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Ammazziamo il Gattopardo

Alan Friedman, giornalista statunitense da tempo residente in Italia, si è cimentato in un'opera, a tratti nostalgica a tratti retorica, con l'intento di offrire uno spaccato degli ultimi trenta anni di politica italiana con i resoconti delle conversazioni avute con Amato, Prodi, Berlusconi, D'Alema, Monti e Renzi.

Per quanto sia stato pubblicizzato come scoop sul recente golpe che ha colpito Silvio Berlusconi nel novembre 2011, il Gattopardo menzionato nel titolo non è l'ex premier, ma l'esplicito riferimento al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, <L'esempio massimo della cinica resistenza al mutamento reale: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi">. L'autore ci svela alcuni retroscena della scena politica che forse non conoscevamo, ma che in fondo nulla portano ai problemi che attanagliano l'Italia in questo 2014. Scopo del libro quindi, non è il solito sollevare il tappeto per mostrarne la polvere nascosta sotto ma "offrirci" l'ennesima ricetta neoliberista per salvare la nazione, con riforme che, qualcuna giusta, molte sbagliate, nulla hanno a che fare con la crescita e il benessere di cui hanno diritto i cittadini italiani.

Cercheremo di analizzarle e spiegare perché non possono essere utili e anzi potrebbero rivelarsi dannose per l'Italia.

Quella che lui chiama ricetta contiene dieci punti sotto forma di riforme, leggi, misure e cambiamenti e secondo le sue parole è basata solo sul buonsenso e sulla pragmatismo:

1 Non c'è salvezza senza l'abbattimento del debito. Bisogna sfruttare il patrimonio pubblico senza svenderlo.

2 Non c'é creazione di nuovi posti senza tagli drastici del costo del lavoro e una modernizzazione delle regole del sistema.

3 Ci vuole un minimo vitale per tutelare le fasce più deboli e subito.

4 Pensioni garantite per tutti ma tagli più aggressivi alle pensioni d'oro (e ai troppi regali dello Stato).

5 Un vasto programma per l'occupazione femminile: triplicare gli asili nido e gli sgravi fiscali.

6 Meritocrazia, valutazione e trasparenza totale: le parole d'ordine per ridisegnare la pubblica amministrazione. Chi sbaglia, paga.

7 Se vogliamo mantenere la sanità per tutti dobbiamo tagliare gli sprechi e togliere molte delle competenze alle Regioni.

8 Una patrimoniale leggera soprattutto per chi ha più di un milione di euro.

9 La liberalizzazione non deve essere più una parolaccia. Non è un feticcio ma una necessità per i consumatori.

10 Una singola riforma non basta. La crescita nasce soltanto da un insieme di grandi riforme.

Ambizioso, per alcuni punti meritevole di riuscita, ma soprattutto già visto.

Debito pubblico

Anche Friedman, come tutti i governi degli ultimi 30 anni, è contro il debito pubblico; questo essere brutto e pericoloso autore della crisi italiana (ed europea), questo numero sempre crescente che fa si che venga preso come regolatore dell'umore dei mercati. Insomma, più è alto il debito e più sei pericoloso e insolvente, alla stregua di un qualunque correntista bancario. Ma vediamo cosa è esattamente il debito pubblico nella doverosa distinzione tra stato a moneta sovrana e a moneta di terzi (l'Euro).

