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La supremazia del lavoro umano

92 anni fa, il 15 novembre del 1922, centinaia di semplici uomini e donne che parteciparono ad una rivolta popolare furono ammazzati per le strade di Guayaquil. Era uno dei tanti periodi di dominio assoluto da parte delle banche e della plutocrazia del paese, non esisteva neanche una valuta nazionale, quella esistente era emessa dalle stesse banche e dalle compagnie del ‘Gran Cacao’[1]. Per occultare il massacro, i corpi furono gettati nel fiume Guayas, e il popolo gettò fiori e croci sopra l'acqua per ricordare quei caduti.

Per i nostri lavoratori, l'insegnamento storico derivabile da questo massacro è quello di individuare i loro reali avversari, di non confondere l'obiettivo dell'emancipazione con gli interessi congiunturali di dirigenti o gruppi, che non distinguono il capitale dal lavoro, lo Stato dall'impresa, ciò che è pubblico da ciò che è privato. Men che mai distinguono una rivoluzione da un restaurazione.

La dignità del lavoro umano

Il predominio del lavoro umano sul capitale è il segno fondamentale del Socialismo del XXI secolo e della nostra Rivoluzione Cittadina. E'ciò che ci definisce, soprattutto quando ci confrontiamo con un mondo completamente dominato dal capitale. Non ci può essere vera giustizia sociale senza questo predominio del lavoro umano, espresso da salari dignitosi, certezza del lavoro, un adeguato ambiente di lavoro, sicurezza sociale, un’equa distribuzione del prodotto sociale.

La vittima sacrificale nella lunga e triste notte neoliberista fu sicuramente la classe operaia. Il lavoro umano diventò uno strumento di accumulazione del capitale; il lavoro umano ha un valore etico perché non è oggetto, è soggetto; non è un mezzo di produzione è il fine stesso della produzione.

Il salario è pane, sostentamento, dignità ed uno degli strumenti principali di re-distribuzione, giustizia ed equità; e il lavoro non è solo lo sforzo per generare ricchezza, ma un modo vitale per riempire la nostra esistenza.

Pertanto, la nostra rivoluzione non può parlare di 'mercato del lavoro' o di 'capitale umano', aberrazioni che riducono il lavoro umano a pura merce o a semplice fattore della produzione, ed i salari ad un valore lasciato stabilire dalle presunte forze del mercato.

La nostra rivoluzione deve parlare di un 'sistema lavorativo', dove la partecipazione dello Stato e del sindacalismo è fondamentale, un sistema lavorativo che deve riconoscere il lavoro in tutte le sue forme: subordinate e non, ma anche il lavoro “non produttivo”[2], e quindi garantire a tutti il diritto, alla fine della loro vita lavorativa, di godere di una pensione dignitosa. Questo implica anche rifiutare le categorie capitalistico-mercantiliste, secondo le quali tutti quelli che non lavorano per il mercato sono considerati economicamente inattivi.

Riconoscere questi diritti significa anche capire i nostri doveri, in cui tutti devono contribuire con il proprio lavoro per una società migliore, per il “Buon Vivere”[3]. Il lavoro come un diritto e un dovere. Come dice San Paolo: «chi non vuole lavorare, neppure mangi» (2Ts - 3,10).

Il sindacato come uno scudo contro il capitale

Il sindacato è l'associazione dei lavoratori che si riunisce per fare giustizia in comune. Nacque per proteggersi dagli gli abusi del capitalismo sfrenato della Rivoluzione Industriale.

Con il consolidamento degli Stati-Nazione sono state promulgate leggi per garantire i diritti dei lavoratori, e i sindacati si sono evoluti di conseguenza per ottenere, attraverso la contrattazione collettiva, benefici maggiori rispetto a quelli che stabiliva la legge e, di conseguenza, a contendere profitto al capitale.

Con i governi progressisti dell’America Latina le leggi a favore della classe operaia sono state intensificate. In Ecuador abbiamo eliminato l'esternalizzazione; la semi-schiavitù dei lavoratori domestici; con l’impunità in caso di assenza di assicurazione sociale. Oggi abbiamo un salario minimo che copre il fabbisogno giornaliero e il più alto in termini reali della regione Andina. Abbiamo uno dei tassi di disoccupazione più bassi della nostra storia e praticamente la piena occupazione per i cittadini disabili.

Inoltre si garantiscono i diritti per i lavoratori e le loro famiglie, con educazione, salute, sicurezza e servizi pubblici completamente gratuiti. Le richieste dei lavoratori sono state
accolte come mai prima, perché siamo il governo dei lavoratori.

Abbiamo apportato contributi rivoluzionari nelle politiche del lavoro. Per risolvere il problema classico del 'male del capitale che paga salari da fame, ma peggio senza di lui perché l’alternativa sarebbe la disoccupazione', siamo l'unico paese al mondo che può permettersi di pagare un salario minimo, ma che impedisce alle imprese di avere profitti se non prima che tutti i lavoratori abbiano garantito un salario dignitoso, cioè, quello che consentirebbe alla famiglia del lavoratore di uscire dalla povertà. A differenza del socialismo tradizionale, che proponeva di abolire la proprietà privata, noi usiamo strumenti moderni, e alcuni inediti, per allentare le tensioni tra capitale e lavoro.

