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PIIGS - L'invidia dell'1%

 
“Tre filmmaker italiani sfidano il pensiero economico dominante sull’Europa e lanciano una campagna di crowdfunding per terminare il loro documentario.” Esplode così il comunicato stampa pubblicato da Adriano Cutraro, Mirko Melchiorre e Federico Greco per la diffusione e la raccolta fondi utile alla conclusione di “PIIGS”, documentario, anti-austerity e non solo, tanto desiderato dagli autori da essere diventato “quasi” realtà.
 “PIIGS” pone domande e cerca di dare allo spettatore risposte sulle scelte economiche attuate e, soprattutto, su quelle da abbandonare, come quelle derivanti dal dogma dell’austerità.
 
Sapevate del banale errore di calcolo e deil dati puramente inventati che hanno prodotto il Patto di Stabilità? Eppure queste scelte influiscono drasticamente sulle nostre vite, come  su quelle dei 150 ragazzi disabili della Cooperativa sociale della provincia di Roma (Monterotondo) e dei loro educatori ed assistenti, seguiti per due anni dai magnanimi autori di questo stimolante documentario.
Attraverso le voci di prestigiosi economisti ed intelletuali, quali Noam Chomsky, Stephanie Kelton (capo economista della Commissione Bilancio degli Stati Uniti), Marshall Auerback (ricercatore presso il Levy Economics Istitute), Erri De Luca, Federico Rampini, Warren Mosler (economista della MMT)  Yanis Varoufakis (ex ministro delle finanze greco), Paul De Grauwe (London School of Economics), Paolo Barnard (giornalista economico), Vladimiro Giacchè (economista e Presidente del Centro Europa Ricerche) e Stefano Fassina (economista e politico italiano), concentrando l’attenzione sulla storia di sopravvivenza della società cooperativa “Il Pungiglione”, ascolteremo se è proprio vero che non c’è alternativa all’austerità, al Fiscal Compact, al pareggio di bilancio e ai continui tagli allo stato sociale.
Visionate il trailer e chiedetevi se non sia arrivato il momento di mettere in dubbio la natura dell’euro e delle politiche delle istituzione europee. Ritengo questa una delle poche, se non l’unica al momento, iniziativa che meriti un “finanziamento dal basso”.
Ho  condiviso esperienze e collaborazioni con gli autori di “PIIGS”, e sono felice di presentarvi il progetto attraverso un’interessante intervista curata dal nostro socio Antonello Gianfreda.



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Antonello Gianfreda: Ciao Federico, ci siamo incontrati la prima volta qualche anno fa, in un convegno di economia civile, in cui entrambi eravamo presenti, credo, perché avevamo imparato a preoccuparci e avevamo bisogno di addestrarci su come combattere l’austerity. Questo documentario, non so se un documentario si possa definire così, è parzialmente autobiografico?

Federico Greco: Chiarito che ogni produzione creativa, ogni narrazione, ha in sé inevitabilmente qualcosa di autobiografico, in PIIGS c'è indubbiamente parte della mia storia, di quella di Adriano Cutraro e Mirko Melchiorre - gli altri due autori. Per tutti e tre lo studio della macroeconomia, stimolato ormai cinque anni fa dalla lettura del "Più grande crimine" di Paolo Barnard, ha significato non solo approfondimenti e letture ulteriori ma soprattutto la conoscenza di un vero e proprio mondo di persone in giro per l'Italia che condividevano la stessa preoccupazione: l'austerity è davvero lo strumento migliore per risolvere la crisi economica, o non si sta piuttosto rivelando un'arma per cavalcarla a sfavore dei più deboli? PIIGS nasce operativamente da questa riflessione: visto che siamo, anche, documentaristi, perché non provare a indagare e condividere attraverso questo linguaggio i dubbi che quello studio ci ha fatto emergere? Tutto iniziò quando Adriano e Mirko mi chiamarono per propormi il progetto. Anche io ci pensavo da anni ma non si erano ancora verificate le condizioni per partire davvero. Quell'incontro fu invece l'innesco definitivo. Riflettemmo su diverse strade narrative, molte della quali sono poi state abbandonate, ma la prima cosa che ci venne in mente fu proprio di personalizzarlo molto, raccontando esplicitamente anche il nostro percorso. Poi, esigenze comunicative e ulteriori riflessioni ci hanno portato a comprendere che la strada più efficace fosse quella che abbiamo seguito: mettere a confronto macro e micro, cioè se c'è una diretta conseguenza tra ciò che viene deciso nelle stanze del potere dell'Unione Europea e la vita quotidiana della gente comune. Finché non incontrammo i ragazzi e i lavoratori della Cooperativa "Il Pungiglione" di Monterotondo: gente comune nel senso più straordinario del termine.

