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Il nemico del capitalista è il lavoratore garantito

“Il nemico principale del neoliberismo è la sovranità popolare”. (Chantal  Mouffe)

Quella che viviamo non è una semplice crisi ciclica del modello capitalistico che, come giustamente diceva Marx, nasce da disequilibri del sistema economico (e dal modo di produzione capitalistico). La crisi attuale ha una natura ancora più grave e “strutturale”: da un lato tende ad accelerare il processo culturale e politico cosmopolitan globalizzante ordoliberale, che si concretizza nel socialismo dei ricchi e potere assoluto per questi ultimi (élites capitalistiche in seno al sovranazionalismo finanziario europeo), dall’altro a “disciplinare” e ad impoverire i ceti popolari attraverso programmi ed azioni volti alla crescente conflittualità e competitività sul basso (le note riforme strutturali a deprimere l’esercito industriale di riserva) e a rimuovere le tutele e i diritti sociali garantiti dalle costituzioni antifasciste (le note riforme di privatizzazione/aziendalizzazione dello Stato). Difatti nel 2013 JP Morgan, gigante della finanza globale, ha proposto la seguente “ricetta” per gli Stati del Sud Europa, consistente nel “liberarsi al più presto delle costituzioni antifasciste”, considerate ostacolo ed “inadatte a favorire la maggiore integrazione europea”. Ed è ciò che sta succedendo.

Sappiamo tutti che la crisi “finanziaria” provoca depauperamento sociale, democratico ed economico, lo viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Aumento della povertà, della miseria e dell’autorità della governance capitalistica diventano “strutturali” nelle logiche neoliberali, così che il risentimento ed il razzismo, per questa via indotti ed esaltati tra le masse popolari, tornano a rivivere in modo gravissimo. La storia economica mondiale ci mostra come le politiche di austerità abbiano condotto al fascismo e al nazismo. Siamo anche consapevoli che la “disuguaglianza”, conseguenza delle politiche, definite dall’ossimoro “austerità espansiva” (e che ad esempio si sostanziano nella flax tax o sulla semplice detassazione a favore delle imprese), non porta mai ad una crescita economica, come invece enuncia pomposamente il modello neoclassico del trickle down economics (effetto gocciolamento della ricchezza dai più ricchi al resto della società) da cui le predette politiche traggono spunto, né portano a nulla di vantaggioso per i ceti popolari quelle stesse politiche di austerità fondate sui tagli alla classe dei ricchi, salvo agire sul piano emotivo-emozionale per la nota sindrome di Robin Hood.

In economie aperte, specie nelle fasi cicliche di recessione economica, lo Stato non taglia, ma spende e, secondo modelli empirici post-keynesian e neo-marxisti, ricorre ai deficit di bilancio (e non agli avanzi primari delle politiche europeiste), perché lo Stato non è una famiglia, né un’impresa e non ha bisogno di far quadrare i conti. In condizioni di esercizio della sovranità economica non c'è alcun motivo per cui un bilancio governativo debba mantenersi in equilibrio tra spesa e tassazione, anzi è proprio lo squilibrio del bilancio pubblico (deficit e/o surplus) a poter regolare l'economia reale nelle sue fasi cicliche di depressione ed espansione, in funzione della sua crescita e/o della sua decrescita. E così la spesa dovrebbe essere aumentata nelle fasi di recessione, come le analisi empirico-economiche degli ultimi 30 anni ci suggeriscono. Il governo ha un ruolo anti-ciclico in economia e non ciclico come l’europa delle logiche privatistiche rende normativo.

La tassazione negli stati moderni (e post Bretton Woods) non svolge affatto il ruolo di finanziare la spesa pubblica, bensì di rendere effettivo il controllo “democratico” dello Stato sull’economia, sulla moneta (sovranità economica con moneta “unità di conto” e non forma “merce”), sulla quantità della massa monetaria circolante e sulla velocità di circolazione della moneta (combinazione tra politiche monetarie e fiscali), evitando che tale controllo possa finire nella mani di tecnocrazie al soldo delle elites  ordoliberali.

Il riequilibrio e la redistribuzione del reddito tra le fasce sociali, pertanto, possono essere perseguiti, non tanto aumentando le tasse ai ricchi (auspicabile nel medio-lungo periodo in cooperazione inter-nazionali, ma utopico nel breve visto che in economie aperte e globali i super ricchi trovano tanti modi per sfuggire, ricapitalizzare e/o scaricare i maggiori oneri conseguenti a eventuali perdite del loro saggio di profitto), ma incrementando la spesa attraverso investimenti pubblici che perseguano obiettivi occupazionali e di economia reale - anche e soprattutto con la programmazione di Piani di Lavoro Garantito - sempre possibile nelle fasi recessive e fino al raggiungimento del pieno impiego e dell’effettiva attuazione dei diritti sociali.

