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Contro la privatizzazione: la partecipazione dei cittadini alla gestione del patrimonio culturale


Mentre in Italia ed in Europa si evocano le privatizzazioni come la panacea per ogni male, il dibattito pubblico americano riconosce "l’incapacità del mercato e degli interessi privati di operare a vantaggio della collettività", sono parole di Tony Judt uno storico inglese tra i più autorevoli studiosi contemporanei.

teatro di Sepino La privatizzazione infatti "sottrae allo Stato la capacità e la responsabilità di rimediare alle carenze nella vita delle persone; elimina il peso di quelle stesse responsabilità anche dalla coscienza dei cittadini, che non condividono più l’onere dei dilemmi comuni. Tutto ciò che resta è l’impulso caritatevole derivante da un senso di colpa individuale … Abbiamo buoni motivi per ritenere che questo impulso caritatevole sia una risposta sempre meno adeguata alla carenza di risorse distribuite in maniera diseguale nelle società ricche. Così, anche se la privatizzazione fosse il successo economico che le viene attribuito (e decisamente non lo è), rimarrebbe una catastrofe morale in fieri (Novecento, Laterza)".

Ne scrive Tomaso Montanari su Buone Notizie del Corriere della Sera ne "I tesori del Molise restituiti al popolo" illustrando la via molisana alla gestione democraticamente ed economicamente sostenibile del patrimonio culturale. L'esperienza molisana è decisamente controcorrente rispetto ad una "una classe dirigente rimasta alle parole d’ordine dell’epoca Thatcher e Reagan, rilanciate in quella di Tony Blair, [che] propugna la «privatizzazione» come la panacea del patrimonio culturale. L’unica salvezza sarebbe la singolare speranza che l’interesse pubblico sia garantito dagli interessi privati. E quando si parla di privati si hanno in mente gli attori dell’oligopolio che da trent’anni si spartiscono i beni culturali in Italia, o nel migliore dei casi grandi associazioni benefiche che hanno la tentazione di candidarsi a sostituire lo Stato. Ma se vogliamo mettere le soprintendenze in grado di gestire il patrimonio in modo efficiente (e cioè aperto ai cittadini e capace di produrre cultura gratuita) esistono altre soluzioni: quella, per esempio, di ricomporre l’unità tra patrimonio e formazione affidando alcuni monumenti a cooperative o società di giovani storici dell’arte o archeologi nel quadro di accordi e convenzioni tra le stesse soprintendenze e le università del territorio."

Montanari ricorda che: "Ogni anno le nostre università laureano e dottorano un numero impressionante di storici dell’arte e della letteratura, filosofi, archeologi, architetti, archivisti e bibliotecari: e lo stesso fanno i conservatori con i musicisti, le scuole specializzate e le accademie con i restauratori, i danzatori, gli scenografi, i giornalisti, i traduttori ecc. Tuttavia, come in un assurdo e corale supplizio di Tantalo il patrimonio non riesce a incontrare coloro che lo potrebbero curare amorevolmente, e tutti costoro non riescono a lavorare nel patrimonio: e così distruggiamo intere generazioni, e al tempo stesso condanniamo a morte ciò che di più prezioso ha il nostro Paese." Se all'esperienza molisana si ispirassero altre università e altre direzioni regionali o soprintendenze "quante chiese (per esempio a Napoli) potrebbero riaprire, dopo decenni, e quanti laureati potrebbero lavorarvi? E quanti monasteri, abbazie, palazzi e castelli in tutta Italia potrebbero così diventare luoghi in cui il lavoro, la cultura e l’uguaglianza costituzionale si incontrano davvero? Basta avere il coraggio di rompere gli schemi."

Inoltre il modello della gestione dei beni pubblici adottato dalla Soprintendenza molisana pare recepire l’auspicio della Cassazione al coinvolgimento dei cittadini: "Dalla applicazione diretta degli art. 2, 9 e 42 Cost. si ricava il principio della tutela della personalità umana e del suo corretto svolgimento, nell'ambito dello Stato sociale, anche in relazione al "paesaggio" […]. In tema di beni pubblici, il connotato della "demanialità" esprime una duplice appartenenza, alla collettività ed al suo ente esponenziale, dovendosi intendere la titolarità in senso stretto come appartenenza di servizio, nel senso che l'ente esponenziale può e deve assicurare il mantenimento delle specifiche rilevanti caratteristiche del bene e la sua concreta possibilità di fruizione; ne consegue che la titolarità dei beni demaniali allo Stato o agli altri enti territoriali non è fine a sé stessa e non rileva solo sul piano della "proprietà", ma comporta per l'ente titolare anche la sussistenza di oneri di governance finalizzati a rendere effettive le varie forme di godimento e di uso pubblico del bene.” (Cassazione Civile, Sezioni Unite, sentenza n.3665 del 2011).

Secondo la Cassazione, poiché la titolarità pubblica del bene deve essere funzionale agli interessi della collettività, lo Stato deve assicurare una gestione, anche mediante la partecipazione diretta dei cittadini, che renda effettive le forme di godimento e di uso pubblico del bene.

Tuttavia, senza che venga utilizzato il paravento della sussidiarietà orizzontale per abdicare alla funzione propria dello Stato, esercitata dalla Soprintendenza, di garante della tutela del paesaggio e del patrimonio pubblico, prevista degli articoli 9 e 117, secondo comma, lett. s) della Costituzione.

Ecco perché in questo caso la collaborazione delle associazioni e delle Università del territorio con la Soprintendenza attua pienamente il principio costituzionale della tutela del patrimonio culturale.

Una modalità che garantisce un’effettiva esplicazione della personalità umana nell'ambito dello Stato Sociale, in antitesi con l’intento del legislatore di “valorizzazione” che, tradotto dalla neolingua orwelliana, significa svendita dei beni pubblici ai privati in conseguenza degli obblighi imposti dall'Unione Europea.


Un particolare ringraziamento a Valentina Serru per il prezioso approfondimento giuridico