Ipotizziamo uno Stato appena nato che ha necessità di imporre la propria valuta ai suoi cittadini. Sappiamo bene che per poterlo fare, l'unico modo è imporre delle tasse che li porterà (i cittadini) a essere nella condizione di doversi procurare tale valuta. Essendo la valuta propria dello Stato, di cui è l'unico emittente, significa che dovrà distribuirla per primo. Come? Spendendo, creando debito pubblico, commissionando opere pubbliche, ospedali, scuole, strade e tutto ciò che sia utile alla collettività. A quel punto le imprese private, i cittadini che lavoreranno in tali strutture pubbliche e private potranno avere quella valuta e cosi poter pagare le tasse allo Stato (nei limiti della propria capacità contributiva - Art. 53 della Costituzione Italiana). E' bene ricordare che uno Stato a moneta sovrana non ha necessità delle tasse per mandare avanti il sistema, poiché è l'emettitore di prima istanza della propria valuta, mentre queste servono solo a regolare l'inflazione. Il debito pubblico brutto e cattivo ha permesso alle persone di poter vivere dignitosamente dandogli in più la possibilità di creare risparmi.

Se invece passiamo alla seconda opzione, abbiamo davanti sempre lo stesso Stato appena nato che ha le stesse identiche necessità, ma a differenza del primo non ha la possibilità di emettere la propria valuta e quindi deve rivolgersi a terzi chiedendola in prestito. Qui nascono già i primi problemi in quanto chi presta vuole delle garanzie, oltre naturalmente agli interessi sulle somme prestate. Per cui lo Stato ottiene valuta in prestito, spende per le opere menzionate prima e successivamente tassa i cittadini secondo i principi della Costituzione. A questo punto il debito pubblico inizia a essere un problema perché si trova nelle condizioni di non poter restituire tutto il denaro avuto in prestito e aumentato degli interessi. Un bel dilemma. Fare gli interessi dei cittadini o quelli dei creditori?

A questo si deve aggiungere il pareggio di bilancio che impone agli Stati di spendere cento e incassare cento, il rispetto del parametro del 3% del rapporto Deficit/ Pil e, a partire dal 2015, il rientro del rapporto Debito Pubblico/Pil dall'attuale 136% circa al 60% in 20 anni, con un costo intorno ai 35 miliardi annui. E' facile intuire che uno Stato che deve rispettare tali vincoli non può sicuramente andare incontro a una crescita quanto piuttosto a una decrescita con conseguenze catastrofiche.

Il patrimonio pubblico

Anche su questo punto Friedman si accoda a tanti prima di lui che hanno espresso la necessità, al fine di abbassare il debito pubblico italiano che ricordiamo ammonta a oltre 2.146.000.000.000 di euro, di vendere parte del patrimonio pubblico tra società partecipate dello Stato, come Finmeccanica, Poste, Eni, Enel ma anche Ferrovie e beni immobiliari come caserme dismesse e spiagge, quantificando in 400 miliardi il valore dei beni cedibili attraverso un meccanismo di obbligazioni emesse da una holding della durata di dieci anni che avrebbero come garanzia gli stessi beni, in tranche di 50 miliardi annui. Ammesso e non concesso, che durante questi dieci anni si riesca a vendere questi beni per tale cifra, lo Stato si priverebbe di assets importantissimi a livello industriale e di servizi per diminuire il debito del 2.5% circa annuo con lo stesso che aumenta ogni mese del 1% circa. Ecco che l'operazione, oltre a essere svantaggiosa si rivela anche inutile ai fini della riduzione del debito.

