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Bologna. Referendum su fondi pubblici a scuole private

Referendum su fondi pubblici a scuole private

Il 26 maggio gli elettori bolognesi saranno chiamati alle urne per un referendum consultivo sui finanziamenti pubblici alle scuole private dell’infanzia. Ogni anno il capoluogo emiliano versa infatti 1 milione di euro nelle casse delle “aziende scolastiche private”. Ma quello del 26 sarà molto più che un semplice referendum.

 

Il comune di Bologna, stando ai dati fruibili dal sito www.referendumbologna.it, spende ogni anno 127 milioni di euro per l’istruzione pubblica, circa il 25% del suo bilancio.

Di questi fondi circa 1 milione finisce nelle casse delle scuole paritarie dell’infanzia in convenzione, che ad oggi contano 1736 iscritti. Il Comune ha giustificato questa elargizione di denaro agli enti privati sostenendo che si tratta di un aiuto volto a migliorarne il funzionamento e a facilitare l’accesso agli istituti anche per i meno abbienti, ma i cittadini del capoluogo emiliano non ci stanno e sono riusciti ad ottenere un referendum consultivo il 26 maggio sulla spinosa questione. Il quesito chiederà ai cittadini un parere su come sarebbe più opportuno spendere il milione di euro incriminato: la risposta A suggerisce di destinare tale somma per le scuole statali, con la risposta B si chiede mantenere intatto il finanziamento statale alle scuole paritarie dell’infanzia.

 

Il dibattito sulla bontà teorica e pratica degli istituti d’istruzione privata si protrae in Italia ormai da moltissimo tempo. La dottrina liberista che prescrive drastici tagli alla spesa pubblica e che teorizza la necessità del finanziamento pubblico agli enti privati è iniziata a circolare tra le élites economiche del nostro Paese a metà degli anni ’90, ma è con la riforma Berlinguer – De Mauro del 2000 che il mondo privato è esondato nella scuola pubblica. Le tre riforme liberiste Berlinguer-Moratti-Gelmini sono state una climax ascendente di tagli alla scuola statale e di fondi per quella privata, nel nome dell’efficienza, della diversificazione dell’offerta e dell’alleggerimento dei conti pubblici: tre punti che non si può certo dire si confacciano all’idea di istruzione disinteressata e volta alla crescita a 360 gradi della persona.

 

La questione bolognese è dunque qualcosa di molto più ampio di un mero referendum. Non è in gioco “solo” un milione di euro, ma un’intera cultura sociale ed ugualitaria enucleata nell’art. 3 Cost. su cui si è costruita l’Italia del dopoguerra. Quella del 26 maggio sarà una data in cui una parte d’Italia, seppur molto ristretta, si dovrà esprimere sul rifiuto o l’accettazione di alcune precise teorie di politica economica i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti. Tale dottrina anti-sociale, che vede lo Stato obbligato a garantire solo un livello minimo e indispensabile di istruzione, lasciando al mercato dell’istruzione privata il compito di educare i suoi cittadini, ha un nome e tante facce: è il neoliberismo di Friedman, Von Hayek, Sachs, Bce, Fmi e buona parte del circuito universitario dell’Occidente. Nel suo saggio “Capitalism and Freedom”, Milton Friedman arriva addirittura ad ipotizzare che lo Stato abbia solo il compito di fornire ai cittadini una sorta di “carta punti” su base reddituale da spendere negli istituti privati.

 

Il vero problema, stando alle parole dello scrittore Chris Hedge, è che il fine ultimo di queste manovre di ingegneria non è quello di migliorare la vita, che dovrebbe essere lo scopo ultimo della politica economica, ma quello di conseguire profitti esorbitanti. Non dovremmo dunque stupirci quando i politici propongono di trasformare il consiglio d’istituto di scuole e università pubbliche in una sorta di c.d.a. aziendale con tanto di investitori privati esterni (che magari possono influire sulla didattica?).

 

Il voto di fine maggio è un invito a far rispettare l’art. 33 Cost., che da un lato riconosce il diritto dei privati a fondare canali d’istruzione propri, ma dall’altro ribadisce in modo lapidario che questo deve avvenire senza oneri per lo Stato. Probabilmente l’evento passerà inosservato, surclassato da questioni consumabili molto più in fretta come lo spread sotto il 4%, le prescrizioni dell’Fmi da qui ai prossimi 50 anni e i giochi di governo, ma la questione è davvero cruciale. Se non altro per evitare di studiare “storia del fast food” invece della letteratura.

 

Fabrizio Leone