 

A. G.: Leggo, dal comunicato stampa, del lancio di una campagna di raccolta collettiva e collaborativa di fondi aperta a tutti i cittadini che possono partecipare attivamente finanziando la vostra lotta a contro l'austerity. Perché dovrei decidere di finanziare proprio il vostro documentario?

Ricordo in uno dei nostri incontri, in una conferenza, che tu parlando del finanziamento al cinema italiano, citavi come esempio positivo le linee guida del CNC, la struttura a sostegno del cinema francese, e del loro “sistema a favore della diversità attraverso la solidarietà” continuando a citarti esprimevi la necessità di una “solidarietà costretta e imposta e organizzata dallo Stato. Una solidarietà che obbliga tutti con livelli diversi, a condividere il rischio della produzione e a contribuire alla ricerca di nuovi talenti e creatori. (...) Perché se il cinema è solo industria, inevitabilmente seguirà i gusti del pubblico, e non alzerà mai l'asticella della sperimentazione, della qualità...c'è bisogno di un altro elemento, che è appunto lo Stato, anche in perdita (…) che invece cerca di fare in modo che una parte del cinema, dell'industria, dell'artigianato del proprio paese provi ad alzare questa asticella”.

Mi permetto di segnalarti una delle nostre (come associazione) preoccupazioni, quella che i "beni e servizi in favore di famiglie e imprese" non debbano essere messo nelle mani dei privati, anche perché si trasformerebbe in interesse privato, sempre alla ricerca della massimizzazione del profitto.

Personalmente ritengo che i documentari siano parte integrante dell'interesse pubblico, in che modo questa campagna di raccolta di finanziamenti potrebbe andare in contrasto con queste tue convinzioni? Potrebbe favorire a lungo termine un ulteriore de-potenziamento delle politiche di finanziamento pubblico verso il cinema indipendente?

F. G.: Domanda spinosa, quindi stimolante. Nell’articolo che citi, Peter Moskowitz in realtà parla di  crowdfunding da parte delle istituzioni pubbliche, cioè, se non capisco male, per esempio la raccolta fondi tramite SMS per le vittime di un terremoto organizzata dallo Stato. Sono convinto che abbia ragione, perché, come continua Moskowitz, così facendo  scelgono di togliere dai loro bilanci sempre più beni e servizi. La beneficenza è uno strumento del neoliberismo o del capitalismo spinto, la propugnava ufficialmente Milton Friedman come alternativa al welfare, che disprezzava. Se i cittadini si abituano sempre più al fatto che non è lo Stato a intervenire ma loro stessi con raccolte e collette, l’intervento dello Stato alla fine scomparirà. Sempre Friedman diceva, infatti, che bisognerebbe tornare ai secoli scorsi quando, gli aristocratici e i ricchi, dall’alto della loro magnanimità, decidevano se aiutare chi era in difficoltà. Ma la solidarietà deve essere strutturata e certa, non può dipendere dall’altrui volontà, e solo lo Stato può assicurare tale certezza.