Il lavoro

Questa è una mezza verità e lo dimostrano le recenti riforme sul lavoro condite da finti bonus e tagli del cuneo fiscale. Per quanto sia corretto affermare che il costo del lavoro sia eccessivo, la sua riduzione non è, in questa situazione, la soluzione. Oggi l'Italia si trova in una fase di stagnazione tendente alla deflazione, cioè il penultimo gradino della salute di un Paese. Oltre c'è il fallimento. Il mercato interno è fermo perché c'è poca liquidità in giro data dall'elevata percentuale di disoccupati, dall'enorme peso della tassazione e dall'incertezza del domani. In poche parole significa che le persone non spendono, o perché non possono o perché preferiscono conservare i pochi risparmi per affrontare l'incertezza del domani. Di conseguenza le imprese non producono e spesso si ritrovano con magazzini pieni di merci che non riescono a vendere. Chi può si affida alla cassa integrazione per non licenziare, la maggior parte licenzia e/o delocalizza all'estero contribuendo cosi ad aumentare il numero dei disoccupati. Come si può ben comprendere è un cane che si morde la coda e a nulla valgono riduzioni del costo del lavoro o bonus. Punti di incontro si possono trovare sulla rimodulazione degli attuali sistemi di sussidi di disoccupazione e sulla cassa integrazione in deroga che da aiuto alle imprese per brevi periodi è diventata una vera e propria forma di assistenza che si protrae per anni. Bene trasformare alcuni sussidi in formazione e riqualificazione, ma necessariamente deve essere collegata a un piano di lavoro statale non in competizione con le aziende private e che vada a coprire quei settori che solitamente non trovano riscontro nel privato (vedi Job Guarantee - MMT). Bene anche la trasformazione degli attuali centri per l'impiego che devono diventare veri uffici di collocamento, ma sempre strettamente legati a un piano di lavoro garantito dallo Stato.

Reddito minimo

Su questo punto della sua ricetta onestamente non si può dare torto all’autore ma, così come quei politici che ripetono come un mantra che bisogna combattere la disoccupazione, ha scoperto l'acqua calda. Uno Stato che si rispetti aiuta i cittadini inabili al lavoro o che si trovano temporaneamente senza lavoro con un sistema di sussidi integrativi e grazie alla formazione che reintroduce il lavoratore/cittadino nel mondo del lavoro (art 38 C. I.). Parallelamente a questo dovrebbero però esserci adeguate sanzioni per chi si ritrova a truffare lo Stato con finte inabilità.

Pensioni

Dopo un excursus sulle varie riforme delle pensioni, da Amato nel 1992 che innalzò una prima volta l'età pensionabile a quelle di Dini nel 1995, che getta le basi per un sistema contributivo, Prodi nel 1997, che inasprisce i requisiti per l'ottenimento della pensione e D'Alema nel 2000, contributo di solidarietà sulle pensioni d'oro, arriva alla tanto decantata riforma Fornero. <Ora,> ci dice, <abbiamo una vera riforma delle pensioni anche se necessita di piccoli aggiustamenti>. Incoraggiante. Il suo suggerimento sarebbe quello di aumentare il prelievo sulle pensioni oltre i 90.000 euro lordi annui e tagliare le pensioni sopra i 3000 euro del 15% al fine di riprendersi quanto è stato regalato dallo Stato a chi è andato in pensione con il metodo retributivo. Bontà sua non toccherebbe le pensioni sotto i mille euro. Personalmente conosco decine di persone che hanno lavorato una vita nel settore pubblico e privato, che hanno dato anima e cuore nel loro lavoro e che giustamente non considerano un regalo le somme percepite "ingiustamente" con la pensione legata alla retribuzione degli ultimi cinque anni. Ovviamente stiamo parlando di cifre modeste, anche se importanti, nell'ordine di 2, 3, 4000 euro. La seconda parte del suo consiglio per una pensione del domani consiste nell'affiancare all'attuale sistema pensionistico completamente a carico dello Stato, un sistema di opting-out. Secondo l’autore, <dobbiamo cambiare mentalità e renderci conto che la pensione non può venire solo dallo Stato>. No, è sbagliato. Citando Milton Friedman che disse “there is no free lunch” ( non c'è un pasto gratis nella vita) lo integra con there is no fully free lunch ( non c'è un pasto del tutto gratis). Quindi <perché non configurare la nostra pensione con una riforma che ci costa poco? > Ci ricorda che potremmo avere, come in Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti , più mercato, più scelta e più concorrenza tra fondi privati e più alternative per il consumatore del sistema pensionistico di domani. <Partendo dal presupposto che l'Italia non reggerà il cambio demografico, bisognerebbe incoraggiare l'integrazione dei fondi privati in cui arrivino a offrire almeno il 50% della pensione. Quindi sarebbe un ottimo modo per ridurre il contributo previdenziale che è al 33% lasciando libero il lavoratore di ricorrere ai fondi privati. >  Per cui invece di lamentarci per il fatto che un domani probabilmente non avremo una pensione ecco pronta la soluzione. Pensione fai da te. Ricapitolando abbiamo uno Stato che non è nelle condizioni di poter spendere per i propri cittadini, che ritira dal settore privato attraverso le tasse tutto ciò che ha immesso precedentemente e che un domani non ci verserà la pensione cosìcché tocca a noi provvedere attraverso i fondi privati. Mi pare che tutto ciò sia ampiamente in disaccordo con la Costituzione Italiana.

