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L’Europa delle lobbies. Intervista a Matthieu Lietaert

Metthieu Lietaert

Durante l’ultimo incontro del seminario “L’Economia Oltre i Media”, organizzato da Oltremedia ed Economia Per i Cittadini, è stato proiettato per la prima volta in Italia il documentario “The Brussels Business”, un’inchiesta che mostra il funzionamento delle lobbies di Brussel e le logiche di potere che sottostanno al lavoro dell’Unione Europea. Oltremedia ha intervistato il regista del film Matthieu Lietaert.

 

Lei faceva il lobbista, cosa l’ha portata a denunciare il lavoro delle lobbies di  Brussel, i giochi di potere che sottostanno al funzionamento dell’Unione Europea?
“Il primo punto importante è che io non sono contro le lobbies per la ragione seguente: le lobbies sono sempre esistite. Anche tornando indietro di 2000 anni, quando c’era Giulio Cesare, esistevano le lobbies,  perché dove c’è potere politico l’essere umano crea gruppi che cercano di influenzare tale potere. Il problema è che oggi a Brussel, 30 dopo quella che chiamiamo la globalizzazione, il potere economico di certi attori è diventato globale, mentre le democrazie sono ancora nazionali. Quindi costoro hanno trasformato il potere economico in potere politico. Oggi se uno va a Brussel, dove c’è molto potere politico, non ci sono regole: noi vogliamo sapere chi sono le lobbies, per chi lavorano e con quanti soldi. Il primo passo è la trasparenza”. 

Quale potrebbe essere un modo per regolamentare il ruolo delle lobbies? Ad esempio in America, dopo il crack finanziario del 2007, sono state formulate delle leggi che disciplinano in maniera un po’ più stringente il lavoro di questi gruppi di potere. Cosa si può fare in Europa secondo lei?
“Negli Stati Uniti le regole sono arrivate nel 2007, in concomitanza con la crisi economica, dopo un enorme caso di corruzione raccontato anche nel film, a seguito del quale Repubblicani e Democratici hanno deciso di legiferare sulla materia. A Brussel abbiamo regole che sono solo su base volontaria e questo è solo un inizio. Oggi esiste un registro unico in vigore da due anni che è lo stesso per Parlamento e Commissione, ma se viene Apple, Monsanto e Goldman Sachs non devono dire quanti soldi mettono sul tavolo. Noi vogliamo che si faccia qualcosa per migliorare questo registro, però il Parlamento lo sta facendo in un modo poco adatto alle esigenze dei cittadini”.

Che spazio abbiamo per la democrazia e per i suoi istituti illuministici in un periodo storico in cui il potere è de facto detenuto non più dai cittadini attraverso i loro rappresentati, ma dalle élites finanziarie che non sono state votate da nessuno? 
“Credo di spazio per la democrazia ce ne sia davvero poco. Tuttavia la democrazia e la storia in generale sono dei processi: non va sempre così (n.d.r. indica in alto con la mano) o così (n.d.r. indica in basso). Nel corso della storia ci sono continui cambiamenti; forse noi con la democrazia legata alla televisione abbiamo trascurato troppo ciò che facevano gli altri e dunque non abbiamo visto subito il potere che la globalizzazione ha conferito ad alcuni attori, che ogni giorno investono milioni per assicurarsi che vengano prese decisioni nel senso che vogliono loro, mentre noi siamo chiamati ogni due o quattro anni a votare. Ma è solo colpa loro o anche nostra che non abbiamo tenuto gli occhi aperti? Il film vuole sottolineare proprio questo. I cittadini devono chiedersi questo, cioè cosa ne sarà del loro domani”. 

Lei parla della necessità di consapevolezza da parte dei cittadini di quei meccanismi che di fatto animano il potere, tuttavia come crede di dare autorevolezza ad un modo di vedere le cose che opera al di sotto della superficie rappresentata da quel che raccontano i media tradizionali?
“Intanto io direi di non guardare i media tradizionali in quanto spesso non sono fonte di informazione. Io ho smesso di guardare la tv 15 anni fa. Tuttavia ci sono media più piccoli e interessanti che fanno una parte del lavoro, ma spesso non hanno le risorse per indagare sotto la superficie. Dunque si fanno finanziare dai cittadini oppure operano sottoforma di Ong facendo ricerca nelle università, e proprio questi gruppi possono estrarre informazioni utili per la gente. Tuttavia si tratta di un processo difficile e lungo, questo è indubbio”.

 

Come già detto lei faceva il lobbista. Il mondo delle lobbies è davvero così sconvolgente che può portare una persona addirittura a finire dalla parte opposta? Come mai questa necessità di raccontare?
“Pensiamo al piccolo mondo di Brusseles, che consta di circa 50.000 persone di cui 15.000 lobbisti privati. Ovviamente tra questi non tutti perseguono gli stessi obiettivi e spesso ci sono lotte e attriti tra le diverse lobbies. Io lavoravo per l’Associazione Europea del commercio equo e dopo un anno ho visto che questa associazione non ha alcun potere,  prende soldi dalla Commissione e vive solo per se stessa, in modo autoreferenziale. Anche loro sono complici, il lobbying è per tutti, anche loro sono lì. Abbiamo un’ideologia dominante, Gramsci lo dimostrava bene negli anni ‘30. Ci sono lobbies che lavorano con i politici e questi appoggiano le loro idee. È necessario che siano gruppi che lavorino per una contro egemonia, ma oggi a Brussels non ci sono le forze per farlo. Diciamo da 10 anni che un altro mondo sia possibile. ma non ci sono teorie sufficientemente forti per convincere tutti”.

Una domanda più personale. Spesso chi porta alla luce verità scomode è soggetto a ritorsioni più o meno dirette. Lei ha subito intimidazioni prima, dopo o durante la realizzazione del documentario?
“No, francamente noi siamo stati decisamente liberi di girare il film. Anche il mondo del business ha partecipato. Non è un film di Michael Moore e questo non è un film contro le lobbies, ma sulle lobbies. Ci sono due punti di vista, gli stessi affaristi hanno sottolineato il fatto che si tratti di un film onesto e non di una propaganda a favore delle Ong”.

Allora come mai questo film non è mai stato proiettato in italia?
“Noi siamo piccoli produttori e non abbiamo la forza per andare in tutta Europa. In secondo luogo la tv italiana è poco interessata a mostrare documentari del genere, solo Rai3 ne manda in onda 10 o 15 all’anno. Oltretutto in Italia si è interessati maggiormente ad altre tematiche, soprattutto al lato umano, mentre il nostro è un film politico. Stesso motivo per cui molti Festival non si sono mostrati interessati al nostro lavoro”.