Detto questo, il nostro crowdfunding ha diverse motivazioni. Sì, tecnicamente si tratta di beneficenza perché chi finanzia non ha diritto a profitti, neppure se in cambio di qualche euro il suo nome apparirà come “produttore associato” nei titoli di coda del film. E sì, ciò contribuisce a far abituare la gente che ci sono altri modi per esser solidali con progetti ritenuti di interesse pubblico, e che quindi lo Stato non è indispensabile. Ma è organizzato da privati, cioè da noi e per noi, non dallo Stato.

E attenzione: il nostro progetto non è indispensabile (anche se noi pensiamo che lo sia) come potrebbe esserlo l’acqua pubblica o la salute gratuita per tutti, o i trasporti. Anche perché PIIGS sposa una tesi e come tutte le tesi è opinabile. Noi chiediamo semplicemente un aiuto per sviluppare un’indagine e portarla all’attenzione del grande pubblico perché riteniamo che il tema dell’austerity oggi sia centrale.

PIIGS è praticamente concluso, mancano i fondi per chiudere la post-produzione (circa 30.000€), e poi potrà iniziare il suo cammino in TV, forse nelle sale e in seguito in “homevideo” e “vod”. È un lavoro di alto profilo professionale, cioè lungamente elaborato e rispondente agli standard qualitativi della distribuzione internazionale. È uno dei modi più efficaci, anche se costoso, per far sì che venga visto dal maggior numero possibile di persone. Fin qui ci abbiamo messo anima e portafoglio in maniera totalmente indipendente (perché fin qui avevamo modo di aggirare la maggior parte delle spese). Ma le spese che dobbiamo affrontare adesso non sono né rimandabili né aggirabili.

 

A. G.: Ho visto la lista di intellettuali di indiscutibile valore che avete interrogato per aiutarci a sfatare questi dogmi economici travestiti da verità mediatiche che dettano le politiche sociali ed economiche dell’Unione Europea, perché interrogare degli esperti di talento? Non lo erano anche quelli del governo tecnico Monti che ha creato questo precedente terribile per la nostra Repubblica?

F. G.: C’è una fondamentale differenza tra i cosiddetti “tecnici” del governo Monti e le personalità che abbiamo interrogato nel documentario: la teoria macroeconomica che sposano. Perché è vero, il nostro è un documentario a tesi, ma si tratta di una tesi minoritaria nel panorama odierno della stampa mainstream e dunque indispensabile per alimentare un dibattito il più possibile bilanciato. La tesi ha basi keynesiane, cioè opposte a quelle dei governi Monti, Letta e Renzi, che hanno invece avallato l’austerity come unico strumento per risolvere la crisi. Tutti i nostri interlocutori, da Chomsky a Mosler, dalla Kelton a Varoufakis, sostengono quella che per il pensiero neoliberista europeo è una bestemmia, e cioè l’idea che sia lo Stato a dover regolare l’economia; che non esiste nessuna “mano invisibile” del mercato che automaticamente cancella gli squilibri sociali; che le tasse non servono a finanziare la spesa pubblica perché lo Stato prima spende e poi incassa (e questa non è una teoria, ma lo stato delle cose); che il governo debba imporre un sistema di spesa a deficit anticiclica (e non prociclica come quella attuale, secondo cui in periodi di crisi è giusto tassare di più); che la deflazione è peggiore dell’inflazione; che il debito non è un problema di per sé… Insomma laddove il 90% dell’informazione insiste sul pensiero di matrice friedmaniana, noi proponiamo un’alternativa. Che però non coincide con le regole marchiate a fuoco nei trattati europei. E non è neppure applicabile a questa Unione Monetaria a cambio fisso chiamata eurozona. Perciò ripeto, senza preoccuparmi di peccare di presunzione: nel dibattito pubblico di questi anni, dopo la Brexit, a cavallo del referendum sulla Costituzione italiana, nel bel mezzo del guado di un crisi terribile… una delle poche, argomentate voci contro che parla lo stesso linguaggio tecnico dell’informazione mainstream può aiutare a fare la differenza.

