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IL TTIP e la frontiera finale della Globalizzazione

Nel suo “ An Inquiry into the nature & causes of the Wealth of Nations” Adam Smith aprì una tradizione di pensiero e di politica economica che ancora oggi influenza il nostro modo di pensare e l’agire della maggior parte dei governi del mondo sviluppato. Uno dei messaggi principali che il filosofo scozzese tramandò è sicuramente quello che vede l’apertura commerciale di un paese con l’estero come essenziale per un forte sviluppo e l’aumento della ricchezza.

L’idea di Smith era abbastanza semplice, egli era fortemente convinto che solo la divisione e l’organizzazione del lavoro potessero favorire la crescita economica, tuttavia solo con la libertà di scambio e commercio i lavoratori hanno la possibilità di specializzarsi e aumentare la produttività del lavoro. In questo senso tutte le politiche che in quegli anni tendevano a limitare il commercio internazionale tramite dazi, barriere tariffarie, aiuti alle imprese domestiche erano viste da Smith come inutili e dannose e le nazioni che volevano avere uno sviluppo avrebbero dovuto abbandonarle e cominciare a favorire il libero scambio e la libera concorrenza. Per Smith le politiche liberiste avevano anche il pregio di essere un deterrente per le guerre, poiché i governi lasciando spazio alla libera concorrenza avrebbero smesso di farsi la guerra per accaparrarsi le risorse degli altri paesi con la forza.

Per capire la forza che hanno avuto le idee di Adam Smith sul nostro modo di concepire la società e in particolar modo l’economia basta osservare la quantità di accordi volti a garantire e a aumentare la libera concorrenza negli scambi internazionali. A partite dal GATT l’accordo generale sulle tariffe ed il commercio, firmato nel 1947 da 23 paesi con l’obiettivo di stabilire un sistema multilaterale di relazioni commerciali per favorire il commercio globale, fino all’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1995 un’organizzazione internazionale create in modo tale da supervisionare gli accordi commerciali tra i paesi aderenti (che sono 159) che sostituì il GATT. Anche l’Unione Europea nasce con l’obiettivo di garantire la libera concorrenza e il libero commercio tra i vari paesi del vecchio continente.

La gestione del commercio internazionale è in continua evoluzione e in questi anni altri tratti sono in cantiere. I due più conosciuti sono: il TTP e il TTIP in ordine, Trans-Pacific-Partnership e Tran­sa­tlan­tic Trade and Invest­ment Part­ner­ship. Il TTP riguarda le relazione di commercio tra gli USA e dodici paesi dell’area del Pacifico, mentre il TTIP riguarda le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea.

Vista la situazione di crisi economica in cui versa l’Unione Europea, questo accordo viene presentato come la possibilità di ridare vitalità al commercio dell’UE verso il resto del mondo (in questo caso gli Stati Uniti) così da poter rimettere in moto l’economia del vecchio continente. La Commissione Europea ha stimato che questo accordo potrebbe portare ad un aumento della ricchezza pari allo 0.5% del PIL  in modo permanente grazie allo sviluppo delle esportazioni che questo accordo garantirebbe. Ciò potrebbe portare alla creazione di milioni di nuovi posti di lavoro in tutta Europa. In un quadro dove le performance macroeconomiche comunitarie stentano ancora a mostrare miglioramenti questo accordo dovrebbe essere ben voluto da tutti i paesi.  

Per quanto riguarda i numeri questo trattato coinvolgerebbe 820 milioni di persone e metterebbe in relazione due aree il cui PIL se sommato misura per il 45% di quello mondiale. In questo senso si può parlare di un trattato storico, che non ha eguali come portata.

L’idea di creare una serie di trattati tra Stati Uniti e Unione Europea cominciò negli anni ‘90 e ad oggi si può dire che questo processo stia facendo uno dei passi conclusivi. Esso viene definito come accordo di seconda generazione, poichè a differenza dei trattati stipulati in precedenza non si occupa solo di tariffe ma anche di regolamentazione.

Il Trattato è suddiviso in tre parti, due riguardanti la cooperazione in campo normativo e le norme.

La prima parte, chiamata “Accesso al mercato”, sviluppa l’obiettivo programmatico del Trattato: l’incremento delle esportazioni dall’Unione Europea agli Stati Uniti d’America.

