisti, ma che diventa forza propulsiva non per l’alternativa economica alla crisi ma per le risposte all’immigrazione e a questioni sociali, riconducibili all’estrema destra e al dilagante senso di individualismo che queste forze inducono e trovano con grande facilità in momenti di smarrimento come questo.

 

In Ungheria, invece, seppur con un movimento più estremista, lo Jobbik, il consenso più ampio è dato al partito conservatore Fidesz, che con grande confusione e indignazione da parte dei cittadini per la situazione economica presente nel paese ha potuto manipolare e ottenere i due terzi del parlamento alle ultime elezioni, attraverso una campagna elettorale piena di slogan. Evitando così una vera lotta di classe, evitando una vera rivendicazione dei diritti fondamentali dei cittadini e dei lavoratori, le proposte messe in atto dal partito sono state, introdurre una doppia cittadinanza per i cittadini che vivono all’estero obbligando gli studenti che ricevono borse di studio a lavorare per dieci anni in Ungheria e riconoscere solo la coppia costituita nel “sacro” vincolo del matrimonio, i restanti non sono nessuno davanti alla legge ungherese. Con il grande consenso, ha potuto modificare la costituzione con un ridimensionamento drastico della Corte Costituzionale annullando le decisioni già presi dalla Corte.

 

In questo quadro, che definire drammatico è dire poco, il bene comune è l’ultimo degli interessi di queste nuove forze politiche, che riempiono l’opinione pubblica di slogan e di frasi fatte per cavalcare la disperazione della gente, ma per poi non dare loro una reale risposta sia per le cause e sia soprattutto per un nuovo modello economico che è l’unico spiraglio di speranza di cui ha bisogno ogni cittadino. Quello a cui assistiamo oggi, in ogni Paese, è la voglia di non perdere l’elettorato dandogli quelle risposte prive di sostanza ma correlate da tanta ipocrisia e permettetemelo, tanta malafede.

 

Ci ritroviamo in una competizione, che fomenta l’individualismo di cui la società è già intrisa da meccanismi culturali più lontani, dove vince chi riesce a “toccare” il punto debole nell’opinione pubblica, per proporre l’alternativa insulsa. I nuovi eroi, i nuovi profeti che altro non sono che altre marionette posizionate al posto giusto nel momento giusto, con l’intento di distrarci dalla realtà. Se non ci rendiamo conto subito, che le risposte non verranno dai nuovi guru, che non sarà una personalità che accoglie l’umore e la rabbia della gente a poter dare le giuste risposte, una nuova Europa, un nuovo modello economico non sarà quello che sogniamo, ma quello che i soliti poteri sognano da tempo e per il quale hanno iniziato a buttare le basi.

 

In puro stile europeo, anche per l’antieuropeismo dilagante, la competizione è quella che sta vincendo. Non dobbiamo essere contro qualcuno o qualcosa, dobbiamo essere uniti nell’alternativa per il benessere di tutti i cittadini.

 

Il neoliberismo vince, il popolo perde...sempre di più.

 

Bisogna usare la testa, la nostra. Dobbiamo essere noi cittadini gli artefici del nostro futuro e di quello dei nostri figli.

 

Appurata l’inadeguatezza e il fallimento dei sistemi odierni e la falsità di chi si professa diverso, l’alternativa che può salvare economicamente le nostre vite possiamo trovarla nella Modern Money Theory. Una teoria, opposta a quella vigente, che non solo ci dice che il debito pubblico non è un problema e che la piena occupazione è possibile proprio attraverso questo strumento, ma con la quale potremmo indirizzare la spesa a deficit dello Stato specialmente nel settore dei servizi e dei lavori ambientali volti a migliorare sia la produttività e soprattutto la naturale capacità rigenerativa delle risorse da parte del territorio.

 

Cercasi gente per la gente, cercasi eterodossi.