L'occupazione femminile.

<L'Italia è un paese maschilista>. L'economista Alan Friedman ci dice che si fa del male per la sua incapacità di utilizzare il talento e l'energia di milioni di donne che incontrano troppi ostacoli a entrare nella forza lavoro. Secondo lui, se la percentuale di donne lavoratrici raggiungesse il 60%, cosi come richiesto dagli obiettivi europei, il Pil aumenterebbe di 7 punti! Quindi bisognerebbe dedicare agevolazioni e sgravi fiscali affinché possa aumentare il numero delle donne che entrano nel mondo del lavoro. Dopo la parità di genere in politica ecco la parità nel lavoro. In un sistema che garantisca il lavoro a chiunque voglia entrare nel mondo del lavoro, potrebbe avere un senso per quelle donne che hanno difficoltà a conciliare i doveri di mamma e i diritti di lavoratrici. A quel punto sarebbe lecito accettare un incremento degli asili nido che agevolerebbero questo diritto, ma purtroppo siamo in una situazione in cui l'alta percentuale di disoccupazione è la prima causa della bassa forza lavoro, femminile e maschile, e a nulla servirebbero incentivi o detassazioni cosi come già accennato al punto lavoro.

La pubblica amministrazione.

Sul fatto che la pubblica amministrazione vada riformata siamo quasi tutti d'accordo. Al suo interno ci sono tanti ottimi lavoratori e ce ne sono altrettanti che considerano il posto di lavoro solo come un bancomat, svolgendo il minimo sindacale a loro richiesto e in qualche caso neanche quello. E' purtroppo, a livello burocratico, il male dell'impresa in Italia. Decine di autorizzazioni, nulla osta, pareri e contro pareri per poter avviare un'attività o fare un investimento e ciò è dovuto al susseguirsi di normative infilate una dopo l'altra con lo scopo iniziale di regolamentare e/o semplificare (nel senso di creare un percorso), che chi vuole fare impresa è tenuto a seguire rigorosamente. Per cui si perdono mesi per poter avere il via libera, correndo il rischio che quella determinata attività perda il momento giusto per iniziare o si veda soffiare il progetto da chi magari è stato più veloce o più furbo e con più amici nei posti giusti. Oggi che tutto va veloce e che potrebbe essere risolto tramite internet o in maniera digitale, la P.A. dovrebbe funzionare nello stesso veloce modo. Niente più file in decine di uffici e pile di carte, ma un unico referente e al massimo una pennetta USB. E soprattutto, se vogliamo realmente combattere il dipendente infedele, attiviamo in maniera seria un sistema di meritocrazia che premi il dipendente che svolge realmente il suo lavoro nei tempi giusti, che tratta con gli utenti nella maniera consona alla carica che ricopre e non scordando che, in effetti, chi gli sta davanti gli paga lo stipendio con le sue tasse. Vogliamo combattere lo "strisciatore di badge" che tanto ci fa arrabbiare durante i servizi di Striscia la Notizia? Bene, sostituiamo tutti i lettori di presenza, da badge a impronte digitali e almeno una parte dei furbi verrebbe eliminata. Basterebbe poco per riorganizzare la P.A. anche senza licenziare nessuno, come spesso si sente dire da vari politici e intrattenitori. Quegli stessi politici che per anni hanno utilizzato la stessa come serbatoio di voti.