       

A. G.: Sono sempre più repellente all'uso fatto dalla comunicazione odierna di un ossessivo e continuo snocciolare numeri, grafici, che rappresentano la sofferenza umana, condite da forzate spiegazioni razionali sia da una e l'altra parte delle teorie economiche.

Mi sembra quasi siano arrivati a quella seriosità del tono di Swift, nel suo saggio "Una modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano di peso per i loro genitori o per il Paese, e per renderli utili alla comunità" del 1720, mentre esponeva “i dettagli del suo abominevole progetto: bambini allattati e ingrassati fino al primo anno di vita quando la carne è ancora morbida e gustosa; modalità di cottura; distribuzione e commercializzazione con un preciso rendiconto contabile dei guadagni e dei risparmi nei confronti di una carne suina a quei tempi sempre più rara e costosa. Egli in breve sembra fare un discorso prettamente economico, non dissimile nei modi dai discorsi che attualmente sentiamo in continuazione ai telegiornali o che leggiamo sui quotidiani" quasi lo stesso tono che “oggi riscontriamo negli economisti e nei politici quando parlano di pareggio di bilancio e di necessità di riduzione del Welfare. Una riduzione del benessere, un peggioramento delle condizioni esistenziali vengono filtrate da considerazioni tecnicistiche, da statistiche e formule matematiche, cosicché il vero tema (...) scompare sotto la freddezza del sapere."

Mi sembra dal comunicato stampa che il vostro documentario faccia un tentativo di staccarsi da questo registro provando a raccontare una storia, quella delle persone coinvolte nella Cooperativa Sociale di Monterotondo. Come è stato provare a riprendere i sentimenti coinvolti nella loro crisi?

F. G.: Hai centrato in pieno il cuore della nostra sfida. I motivi per cui ce la siamo imposta sono sostanzialmente due: il cinema non può prescindere dalle storie e le uniche storie possibili sono quelle delle persone, in particolare dei loro cosiddetti ‘conflitti’, cioè lo scarto tra desideri e ostacoli. Partendo da questa necessità (non volevamo fare indagine televisiva alla Report ma appunto narrazione cinematografica, emotiva, che girasse intorno alla verità intesa non come il mero disvelamento di un fatto ma come la rappresentazione problematica delle ambiguità), abbiamo dovuto confrontarci con la sfida più difficile: come fare a rendere empatica una riflessione che parte da un ambito apparentemente così arido come la macroeconomia? In altre parole, come possiamo rendere fruibile cinematograficamente un argomento così poco cinematografico eppure così importante per la vita di tutti noi? La risposta è il documentario stesso la cui struttura, a scanso di equivoci, non ci è stata chiara fin da subito. In questi due anni e più di scrittura, riprese e montaggio abbiamo imboccato diversi vicoli ciechi e spesso abbiamo rischiato di cedere allo sconforto. Ma quando abbiamo incontrato la Cooperativa abbiamo compreso che quella era la storia conflittuale che cercavamo: il desiderio è quello di resistere, di continuare a far lavorare i 100  dipendenti e soci, di non mandare a casa i 150 ragazzi disabili e quindi di continuare a salvare, letteralmente, l’equilibrio sociale di un intero paese alle porte di Roma. L’ostacolo è il progressivo smantellamento dello stato sociale in nome dell’austerity, che impedisce alla cooperativa di soddisfare quel desiderio. Un continuo gioco di rimandi tra macro e micro, tra le grandi stanze del potere e le piccole stanze della quotidianità. L’obiettivo era esattamente ciò di cui parli: dimostrare che l’economia andrebbe affrontata come una disciplina calda, che alla base del suo discorso abbia le persone, soprattutto le più deboli che, per le circostanze delle vita, non hanno avuto la stessa fortuna di chi può non dipendere dal welfare. Come dice Rampini nel nostro film, “gli italiani soffrono di analfabetismo economico”. Che sarebbe come dire che una zanzara non sa che cos’è il sangue. Quando l’economia sarà uscita dalle fredde stanze delle accademie e sarà diventata argomento di discussione alla stregua del cibo o di come vestirsi quando fa freddo, forse le cose potranno cambiare. Con PIIGS, tra le altre cose, abbiamo tentato di dare il nostro piccolo apporto a questa utopia. Per questo, quando seguivamo i nostri personaggi con la telecamera o tentavamo di dare loro un senso narrativo in montaggio e cercavamo di alternare le loro storie alle riflessioni sui massimi sistemi degli intellettuali intervistati, l’emozione era forte perché ci sembrava che finalmente il vicolo non fosse più cieco ma che avesse uno sbocco e che quello sbocco fosse universalmente condivisibile.