 

In questo punto possiamo riscontrare uno degli assunti principali sulla quale si basa l’ideologia economica Europea (in particolare dell’UME), secondo la quale il modo migliore per avere crescita economica è attraverso le esportazioni. In quest’ottica il TTIP va aggiunto a tutte le altre politiche che in questi anni sono state implementate a livello comunitario per aumentare il commercio con l’estero: dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro, voluta per attrarre investimenti esteri e diminuire il costo dei prodotti tramite la diminuzione dei salari, alla svalutazione dell’Euro tramite politiche monetarie non convenzionali come il Quantitative Easing. Su questo punto si potrebbe fare una prima critica a questo accordo, poichè la promessa di un aumento del PIL e quindi dell’occupazione è strettamente legata alle esportazioni che dovrebbero generarsi; tuttavia i modelli che vengono definiti export-led stanno incontrando grande difficoltà in questo periodo storico poiché il calo della domanda globale in seguito alla crisi finanziaria ha fatto diminuire in maniera consistente le importazioni e di conseguenza le esportazioni. Anche un paese come la Cina ha dovuto cambiare il suo modello di crescita orientandolo verso i consumi interni per poter fronteggiare il calo delle esportazioni. L’unione Europea sembra voler continuare a seguire l’ideologia che vuole i conti governativi in pareggio se non in surplus come un dogma, non permettendo politiche fiscali espansive per aumentare la domanda, la produzione e quindi l’occupazione; perciò l’unica alternativa in un clima di aspettative basso (che non aiutano gli investimenti) l’unica soluzione rimane puntare sulle esportazioni, sperando che prima o poi qualche paese estero ricominci a crescere e voglia consumare beni prodotti in Europa.


Il mandato negoziale per il TTIP è stato conferito il 14 giugno 2013 dal Consiglio alla Commissione Europea e, formalmente, le negoziazioni sono state inaugurate il 17 giugno del 2013 a Washington dal Presidente degli Stati Uniti Obama e dal Presidente della Commissione Barroso.

Già dalla fase della preparazione al mandato negoziale, l’operato delle istituzioni europee è stato sottoposto ad aspre critiche per via della carente trasparenza nella gestione delle operazioni.

Infatti, la Commissione Europea ha lanciato tre consultazioni pubbliche informali e una formale per la costituzione di un Working Group on Jobs and Growth (HLWG) teoricamente volte a garantire la presenza delle istanze della società civile nel tracciare le linee guida del mandato negoziale dal Consiglio alla Commissione, ma che in realtà sono state compiute nella riservatezza.

Attualmente ci troviamo nella seconda fase, condotta dalla Commissione, su mandato del Consiglio, e con l’obbligo di riferire periodicamente al Parlamento Europeo sullo stato di avanzamento delle negoziazioni.

E’ apprezzabile il tentativo delle istituzioni europee, in questa fase, di rendere più trasparente la conduzione delle trattative.

Infatti, in seguito all’avvio di un’indagine del Mediatore Europeo sulla trasparenza e la partecipazione pubblica in relazione ai negoziati TTIP, la Commissione ha pubblicato il mandato negoziale del 14 giugno 2013 e, il 7 gennaio 2015, i testi che ha proposto agli Stati Uniti in sede di negoziazione dei Trattati, ora disponibili sul suo sito web.

Tuttavia, non è scontato che a ciò corrisponda un’effettiva capacità della società civile di incidere nei contenuti del Trattato.

Nonostante la grande partecipazione dei movimenti alle consultazioni informali del 2014 per manifestare le criticità riscontrate nel TTIP, l’utilizzo dell’unico strumento effettivamente a disposizione dei cittadini europei non ha sortito l’esito sperato.

Il 15 luglio 2014, il Movimento europeo STOP – TTIP ha presentato una proposta di iniziativa legislativa europea, di cui all’art. 11 par. 4 TUE, rivolta alla Commissione, organo deputato a proporre al Parlamento i testi normativi, che in merito ha esercitato il proprio diniego.

La Commissione non ha trasmesso la proposta al Parlamento perché ha ritenuto che l’iniziativa ai sensi dell’art.11 par.4 TUE potesse avere esclusivamente oggetto propositivo e non riguardare la richiesta di presentazione di una raccomandazione al Consiglio per l’abrogazione della decisione del Consiglio sull’avvio dei negoziati sul TTIP.

Nella terza ed ultima fase, è prevista la pubblicazione dalla Commissione del testo definitivo dell’accordo che dovrà essere approvato dal Consiglio e dal Parlamento.

Le negoziazioni sul TTIP rientrano nella competenza esclusiva dell’Unione Europea in materia di politica commerciale comune, assegnata dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea all’art.3 par.1, specificatamente al par.2  per quanto riguarda gli accordi internazionali.