La sanità

Nonostante Friedman consigli di riformare la P.A. con tagli, blocco del turn over, mobilità più flessibile, chiusura o accorpamento di molti enti, dice che bisogna comunque trovare i soldi per coprirne la riforma. Non ha senso. Se taglio e licenzio significa che risparmio soldi, non che ne devo trovare ulteriori. Diamo per scontato che sia cosi e nel suo ragionamento trova la copertura per la riforma, nella riforma della sanità. Sarà mica come il sistema delle scatole cinesi? <Tagliare si può e tagliare si deve>. Ci snocciola una serie di cifre sulla spending review, passa miliardi da una mano all'altra, ammettendo però che il passato governo Letta-Alfano si trovò nella difficoltà di coprire i 150 milioni per la seconda rata Imu. <Tagliando un po’ le auto blu , riducendo il numero dei parlamentari e tagliando i loro stipendi e pensioni , recuperiamo un miliardo circa di euro >. Certo, si può fare, ma ai fini del debito pubblico e delle spese della pubblica amministrazione è una goccia nell'oceano e dovrebbe essere considerata solo come un'operazione di buon senso. Ulteriori tagli verrebbero da Provincie e Comuni e da soppressioni o accorpamenti dei secondi. Tutto ciò però ricadrà sui cittadini come già sta avvenendo a seguito dei tagli dei trasferimenti a questi enti, che si ritrovano per dover decidere quale servizio portare avanti e per chi. Non è con i tagli e soprattutto con questi tagli che si potranno sistemare le cose. Arrivando alla sanità, vero cuore della sua ricetta per il taglio della spesa pubblica, nomina le Regioni. E il titolo V. <Troppi privilegi sono stati concessi a questi enti con Amato nel 2001 con tale riforma. Gli si è data capacità di spesa senza responsabilità fiscale>. Un errore imperdonabile. Quindi bisognerebbe tagliare il Fondo perequativo che compensa la capacità delle Regioni più povere, (2.5 miliardi), ridurre i versamenti dello Stato alle strutture private (2 miliardi su 40) e un ulteriore risparmio si avrebbe dal sistema centralizzato di acquisto per le forniture ospedaliere. Tutto sommato non ha torto. Ma anche qui va a cadere, come per le pensioni, nel ricorso alla sanità privata sul modello americano. <Lo Stato ti copre fino a un certo livello e il resto è a carico del privato attraverso le assicurazioni integrative. Con conseguente riduzione delle convenzioni con i privati (cliniche o professionisti) e un risparmio di circa 2 miliardi>. Pazienza se poi un povero Cristo non può curarsi. Chicca di questi tagli (P.A. e sanità) sarebbe un risparmio, unitamente ai 32 miliardi ipotizzati da Cottarelli con la spending review, di circa 60 miliardi annui a regime, con i quali poter abbassare il cuneo fiscale, l'Irpef, l'Iva, l'Irap e con cui finanziare asili nido, incentivi per l'occupazione femminile, apprendistato e chissà che altro.

La patrimoniale.

Patrimoniale, la parola più odiata dagli italiani. Bontà sua vorrebbe applicarla solo dopo le riforme su welfare, lavoro e burocrazia. <Per gli italiani, è questo il momento di mostrare solidarietà, il che significa che ognuno deve fare qualche sacrificio perché tutti possano beneficiarne nel medio periodo>. Consiglierei a questo punto un giro presso i quartieri non centrali e le mense della Caritas per rendersi conto che gli italiani, forse, sacrifici ne stanno facendo già abbastanza>>. Per rendere la pillola più dolce ci informa che il FMI aveva già caldamente consigliato una patrimoniale del 10% su tutti i patrimoni finanziari di tutti i cittadini. La sua (patrimoniale) sarebbe più leggera, più facilmente assimilabile da tutti e che colpirebbe solo i patrimoni finanziari superiori ai 250.000 euro per arrivare nell'arco di tre anni alla cifra di 29 miliardi. Strabiliante. Pazienza se poi sono frutti di risparmi sudati con il proprio lavoro, ampiamente tassati e senza rubare a nessuno. Qualcuno comunque si troverà sicuramente d'accordo. La soluzione parrebbe essere che, dato che con l’Euro sistema non possiamo arricchirci tutti, allora è meglio livellarci tutti a un gradino più basso. Questa si che si chiama equità.