 

Occorre pertanto organizzarsi politicamente e culturalmente, perseguendo una nuova praxis gramsciana verso un’effettiva democrazia politica, sociale ed economica. Per determinarla è necessario acquisire una maggior consapevolezza “civica” sui temi macroeconomici, utile al cambio di paradigma, per l’adozione automatica di politiche volte al perseguimento della piena occupazione.

Una moderna sovranità economica, basata sul monopolio pubblico della valuta flessibile (come lo Yen, lo Yuan, il Dollaro, la Sterlina e la Lira prima delle fasi di costruzione dell’eurozona etc.), non convertibile in beni tangibili e non agganciata ad altre valute di riferimento, propriamente detta “moneta fiat” (dal latino: creata dal nulla), consente ai governi (e ai parlamenti sovrani) di disporre ampiamente di tutti quegli strumenti utili al perseguimento dell’obiettivo della piena occupazione e del pieno stato sociale, la cui realizzazione è rimessa soltanto alla volontà politica che, guarda caso, in epoca attuale usa servilmente dogmi economici obsoleti e antistorici per sostanziare il socialismo dei ricchi.

“La creazione dell’eurozona è stato il primo esperimento significativo in tempi moderni, in cui c’è stato un tentativo di separare la moneta dallo Stato, cioè, di snazionalizzazione della valuta, come alcuni ideologi di destra e fondatori del neoliberismo moderno, come Friedrich von Hayek, avevano proposto, ha dichiarato Mario Seccareccia, professore di Economia all’Università di Ottawa (Canada). E da questa ideologia neoliberale si sono lasciati conquistare anche i partiti e la cultura della sinistra storica, tanto da essere in molti casi protagonisti, come forze di governo, delle politiche e delle riforme che da essa scaturiscono.

 

Politiche neo-socialiste sono impossibili nell’Unione Europea plutocratica, così come riformarla dal suo interno diventa missione utopica e vana. L’UE ha il suo programma innescato con pilota automatico (cit. Mario Draghi), è la governance sovranazionale delle elites neoliberali che impone limiti alla spesa a deficit positiva e vincola i governi “locali” a misure di austerità che generano deficit negativi per l’economia reale (aumento degli indebitamenti privati e pubblici su cui si innervano le mire capitalistico speculative da captive demand), promuove il mantenimento della disoccupazione e della povertà strutturali e un meccanismo competitivo al ribasso nei diritti sociali e nei salari dei lavoratori per esaltare il dividi et impera (non da ultimo ricordiamo il dumping sociale del caso Embraco).

Identificando nella logica di finanziarizzazione mainstream ciò che ha causato la crisi e che continua a sottrarre risorse all’economia reale, non possiamo che contrastare in ogni modo anche chi offre una lettura distorta dei fatti, colpevolizzando in primis gli immigrati e fomentando così l’ennesima guerra tra poveri, mentre siamo tutti vittime dello stesso nemico: l’ordo-liberismo capitalistico.

Auspichiamo la realizzazione di una società in cui ognuno possa vivere un’esistenza libera e dignitosa nel pieno riconoscimento dei diritti sociali, umani e civili. Proprio perché siamo consapevoli del valore inestimabile della nostra Costituzione, non possiamo che opporci ai predetti programmi anti-democratici e contrari alla sovranità popolare che, non da ultimo, alimentano quelle reazioni di destra xenofobe e razziste, fino a “legittimare” la ricostruzione “anti-costituzionale” di partiti nazi-fascisti, da contrastare in qualsiasi forma e modalità.

Crediamo che sia fondamentale partire dalla piena attuazione della Costituzione Italiana del 1948 (sovranità democratica, economica e politica), su cui si fondano i principi del nostro statuto associativo, attraverso:

  • la rinazionalizzazione della Banca d’Italia e dei settori strategici;

  • la regolamentazione delle attività bancarie e finanziarie ai fini del pubblico interesse;

  • la tutela del diritto al Lavoro e alla Piena Occupazione (il lavoro al centro);

  • la tutela del diritto alla Salute, allo Studio e allo Sviluppo della Persona umana;

  • la salvaguardia e la valorizzazione della natura pubblica dei beni e dei servizi;

  • la tutela e valorizzazione dell'ambiente, del territorio e del patrimonio artistico, storico e culturale;

  • l'attuazione dei principi di uguaglianza, di pari dignità sociale degli individui e dei gruppi;

  • la piena attuazione dei diritti di cittadinanza e la realizzazione delle pari opportunità fra donne e uomini;

  • lo sviluppo e la diffusione del pensiero economico eterodosso, della Modern Money Theory e della teoria e pratica della piena occupazione.


    pubblicato il 27 febbraio 2018

     

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