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La Domenica Economica. Prolegomeni ad ogni Economia futura

In un articolo del Guardian, Zach Ward-Perkins e Joe Earle propongono una revisione dei programmi accademici relativi ai corsi universitari delle Facoltà di Economia, affiancando alla ormai datata “economia neoclassica” un pluralismo di teorie critiche, che tenga conto anche delle altre scuole di pensiero.


Secondo i due giornalisti, i neoformati, al momento, non sono adatti al ruolo che dovrebbero svolgere, sebbene possano essere gli unici potenzialmente in grado di intervenire efficacemente nel dibattito politico, svolgendo una funzione di mediazione tra un'economia altamente tecnica e matematica, e quelle analisi richieste dall'opinione pubblica.

A conferma di questo difetto teoretico vi sarebbe proprio l'incapacità di far fronte alla crisi finanziaria odierna, il che, affermano con criticità gli autori, “rappresenta il fallimento finale di questo sistema di istruzione e della disciplina accademica nel suo complesso”.

Gli economisti mainstream non sono stati, infatti, in grado di prevedere la crisi tanto che “persino la Regina ha chiesto ai professori della LSE perché nessuno l'avesse annunciata”. A riprova del fatto che altre discipline altrettanto valide avrebbero di molto contribuito nello scenario economico attuale, è sufficiente pensare che furono proprio gli economisti provenienti da ambienti non-mainstream a proporre soluzioni alternative. Mentre, d'altro canto, “l'élite politica mondiale, ha deciso di gettare alle ortiche i manuali e le lezioni della storia […] invocando tagli alle spese, incrementi delle imposte, e persino il rialzo dei tassi di interesse nonostante la disoccupazione di massa” [1].

“Ora, passati cinque anni, dopo un salvataggio bancario costato centinaia di bilioni di sterline, il crollo dei salari e un picco del tasso di disoccupazione, gli insegnamenti di economia e i piani di studio sono rimasti invariati” tanto che, commentano con disappunto Ward-Perkins ed Earle, attualmente “uno studente universitario, un laureato o anche un economista di professione potrebbe facilmente esercitare la propria carriera senza sapere nulla riguardo altre scuole di pensiero: post-keynesiana, austriaca, istituzionale, marxista, evolutiva, ecologica oppure di genere”.

Effettivamente, le teorie economiche neoclassiche e i modelli basati su di esse sono ormai accettati come verità indiscutibili, piuttosto che come teorie da problematicizzare. Imprese e consumatori si comportano razionalmente, perseguendo il proprio interesse personale (l'egoismo sembra essere, dunque, una caratteristica della razionalità), in condizioni di scarsità di risorse, allocando le stesse su mercati, intrinsecamente tendenti alla stabilità. Il tutto in un mondo micro-fondato in cui il comportamento di un'intera economia può essere spiegato attraverso l'analisi delle azioni del singolo individuo, e in cui l'utilità è l'unica fonte di valore. [2]

In alternativa, i due studiosi propongono che la teoria neoclassica venga insegnata integrandola con altre numerose scuole di pensiero, con il fine di aprire la disciplina economica alla discussione, al vaglio critico e alla valutazione finale. “Soltanto procedendo con tale metodologia, grazie al pluralismo critico e all'immaginazione produttiva, potranno essere aperte nuove possibilità” conclude l'articolo.

Nel concreto sono già state attuate iniziative per ampliare il dibattito accademico, un esempio è la “Post-Crash Economics Society”, fondata da un gruppo di studenti di economia presso l'Università di Manchester, altri gruppi sono stati formati anche a Cambridge, UCL (University College London) e LSE (London School of Economics).

In conclusione ci si augura che ciò si diffonda anche in altre università, italiane comprese, per arrivare al miglioramento continuo della formazione economica tout court.

 

Note

[1] Fuori da questa crisi, adesso!, Paul Krugman, Garzanti, 2012

[2] Per un approfondimento cfr. Etica ed Economia, Amartya Sen, Editori Laterza, 2004


Fonte: La Domenica giuridico-economica di Oltremedia