Liberalizzazioni.

La condizione sine qua non per l'efficacia della sua ricetta sono le liberalizzazioni. Tutti ormai sono più o meno consapevoli del danno che hanno portato quelle effettuate negli anni passati. Più libertà nell'aprire un'attività e una fetta sempre minore di clienti per ciascuna di esse. Secondo Friedman, sono un punto critico <perché aiutano l'economia a ottenere una crescita ottimale e duratura>. Boom. <Il problema dell'Italia è che non esiste la possibilità di negoziare la parcella del notaio o dell'avvocato o di ogni altro professionista. Se creiamo un’economia a favore del consumatore poi si stimoleranno i consumi>. Pazienza se nel frattempo sono diminuite le compravendite di immobili, le richieste di progetti per costruzioni ai professionisti o le richieste di avvocati, visto la sfiducia nel sistema giudiziario. Non è offrendo un prodotto che costa meno che stimoli i consumi, ma consentendo prima che riparta la richiesta di quei prodotti e cioè intervenendo nell'economia reale con liquidità. Più mercato e più libero, questa è la sua ricetta. Come sempre è onesto nell'affermare che <nel medio termine, con le liberalizzazioni di professioni e servizi, qualcuno soffrirà e qualcun altro perderà, ma> continua, <ci sarà più denaro che circola tra più soggetti e la creazione di nuovi posti di lavoro>. Purtroppo non è cosi. Il denaro sarà sempre lo stesso che circolerà tra più soggetti con il solo scopo di impoverire tutti.

La crescita.

Poteva mancare questa parola tanto usata e abusata in questi ultimi anni?

Riepilogando i vari punti delle riforme vediamo come intende far ripartire l'Italia.

Grazie ai tagli, risparmi e riallocazione delle risorse elencate nei punti precedenti quantificabili in circa 70 miliardi annui a regime dopo tre anni, si potrà far ripartire l'Italia. In cinque anni.

Dedichiamo 30 miliardi al taglio del cuneo fiscale cosi da dare 150 euro al mese ai lavoratori.

Renzi con i suoi 80 euro ha già dimostrato che i consumi non ripartono e che chi li ha ricevuti ha pagato imposte o bollette arretrate.

Un altro miliardo andrebbe alla creazione dei Job Center (moderni uffici di collocamento).

Un ufficio di collocamento funziona nel momento in cui esista una domanda di lavoro da parte dello Stato e dei privati. Sappiamo bene che le assunzioni nel pubblico sono bloccate da anni e le imprese non assumono perché manca un requisito fondamentale: la richiesta di prodotti.

Sei miliardi per la creazione di un minimo vitale e un sistema di welfare più snello ed equo a cui dovrebbero fare ricorso i disoccupati di lungo periodo che usufruiscono della cassa integrazione in deroga e almeno un milione di famiglie sotto la soglia di povertà (attualmente sono oltre tre milioni).

Se veramente si volesse fare qualcosa per le famiglie povere e i disoccupati, bisognerebbe investire non in sussidi che hanno il solo scopo di abbrutire le persone, ma in piani di lavoro garantito che ridiano la dignità di ricevere dei soldi in cambio di lavoro e non sotto forma di elemosina.

Triplichiamo gli asili nido portando lo stanziamento da 1,5 miliardi a 3 miliardi.

