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Il modello tedesco non è da esportazione

Di Martin Wolf

Forzare la zona euro ad imitare il percorso della Germania di regolamentazione rende probabile la stagnazione.

 La Germania sta rimodellando l'economia europea a propria immagine. Sta usando la sua posizione di più grande economia e di paese creditore dominante per trasformare i membri della zona euro in piccole repliche di se stesso - e la zona euro nel suo complesso in qualcosa di più grande. Questa strategia fallirà.

 

Il consenso di Berlino è a favore di politiche orientate alla stabilità: la politica monetaria dovrebbe mirare alla stabilità dei prezzi nel medio termine, la politica fiscale dovrebbe mirare a un equilibrio di bilancio e ad un debito pubblico basso. Nessun odore di stabilizzazione macroeconomica keynesiana va ammesso: questa è la via della perdizione.

 

Per far funzionare questo approccio, la Germania ha utilizzato i turni della sua bilancia esterna per stabilizzare l'economia: un surplus crescente quando la domanda interna è debole, e viceversa.

 

L’economia della Germania può sembrare troppo grande per contare su un caratteristico meccanismo di economie piccole e aperte. E’ organizzata a farlo, tuttavia, basandosi su un manifatturiero orientato superbamente all’esportazione e sulla capacità di frenare i salari reali. Negli anni 2000, questa combinazione ha permesso al paese di rigenerare l'avanzo delle partite correnti perse durante il boom post-unitario del 1990. Questo, a sua volta, ha contribuito a portare una crescita modesta, nonostante la domanda interna debole.

 

Affinché lavori bene questo approccio alla stabilizzazione, una grande economia orientata alle esportazioni ha anche bisogno di mercati esterni capaci di galleggiare. Le bolle finanziarie degli anni 2000 hanno aiutato a conseguire questo. Tra il 2000 e il 2007, il saldo del conto corrente della Germania è passato da un disavanzo del 1,7 per cento del prodotto interno lordo a un avanzo del 7,5 per cento. Nel frattempo, deficit di compensazione emersero nel resto della zona euro. Nel 2007, il disavanzo delle partite correnti è stato del 15 per cento del PIL in Grecia, del 10 per cento in Portogallo e in Spagna, e del 5 per cento in Irlanda.

 

Le controparti della domanda interna degli enormi disavanzi esterni eseguiti in questi paesi erano per lo più la spesa privata, alimentato dal credito. Poi è arrivata la crisi finanziaria globale. Gli afflussi di capitali si fermarono e la spesa privata crollò, creando enormi deficit fiscali. Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno dimostrato che questo era prevedibile. Tra il 2007 e il 2009, il saldo di bilancio è passato da un avanzo del 1,9 per cento del PIL a un disavanzo del 11,2 per cento in Spagna, da un avanzo dello 0,1 per cento a un disavanzo del 13,9 per cento in Irlanda, da un deficit di 3,2 per cento a uno del 10,2 per cento in Portogallo e da un deficit del 6,8 per cento a quello del 15,6 per cento in Grecia.

 

Emerse rapidamente un’opinione sbagliata, in particolare a Berlino, che si trattasse di una crisi fiscale. Ma questo perché si confusero i sintomi con le cause, tranne nel caso della Grecia. Oltre tutto, dopo essere privati di accesso al mercato obbligazionario o giù di lì, i paesi colpiti dalla crisi hanno dovuto stringere, nonostante le loro profonde recessioni. Ed hanno stretto. Tra il 2009 e il 2012, secondo il Fondo Monetario Internazionale, il deficit di bilancio strutturale si è spostato del 15,4 per cento del PIL potenziale in Grecia, del 5,1 per cento in Portogallo, del 4,4 per cento in Irlanda, del 3,8 per cento in Spagna e del 2,8 per cento in Italia . Questa combinazione di crisi finanziarie e stretta fiscale ha causato crolli profondi: tra il primo trimestre del 2008 e il quarto trimestre del 2012, il PIL è sceso del 8,2 per cento in Portogallo, del 8,1 per cento in Italia, del 6,5 per cento in Spagna e del 6,2 per cento in Irlanda . Così lontano, così triste.

 

Purtroppo, i paesi più sani della zona euro hanno dovuto aprirsi un varco nel mantra della stabilità.