Tuttavia, il Trattato disciplina anche aspetti che non possono essere considerati esclusivamente commerciali e per i quali sarebbe necessaria una protezione dell’interesse pubblico rispetto alla logica del profitto privato.

Nella seconda parte del Trattato, ad esempio, è previsto l’impegno di una cooperazione in campo normativo. Per incrementare le esportazioni negli Stati Uniti, le imprese dell’Unione Europea devono dichiaratamente[2] rispettare le norme statunitensi in materia di standard di qualità e sicurezza dei prodotti.

Appare quindi concreto il rischio di una de- regolazione per aumentare la competitività delle proprie aziende nei vari settori del mercato estero.

Al fine di aumentare i profitti, ad esempio,  potrebbe verificarsi un abbassamento del livello dei controlli sanitari in campo alimentare, con ripercussioni inevitabili sul diritto alla salute dei cittadini.

Inoltre, con l’obiettivo dell’apertura del sistema degli appalti pubblici desta ulteriormente preoccupazione il destino delle p.m.i. che, ragionevolmente, si troveranno in una condizione di svantaggio rispetto alle imprese maggiormente strutturate e perciò in grado di proporre, ai fini dell'aggiudicazione, un prezzo notevolmente inferiore.

Senza contare il fatto che la creazione di un mercato così ampio, non potrà far altro che incrementare i fenomeni di dumping sociale che già si sono verificati nell’Unione Europea[3], ponendo gli ordinamenti in una competizione al ribasso nelle tutele accordate ai lavoratori.

In definitiva, la competenza sulla determinazione dei livelli essenziali dei diritti fondamentali, espressamente riservata agli ordinamenti statali, rischia di essere erosa dal processo di privatizzazione del diritto pubblico a favore della sovranità del mercato.

Sulla scia di tale preoccupazione, infatti, alcuni giuristi hanno rilevato l’opportunità di una consultazione in merito al TTIP anche dei parlamenti nazionali.[4]

Un ulteriore aspetto particolarmente critico del TTIP è stato rilevato nel meccanismo di soluzione delle controversie tra investitori privati e Stati chiamato ISDS: “Investor to State Dispute Settlement”, a garanzia della sicurezza degli investitori nell’applicazione del Trattato.

Tanto da convincere alcuni membri del Partito Democratico al Congresso americano, il 23 aprile 2015, a scrivere una lettera al Presidente Obama[5].

Già precedentemente, il 10 aprile 2015, autorevoli giuristi ed economisti, tra cui il Premio Nobel Joseph Stiglitz avevano manifestato le proprie perplessità in ordine all’utilizzo per il TTIP di un canale separato che permetta agli investitori di sottrarsi alla giurisdizione statunitense.

Come, peraltro, già accade negli omologhi meccanismi ISDS previsti da altri trattati di libero scambio.

Con l’“Investor to State Dispute Settlement”, un investitore privato potrà adire il Tribunale Speciale istituito dal TTIP allorché ritenga di aver subito un danno dalla normativa prevista da uno Stato, dall’Unione Europea o dagli Stati Uniti.

Nella lettera del professor Stiglitz viene citato l’esempio del contenzioso tra il colosso farmaceutico Eli Lilly ed il Governo del Canada, nel quale la multinazionale aveva richiesto un risarcimento di 100 milioni di dollari allo Stato perché la Corte Suprema Canadese aveva dichiarato invalido, poiché non sufficientemente testato, il brevetto del farmaco destinato ai bambini per il trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD).

E’ facile da immaginare che uno Stato possa essere fortemente limitato nell’esercizio sovrano del proprio potere legislativo, nel timore di essere trascinato dagli investitori privati, multinazionali in primis, nella spirale del contenzioso e nel pagamento di ingenti risarcimenti ai privati.

Peraltro, desta anche preoccupazione il fatto che la tutela degli investitori privati venga posta sullo stesso piano della capacità dell’Unione Europea e degli Stati membri di legiferare nell’interesse pubblico, tale da rendere addirittura plausibile un bilanciamento[6] tra questi due interessi.

Pertanto, potrebbe risultare recessiva la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini rispetto al libero mercato.

In più, si sottraerrebbe alla giurisdizione nazionale o della Corte di Giustizia dell’Unione Europea parte del contenzioso tra uno Stato e i privati, con buona pace di un altro principio cardine del costituzionalismo moderno: il divieto di istituire giudici speciali e straordinari.

Nell’originaria previsione del Trattato, l’esito delle controversie tra Stati e investitori privati sarebbe dipeso dalle decisioni di arbitri privati, scelti caso per caso, ma, a seguito delle massicce proteste, è stata annunciata una modifica dal Commissario Europeo per il Commercio Cecilia Malmström, accolta positivamente dal Parlamento Europeo con la risoluzione Lange del 10 luglio 2015.