Non si tratta solo di miglioramenti dei salari e delle condizioni di lavoro, ma della dignità dell’uomo e del suo lavoro, anteposta al capitale e al mercato. Nessuno può negare il progresso del paese e della sua classe operaia. Tuttavia, i “soliti” marciano con la loro violenza e acredine, presumibilmente rifiutando le politiche “anti-lavoro" di governo .

Purtroppo, sembrerebbe che in Ecuador il dibattito sindacale non sia molto cambiato dalla Rivoluzione Industriale, disconoscendo il consolidamento degli Stati nazionali e un nuovo soggetto che non esisteva nella dicotomia originale tra capitale e lavoro: il “pubblico”, espresso nello Stato come rappresentazione istituzionalizzata della società.

Alcuni leader sindacali portano avanti lo stesso discorso, sia che trattino con le imprese private, con una multinazionale, con un ente locale o che lo facciano con un governo della classe operaia, come è quello della “Rivoluzione Cittadina”. Non capiscono che quando si contende il profitto al capitale privato, si danneggia l'azionista, ma quando la rendita viene contesa allo Stato ne paga le conseguenze l’intera società. Nel primo caso, probabilmente in maniera legittima, diminuendo i rendimenti degli azionisti; nel secondo invece, in maniera indebita, riducendo i libri per i nostri bambini, i farmaci per le nostre famiglie, le strade nella nostra città.

E’ necessaria una netta distinzione tra il privato e il pubblico, e delle relative forme e obiettivi di organizzazione lavorativa.

Questo si riflette anche in altri settori, come ad esempio quello del diritto. Nel diritto privato, tutto ciò che non è espressamente vietato è permesso. Nel diritto pubblico, tutto ciò che non è espressamente consentito è proibito. La logica è quella di prendersi cura del bene comune.

Nel settore privato, con la contrattazione collettiva si cerca di contendere rendite al capitale. Nel settore pubblico ciò non ha molto senso, quando la “società” è il datore di lavoro, in quanto, a differenza del capitale privato, il rappresentante del pubblico, spesso, non ha incentivi adeguati nel difendere il bene comune. Nel settore pubblico, i diritti e le conquiste devono essere stabiliti per legge, non in funzione del potere contrattuale di ciascun gruppo.

Ciò non implica, come alcuni pretendono, sminuire le organizzazioni per i diritti del lavoro nel settore pubblico, né il diritto fondamentale di sciopero. Al contrario, dovrebbe essere rafforzata in modo che i dipendenti pubblici abbiano gli strumenti per poter far rispettare la legge o per evitare il cosiddetto 'abuso del diritto', ossia, forme giuridicamente corrette , ma illecite nella violare i diritti dei lavoratori.
Non possiamo continuare con lo stesso anacronistico discorso sindacale. Il sindacalismo moderno deve cercare il primato del lavoro umano sul capitale, senza negare l'esistenza e la necessità di questi ultimo, e in questo contesto cercare di risolvere le tensioni capitale-lavoro; Non è possibile ricadere in un anarco-sindicalismo che considera lo Stato come suo nemico e tenta di rimpiazzarlo; deve intendere il pubblico per quello che è: di tutti.


traduzione di  Alessandro Luiu e  Antonello 'Martinez' Gianfreda

fonte originale: www.telegrafo.com.ec/opinion/columnistas/item/la-supremacia-del-trabajo-humano.html


Note dei traduttori


[1] Il termine un "Gran Cacao" divenne un soprannome per i membri della nuova classe comandante (ed ancora oggi il termine viene usato in modo scherzoso in Venezuela per indicare un VIP).

[2] Ad esempio l’economia domestica è classificata come lavoro “non produttivo”.

[3] il Buen Vivir o Sumak Kawsay è in sostanza di un modello di vita - in questo caso applicato alla gestione politica - basato su un rapporto più equilibrato - e più sano - tra Uomo e Madre Terra (o Pachamama). E’ un concetto proprio delle comunità indigene dell’America latina, soprattutto della Bolivia e dell’Ecuador, che lo sentono parte del proprio retaggio culturale, tanto che il Buen Vivir è stato inserito nelle costituzioni di questi due Paesi. «Il Buen Vivir, più che un’originalità della costituzione, fa parte di una lunga ricerca di modelli di vita promossi particolarmente dagli attori sociali dell’America latina negli ultimi decenni, come parte delle loro rivendicazioni rispetto al modello economico neoliberista. Nel caso ecuadoriano tali rivendicazioni sono state riconosciute e incorporate nella costituzione, convertendosi nei principi e nelle orientazioni del nuovo patto sociale», spiegava nel 2009, in occasione della presentazione del Piano Nazionale per il Buon Vivere, Ana María Larrea, Sottosegretaria Generale di Pianificazione del Buen Vivir. Ben tre articoli della costituzione sono stati dedicati infatti al Buen Vivir, dal 275 al 278, dove si specifica che «il Buen Vivir richiede che le persone, le comunità, i popoli e le nazionalità godano effettivamente dei loro diritti ed esercitino le loro responsabilità nell’ambito dell’interculturalismo, del rispetto delle diversità e della convivenza armonica della natura».