 

Le previsioni del FMI sono che il deficit di bilancio corretto per il ciclo della zona euro si ridurrà del 3,2 per cento del PIL potenziale tra il 2009 e il 2013, per finire a soli 1,1 per cento del PIL. La Banca centrale europea continua a mostrare alcun interesse a stimolare la domanda. Non sorprende che l'economia della zona euro sia in bonaccia, con il PIL allo stesso livello nel quarto trimestre del 2012, come è stato nel terzo trimestre del 2010.

 

Nel frattempo, l'inflazione al consumo è in calo sotto il 2% dell’ obiettivo per la BCE. Il taglio della settimana scorsa di un quarto di punto percentuale del tasso di intervento non farà più o meno nessuna differenza. Un grande shock avverso rischia di trasformare una bassa inflazione in deflazione. Il che aggraverebbe la pressione sui paesi in crisi. Anche se la deflazione è evitata, la speranza è che ognuno trovi la propria via d’uscita fuori dalla crisi, attraverso una domanda europea ed un riequilibrio interno, è una fantasia, nel corrente contesto macroeconomico. Il che porta aggiustamenti esterni. Secondo il FMI, la Francia sarà l'unico grande paese membro della zona euro ad eseguire un disavanzo di moneta corrente per quest'anno. Si prevede che, entro il 2018, tutti i membri della zona euro, ad eccezione di Finlandia, saranno esportatori di capitale. In tutta l’eurozona si prevede un avanzo di moneta corrente del 2,5 per cento del PIL.

 

Tale dipendenza nel bilanciare attraverso domanda esterna è ciò che ci si aspetterebbe da una zona euro germanica.

 

Se si vuole comprendere fino a che punto la follia vada, si deve leggere lo studio della Commissione Europea sugli squilibri macroeconomici. Le sue caratteristiche sono rivelatrici. Così, prende un disavanzo delle partite correnti del 4 per cento del PIL, in segno di squilibrio. Eppure, per le eccedenze, il criterio è il 6 per cento. E 'un caso che questa sembra accadere in Germania?

 

Soprattutto, non si tiene conto della dimensione di un paese nel valutare il suo contributo agli squilibri. In questo modo, il ruolo della Germania è spazzato fuori. Eppure i suoi risparmi in eccesso creano enormi difficoltà quando i tassi di interesse sono prossimi allo zero. La sua omissione rende questa analisi degli "Squilibri" pressoché indifendibile.

 

Le implicazioni del tentativo di forzare la zona euro ad imitare il percorso di aggiustamento

 

prese dalla Germania nel 2000 sono profonde. Per la zona euro si rende altamente probabile il prolungamento della stagnazione, in particolare nei paesi colpiti dalla crisi,. Inoltre, se inizia a funzionare, l'euro rischia di spostarsi verso l'alto, in modo da aumentare i rischi di deflazione. Non da ultimo, lo spostamento della zona euro in attivo sarà una scossa di contrazione per l'economia mondiale. Chi sarà in grado e disposto a controbilanciare questo?

 

La zona euro non è una piccola economia aperta, ma la seconda più grande al mondo. E’ troppo grande e la competitività esterna dei paesi più deboli troppo fragile per fare grandi cambiamenti nei conti con l'estero di una strategia post-crisi praticabile per l'adeguamento economico e la crescita. La zona euro non può sperare di costruire un solido recupero in questo modo, come fece la Germania nel 2000. Una volta che capito questo, le pressioni politiche interne verso un cambiamento di approccio diventeranno sicuramente travolgenti.

 

L'Europa non diventerà una Germania più grande. E' sciocco credere che possa farlo.

 

O l’Eurozona raggiunge una risoluzione più equilibrata delle sue difficoltà o si scioglierà.

 

Quale delle due accadrà? Questa rimane la grande domanda senza risposta.

 


Fonte articolo: http://www.ft.com/intl/cms/s/0/aacd1be0-b637-11e2-93ba-00144feabdc0.html#axzz2TCiobmGz

Fonte immagine: http://www.presseurop.eu/files/images/author/ballaman-euro.jpg?1355496896

Traduzione a cura di Elisabetta Ardemagni