    

A. G.: Parlando con te mi hai detto che PIIGS è il tuo lavoro più horror in assoluto. Perché?

F. G.: Dici che c'è davvero bisogno di spiegarlo?

 

A. G.: Ti cito una frase di J.K. Galbraith nel suo breve saggio "L'arte di ignorare i poveri" che dice che «la compassione con associato pubblico sforzo, è il comportamento comodo e meno conveniente di questi tempi. Ma rimane l'unico compatibile con una vita veramente civilizzata.» e per concludere, se me lo permetti, torno un attimo a una delle domande iniziali, che credo tu abbia, per colpa mia, trascurato. Vorrei trasformare la mia “perché dovrei decidere di finanziare proprio il vostro documentario?” in, “cosa contiene la scatola della vostra opera che mi farebbe sentire vivo e soddisfatto nell'aver finanziato il vostro progetto?

F. G.: Libertà e indipendenza di analisi, la non appartenenza ad alcun gruppo organizzato, la volontà di non auto-censurarci, la professionalità dovuta a decenni di lavoro nel campo del cinema e della televisione, la continua ricerca e i continui dubbi sull’argomento macroeconomico.

Tre maiali italiani che a un certo punto hanno deciso di alzare la testa e provare a erigere una barriera protettiva contro il pensiero dominante.

In una parola, nella scatola c’è una cosa che manca ormai da molto tempo nel cinema italiano: il tentativo di non essere innocui.

 

 


1 Adriano Cutraro e Mirko Melchiorre, nel 2009, hanno fondato Studio Zabalik, una società di produzione con la quale hanno realizzato come autori, tra le altre cose, “All’ombra del gigante”, un documentario presentato al Taormina Film Festival nel 2013, premio della critica al festival internazionale del cinema documentario “Marcellino De Baggis” e miglior opera al Gold Elephant World. – ^^

 2 Federico Greco ha esordito come autore e regista nel 1999 con “Stanley and Us”, documentario su Stanley Kubrick prodotto dalla RAI e distribuito nel mondo da RAITRADE. Dopo aver realizzato diversi altri documentari per la RAI, nel 2004 ha scritto e diretto il suo primo lungometraggio “Il mistero di Lovecraft”, distribuito da 01, Rarovideo e Paramount e selezionato nei più importanti festival internazionali. È regista, sceneggiatore, montatore.^^

 3 Fiscal Compact: Formalmente è il Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’unione economica e monetaria firmato il 2 marzo 2012 da tutti gli Stati dell’Unione Europea ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca. in sintesi, si compone di due regole che riguardano rispettivamente: il “patto di bilancio” e l’obiettivo della riduzione del debito pubblico. Ergo, non è più possibile che lo Stato spenda a deficit e gli Stati il cui debito pubblico non è inferiore al 60% sul PIL dovranno attuare un programma di riduzione del debito che dovrà scendere ogni anno di almeno 1/20 della distanza tra il valore effettivo e la soglia del 60%. Il Consiglio e la Commissione Europea sono gli organi che approvano i programmi di rientro del debito.^^