Il 16 settembre 2015 è stata pubblicata la bozza della proposta della Commissione che dovrà essere discussa dal Parlamento Europeo e dal Consiglio prima di essere presentata agli Stati Uniti.

Nel testo, alla sezione sull’Investment Court System, è prevista l’istituzione di un organo giudicante di prima istanza composto da quindici giudici, cinque provenienti dall’Unione Europea, cinque dagli Stati Uniti e cinque da paesi terzi, scelti tra soggetti appartenenti alla giurisdizione o giuristi di comprovata esperienza, esperti di diritto internazionale pubblico, diritto internazionale commerciale.

Il caso concreto verrà esaminato da un collegio giudicante composto da tre giudici, uno appartenente alla U.E., uno agli U.S.A. e uno ad un paese terzo.

Inoltre, è stato individuato un organo competente per l’esame della controversia in appello.

Tuttavia, ciò non è valso a tranquillizzare l’opinione pubblica, poiché che le modifiche apportate non paiono risolutive dei problemi precedentemente riscontrati.

Infatti, si tratta pur sempre di una giurisdizione istituita ad hoc per sottrarre agli Stati, alla U.E e agli Stati Uniti, la competenza in merito al contenzioso formatosi tra privati e Stati nel TTIP, che quindi rimane il parametro di riferimento dell’organo giudicante, senza alcuna garanzia dell’applicazione della disciplina e dei principi costituzionalmente riconosciuti nei nostri ordinamenti.

Oltre a ciò, è bene rilevare che i componenti dei collegi giudicanti non offrono le medesime garanzie di indipendenza e di terzietà dei giudici ordinari degli Stati membri.

Infatti, non è chiaro il meccanismo di selezione dei soggetti deputati a dirimere tali controversie, i quali potrebbero essere scelti tra gli stessi professionisti che gravitano nel settore delle consulenze alle grandi corporations private.

 

Con il TTIP (e il TTP) si apre una nuova frontiera della Globalizzazione, con mercati molto più integrati e con misure comuni tra gli stati contraenti; tuttavia sembra che questo processo includa tra gli ostacoli al libero commercio le regole che tendono a tutelare i consumatori, i lavoratori, l’ambiente e la salute. In più questo trattato è in linea con il processo di accentramento delle capacità decisionali nelle mani di gruppi sempre più ristretti di tecnici, burocrati e amministratori che sono più vicini a interessi privati che al bene comune. D’altronde come spiega Leonardo Becchetti docente di Economia Politica all’Università di Tor Vergata Roma in un intervista al quotidiano La Repubblica: “I tribunali arbitrali internazionali sono infatti quei luoghi dove la Vattenfall (azienda svedese di energia elettrica) ha chiesto alla Germania 4 miliardi di euro di risarcimento per aver abbandonato l'energia nucleare; dove la Veolia (società francese di servizio pubblico) ha reclamato all'Egitto di risarcirla per l'aumento del salario minimo; e dove l'Uruguay è stato citato per danni dalla Philipp Morris per la pubblicità antifumo e per il divieto delle sigarette ai minori di 18 anni”. Sembra proprio che la libertà di commercio e di perseguire profitto da parte dei singoli privati tanto voluta da Adam Smith nella sua opera di fine ‘700 si stia andando a scontrare con un altro tipo di libertà, quella democratica degli Stati e contro la libertà degli individui di vivere una vita dignitosa, di poter consumare prodotti controllati e di potersi curare senza problemi. Nel nuovo mondo che ci aspetta, la battaglia per quale delle libertà prevarrà è di centrale importanza.

 


[1] La partecipazione democratica al Transatlantic Trade and Investment Partnership, Silvia Sassi,  n.17/15, Federalismi.it, BEUC, Transparency & Engagement in the TTIP: How to improve EU trade negotiations’ accountability to the Public, cit. pp. 10-11.

[2] Commissione Europea, “il TTIP visto da vicino”

[3] Vedi i casi Vicking, Laval, Commissione vs Lussemburgo della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea.

[4] “Transatlantic Trade and Investment Partnership: quando l’impero colpisce ancora?” Alessandra Algostino, 27 febbraio 2014, Costituzionalismo.it

[5] https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2014/02/letteradem.pdf

[6] https://stopttipitalia.files.wordpress.com/2015/05/tribe-oppose_isds_letter.pdf


 

pubblicato il 21 settembre sul supplemento di criticaliberale.it