Con la curva demografica in caduta libera non è proprio una priorità e come effetto collaterale ci sarebbe il rischio di bloccare ulteriormente l'economia, o quantomeno dirottarla dalle babysitter e dagli asili privati, per chi non è riuscito ad accedere alla graduatoria comunale, agli asili convenzionati.

Ancora un miliardo per la forza lavoro femminile tramite sgravi fiscali e incentivi.

In un sistema con forte disoccupazione, grazie a incentivi e sgravi, le donne prenderebbero il posto degli uomini in caso di offerte di lavoro,rendendo vano l'intento di crearli in aggiunta a quelli che normalmente si sarebbero creati.

Un miliardo, sempre annuo, per sgravi fiscali per chi ricorre all'opting-out, cioè per chi vuole avere un'assicurazione sanitaria privata e/o una pensione parzialmente privata. Cioè liberiamo lo Stato da uno dei suoi principali doveri e scarichiamo la responsabilità sui cittadini, rendendo in futuro il ricorso a pensioni e cure mediche sempre meno equo.

Un'altra manciata di miliardi, fino a raggiungere l'importo di 10 miliardi nell'arco di cinque anni per la riduzione di Irpef, Irap e altri 4 per la diminuzioni di un punto percentuale dell'Iva.

A questo punto bisognerebbe ricordargli che, causa Maastricht e altri, abbiamo l'obbligo del pareggio di bilancio, il rientro del debito, il finanziamento del Mes, e l'abbassamento della pressione fiscale ridurrà le entrate per lo Stato senza la certezza che possa aumentare il numero di persone che possono contribuire e lasciare quindi a saldo zero il finanziamento per lo Stato. Oltretutto, i teorici nuovi posti di lavoro sarebbero coperti da sgravi fiscali e incentivi, quindi genererebbero entrate pari quasi a zero.

Finalmente dopo una serie di riforme, riqualificazioni, riallocamenti di risorse pubbliche, ecco arrivare lo shock.

Bisogna dare una scossa in termini di investimenti e alla creazione di domanda interne di tanti nuovi posti di lavoro, pianificando una politica industriale di sviluppo economico dedicando quasi 50 miliardi in cinque anni a investimenti pubblici o in partnership con i privati. Mirando a settori strategici quali turismo, cultura, infrastrutture, logistica, gas e ambiente. E soprattutto una banda larga degna del suo nome.

Rovesciamo il discorso. Facciamo pure le riforme sulle pubblica amministrazione mirate a ridurre gli sprechi e la burocrazia e investiamo subito nella ripresa del mercato interno con gli investimenti pubblici. Creiamo posti di lavoro pubblici tramite i piani di lavoro garantito che oltre a motivare il cittadino a credere nuovamente in se stesso, e nello Stato, lo riqualifica e lo rende appetibile alle imprese perché già formato. Una volta che siano ripartiti i consumi e che il gettito fiscale abbia ripreso a crescere, abbassiamo pure Irpef, Irap e Iva e si creerà quel circolo vizioso inverso a quello che stiamo vivendo.

Alan Friedman è un ottimo giornalista con delle idee proprie anche se spesso, soprattutto a livello economico vanno nella direzione sbagliata. Alcune delle riforme che ri-propone, come il taglio degli sprechi e dei costi della politica, potrebbero avere effetti positivi perché sarebbero un segnale per i cittadini di uno Stato che li tutela. Altre sono completamente fuori bersaglio e comunque seguono il pensiero di chi da anni ci ha infilato in un tunnel e periodicamente dice di vederne la luce in fondo. Non può affermare che lo Stato è troppo grande e il privato in Italia troppo piccolo o che il privato è più capace di generare crescita e occupazione. Potrebbe esserlo, ma solo se lo Stato si ponesse nelle condizioni di poterlo fare. Se lo Stato tornasse a investire allora si, il settore privato tornerebbe a creare occupazione e ricchezza.